Ho 26 anni e mia moglie dice che ho un problema che non voglio ammettere.

Avevo ventisei anni, e mia moglie mi ripeteva spesso che cera qualcosa che non volevo ammettere.
Ogni volta che perdevo il lavoro, o decidevo di andarmene, tornava sullargomento.
Diceva che non era normale che il periodo più lungo in cui fossi rimasto impiegato fosse sei mesi, e, ora che ci ripenso, aveva ragione.
A volte resistevo un mese, altre volte quindici giorni, e spesso nemmeno arrivavo alla fine della prova.
Ho fatto davvero di tutto: manutenzione, pulizie, spazzare le strade di Firenze, lavare i bagni nelle trattorie, scaricare merce nei magazzini.
Iniziavo sempre con entusiasmo, ma dopo pochi giorni tutto diventava pesante: il corpo, la testa.
Non era solo la fatica.
Cera la vergogna.
Avevo lasciato la scuola in terza superiore, undici anni di studio e poi basta.
Mai più tornato in aula.
Quando iniziavo quel tipo di lavoro, e mi davano il giubbotto, la scopa e il secchio, mi sentivo fuori posto, come se non appartenessi a quel mondo.
Guardavo i colleghirassegnati, lavoravano senza lamentarsie dentro di me pensavo che quella non poteva essere la mia vita.
Allora cominciavo a fare tardi, a lavorare peggio, a inventare scuse per non presentarmi.
Finché, un giorno, mi chiamavano in ufficio e mi dicevano di non tornare più.
Mia moglie non capiva.
Lei lavora in un negozio di alimentari da quattro anni, guadagna poco, ma è stabile.
Ogni mese sa quanti euro riceverà.
Quando tornavo a casa senza lavoro, mi guardava con rabbia misto a stanchezza e diceva: “Non è il lavoro il problema, sei tu.
Tu non resisti mai.” Io le rispondevo che quei lavori non fanno per me, che sono destinato a qualcosaltro, che non sono nato per pulire i bagni di Firenze tutta la vita.
Allora lei si arrabbiava ancora di più.
Mi diceva di finire la scuola, di studiare qualcosa, di qualificarmi.
Che nessuno mi assumerebbe per altre cose se non avevo nemmeno un diploma.
Le promisi che lavrei fatto, ma i mesi passavano e io non mi iscrivevo.
Trovavo sempre una scusanon ho soldi, non ho tempo, ci penserò più avanti.
In fondo avevo paura di tornare tra i banchi, circondato da ragazzi più giovani, sentirmi indietro.
A casa, ormai, era una routine.
Litigavamo sempre per le stesse cose.
Lei diceva che vivo di sogni, che parlo bene ma agisco poco.
Io ribattevo che lei si era abituata, che si accontentava di sopravvivere, non di vivere davvero.
A volte ci urlavamo contro, altre restavamo giorni senza parlare.
Io uscivo per cercare un nuovo lavoro, con il mio curriculum stropicciato nella tasca, e tornavo deluso quando mi dicevano le faremo sapere.
Il peggio è che io realmente sogno.
Sogno di avere unattività tutta mia, di non dipendere da nessuno, di non vergognarmi della divisa.
Di alzarmi presto per qualcosa di mio, non per obbedire a comandi.
Ma i sogni non pagano laffitto né la spesa, e lei me lo ricordava ogni giorno.
Mi chiedo ancora oggi: davvero ho un problema che non voglio ammettere, oppure ho il diritto di volere qualcosa di più grande?

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

one × 3 =

Ho 26 anni e mia moglie dice che ho un problema che non voglio ammettere.