I parenti di mio marito mi chiamavano “senza dote”, ma poi sono venuti a chiedere un prestito per co…

Sai, mi viene in mente una storia che mi è rimasta impressa negli anni potrei raccontartela così, come se fossi qui con me a bere un caffè.

Quando mi sono sposata con Marco, la famiglia sua non mi ha mai fatto sentire parte del loro mondo. Anzi: la madre, la signora Raffaella, ogni volta che cera occasione, non perdeva tempo a farmi capire quanto fossi una senza dote. Una che portava in casa solo due valigie e una montagna di sogni semplici, senza né casa né soldi, solo una valanga di buona volontà. E figurati se le davano fastidio i miei vecchi asciugamani e le lenzuola scolorite li ha messi sotto gli occhi di tutti in salotto il primo giorno che sono entrata in quella casa, parlando a voce così alta che la sentivano pure i vicini.

Marco, tu ti sei scelto proprio una ragazza senza nulla Te lavevo detto che dovevi trovare una alla tua altezza. Come pensi di mantenerla con quello stipendio misero da ingegnere? O pensi che lei ti faccia il miracolo portandoti milioni nel becco? Ogni volta la sentivo parlare in questo modo mi veniva voglia di sparire.

E Carla, la sorella di Marco, peggio ancora. Si provava la mia unica sciarpa bella e poi ci faceva le smorfie davanti allo specchio. E io lì, ferma sulla porta, stringendo la maniglia della borsa di tela che mi portavo dalluniversità, con le nocche bianche per la rabbia.

Marco era giovane e meno sicuro di sé allepoca. Tentava di difendermi balbettando: Mamma, basta Lidia è mia moglie adesso, vivremo per conto nostro presto Ma niente, la mamma incalzava: E dove li trovi i soldi, scusa? Sul bancone da bar? Con cosa vi mantenete, con i suoi sogni? Guarda che la campagna resta nella testa, mica si toglie con una passata dacqua.

E quel nomignolo quella senza dote era diventato il mio segno distintivo in famiglia. Ad ogni pranzo o cena di Natale non se lo facevano mancare: ora la mia insalata era troppo rustica, ora il mio vestito da paesana, ora il regalo troppo da povera. Ti giuro, ho ingoiato tante di quelle battutine che ormai galleggiavo.

Non rispondevo mai. Figurati, con come mi ha cresciuto mia mamma: il rispetto per i grandi viene prima di tutto, e meglio un silenzio sofferto che una discussione infinita. Poi io Marco lo amavo sul serio, era il mio tutto, anche se allinizio lui si divideva tra mamma e me.

I primi anni sono stati duri. Affittavamo una stanza qua, una là, facevamo i salti mortali. Io, che sono sarta, lavoravo in fabbrica dallalba a notte, e anche a casa mi portavo lavoro extra: orli, cambi di cerniere, qualche tendaggio per i vicini. Marco provava di tutto: dal consegnare pizze, a riparare computer. Dalla famiglia sua, solo consigli e giudizi, di vera mano mai niente. E dire che la signora Raffaella stava bene: eredità, casa in centro Firenze, villa a Forte dei Marmi e la figlia, Carla, si era presa un marito imprenditore di media fortuna, per poi lasciarlo appena è finita la magia.

Quando una volta Marco ha chiesto aiuto a sua madre, visto che ci si era rotto il frigorifero e mettevamo gli alimenti sul poggiolo fuori, lei manco ha ascoltato: Soldi non ne ho. E se li avessi, non so se li darei a voi, che siete due spandaccioni. Tua moglie si sarà comprata altri stracci, vero?

Quella sera lì mi sono detta: mai più. Mai più chiederemo un euro a quella famiglia, qualsiasi cosa succeda.

Col tempo, però, le cose sono cambiate. Il duro lavoro ha iniziato a pagare. Prima mi sono fatta coraggio ed ho affittato un piccolo spazio in un centro commerciale: una stanza, due specchi e una macchina da cucire, niente più. Eppure, le clienti non smettevano di arrivare: la parola passava da signora a signora. Dopo tre anni, avevo già aperto la mia sartoria vera e propria. Marco, vedendo che la cosa funzionava, ha lasciato il suo lavoro dufficio per aiutarmi con le forniture, i conti, i clienti. Siamo diventati una squadra.

E poi, quasi senza rendercene conto, ci siamo ritrovati con tre atelier in tutta Firenze, le tende fatte da noi nelle ville più belle della Toscana, una casa tutta nostra in zona piazzale Michelangelo, la macchina nuova e una casetta in collina, costruita a modo nostro.

La famiglia di Marco intanto era rimasta sempre più ai margini. Gli auguri mandati per Pasqua, giusto una visita di cortesia allanno. La Raffaella era invecchiata male, sempre più acida. Carla si era divorziata ed era tornata nella casa della madre, ormai senza più smalto ma con la solita boria.

Vedendo i nostri successi, mica cambiavano atteggiamento: una volta Marco è passato dalla madre con la nuova auto e Carla ha storto la bocca: Bella macchina Sarà tutta a rate, scommetto! Ma io ormai ridevo sotto i baffi. Sapevo quanto avevo lavorato per ogni euro.

Poi, una mattina dottobre, mi squilla il cellulare. Raffaella. Mi ha stupito, perché chiamava sempre Marco, non me. Pronto, Lidia cara? Come state? Da quanto non ci si vede Ma sai che pensavamo io e Carla di venire da voi? Così, a vedere come vivete, magari pranziamo insieme, che dite? Sapessi che voglia di stare un po in famiglia.

Annusavo la trappola, ma non ho potuto dire di no: fa parte del mio carattere, la buona educazione.

Arrivano sabato a pranzo, puntualissime. Avevo cucinato perché, sai, da noi si mangia bene a tavola, non per far colpo. Arrosto al forno, insalate miste, crostate di mirtilli cucinare mi rilassa.

Quando lhanno vista, la casa, sono rimaste a bocca aperta. Occhi che scivolavano sulle pareti avorio, il parquet in rovere, la cucina in marmo, la poltrona in pelle italiana, i quadri uno sguardo da valutatrici di antiquariato. Carla si è lasciata sfuggire un Accidenti non vi fate mancare niente!

A tavola, invece, solita storia: battutine camuffate da complimenti. Che buona la carne, Lidia, morbida davvero Ma sarà costata una fortuna. Noi ormai con le pensioni ci facciamo bastare la pasta in bianco. Marco scuoteva la testa, io respiravo. Sono felice che state bene, ha detto la suocera, hai saputo prendere la vita come si deve, brava tu.

Dopo il dolce, arriva la vera ragione della visita. Mother and daughter si fanno uno sguardo e la Raffaella parte col discorsone: Sai, io e Carla volevamo sistemare la vecchia villa. Ormai è crollata, il tetto perde non ti dico! E destate ci piacerebbe andarci, respirare un po di aria buona, io ormai sono anziana, Carla non sta benissimo Insomma, volevamo costruire una casetta nuova lì, tutta bella, due piani, veranda, finestre grandi troviamo limpresa che ce la fa, ci serve solo una piccola mano.

Cioè? ho chiesto io.

Sai, i soldi Tra tutto ci chiedono 120.000 euro! Non li abbiamo, è impossibile. Voi invece siete sistemati, vi manca nulla, per voi sono briciole. Noi ci costruiremmo il nido per la famiglia anche per voi, eh, per i nipoti che verranno, tutti insieme come una volta! Non fate i tirchi, dateci una mano, che sarà mai per chi ha tre negozi!

Insomma, volevano che la ragazza senza dote tirasse fuori una montagna di soldi per fargli vivere una bella vecchiaia. Ma senza garanzie, sintende, mica dovevano ridarmi indietro loro in cambio offrivano la soddisfazione di essere buoni parenti.

A sentirle mi è venuta una risata amara. Ho guardato fuori dalla finestra e poi ho ricordato bene il giorno del matrimonio: come Raffaella sfilò le mie povere lenzuola, come mi trattarono. Io me lo ricordo, sapete? ho detto tranquilla. Quando vi abbiamo chiesto 200 euro per arrivare a fine mese ci avete sbattuto la porta in faccia. Oggi però venite a chiedere 120.000 euro per i vostri sogni?

Carla si è messa a gridare che erano investezioni, che la casa poi sarebbe stata anche per noi. Marco ha guardato tutte e due e ha detto: Basta. Noi quei soldi non ve li diamo. Se volete la villa vendete la casa, fatevi un mutuo, stringete la cinghia come abbiamo fatto noi.

La madre è impazzita: Vi vedrete che fine fate, ingrati! Sarete puniti dallavarizia! E sono uscite sbattendo la porta, Carla con la tazza di tè ancora in mano che si è rovesciata sulla tovaglia bianca. Silenzio per un istante.

Mi sono seduta e mi sono sentita stranamente più leggera. Come se si fosse finalmente rotto un nodo in gola che portavo da anni.

Marco si è seduto accanto a me e mi ha abbracciata. Scusami se sono queste le persone che ti ho fatto incontrare. E io: Non devi, Marco, tu hai scelto me, non loro. E oggi ci hai difeso.

Poi, ridendo amaro, ha detto: Se gli avessimo dato quei soldi, pensi che ci avrebbero voluto più bene? E io: No. Avrebbero trovato comunque altro per prenderci in giro. Prima eravamo poveri, ora siamo ricchi per loro non saremo mai abbastanza.

Abbiamo stappato una bottiglia di Brunello che tenevamo da parte ci siamo fatti un brindisi per noi due, per la nostra forza e per la libertà conquistata.

Da lì, niente più contatti con la famiglia. Ho saputo che Carla ha convinto la madre a farsi dare un mutuo ipotecando la casa: hanno ricevuto una truffa dagli operai, sono rimaste solo con una buca nel terreno e un mare di debiti. Marco ha cambiato numero, non si sono più fatte vive.

Oggi, quando cammino tra le stoffe lucide nelle mie sartorie, penso che la vera dote non si misura da quanti soldi porti in famiglia, ma da quanta forza metti nel costruire qualcosa con le tue mani. E di questa ricchezza, credimi, io ormai ne ho da vendere.

Se ti è piaciuta la storia, fammelo sapere mi piacerebbe sapere che ne pensi.

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