Nastya, portala via! Non ce la faccio più! Mi dà fastidio persino solo toccarla!

Giulia, portala via! Non ce la faccio più! Solo toccarla mi fa venire la nausea!
Serena tremava, la bambina fra le sue braccia piangeva inconsolabile.
Giulia prese la nipotina tra le sue mani, annuendo con fermezza.
Va bene. Ma sei sicura? Poi non vorrai tornare indietro?
No, che pretese dovrei avere? Portala via, non la voglio!
La piccola era venuta al mondo solo un mese prima. Dallinizio della gravidanza, con Serena cera qualcosa che non andava. Giulia aveva pensato si trattasse del tipico umore altalenante degli ultimi mesi. Sua sorella era vedova da oltre sette anni. I figli grandi, già sistemati fuori di casa. Una vacanza improvvisa sulla Costiera Amalfitana, un incontro fugace, e quella gravidanza inaspettata avevano sconvolto tutti. Serena non era mai stata una donna impulsiva. Inizialmente sembrava che il futuro arrivo la rendesse felice, ma più il pancione cresceva, più Giulia la vedeva gettarsi a comprare vestitini e culle per poi chiudersi in sé stessa, giorni interi senza parlare, quasi murata dietro una parete.
Poco prima del parto, Serena aveva smesso di vedere tutti. Non chiamava la madre, né la sorella, né i figli. Giulia si era allarmata ed era corsa da lei, trovandola in ospedale pronta a firmare la rinuncia.
Serena, cosa ti succede? Perché?
Non lo so nemmeno io Non sento niente. Questa bambina mi è estranea.
Estranea, ma che dici? È tua figlia!
Non sarà mai mia! Serena si girò verso il muro.
Giulia chiamò i rinforzi: portò la madre. Serena, con fatica, si convinse a tenere la bambina. La madre le propose di tornare a casa insieme, con la scusa di aiutarla nei primi tempi, ma in realtà volevano tenerla docchio tutti. Serena si prendeva cura della piccola come un automa, senza fermarsi un secondo di più di quanto fosse necessario. Il nome glielo scelse la nonna, le coccole gliele dava la zia.
Serena, la prendo io. La crescerò io, ma ricorda: lei prima o poi mi chiamerà mamma
Non mimporta. Basta che non chiami te.
Una settimana dopo, le pratiche furono ultimate: Giulia divenne ufficialmente tutrice della nipote. Serena si trasferì in unaltra città.
La piccola Alessia cresceva vivace, allegra, sempre pronta a ridere. Presto imparò a camminare, presto a parlare. Chiamava mamma Giulia.
Dodici anni dopo.
Mamma, oggi ho preso tre dieci! E domani andiamo al cinema con la classe! la voce cristallina riempì la casa.
È lei?
Sì Serena, è lei per favore, ti chiedo
Buongiorno! Io sono Alessia, e lei chi è?
Sulla soglia della cucina stava una ragazzina dagli occhi grandi, alta, che passava lo sguardo stupito dalla donna seduta al tavolo a Giulia, che, pallida come la calce, era ferma alla finestra.
Io sono Serena. Sono tua madre, Alessia.
Ti avevo pregato! Giulia guardò la sorella indignata, andando incontro alla figlia. Alessia! Ora ti spiego tutto!
Non serve, mamma. Ascoltiamola. Allora? Dici di essere mia madre. E quindi?
Sono venuta a prenderti. Voglio che tu venga a vivere con me.
Perché?
Sei mia figlia.
No, non lo sono. Io ho già una mamma, è lei. E non me ne serve unaltra! E lei la vedo oggi per la prima e, spero, ultima volta! Alessia si voltò ed uscì dalla cucina.
Giulia crollò sulla sedia, sfibrata.
E adesso che hai ottenuto?
Niente, per ora. Ma ci riuscirò, fidati. Se serve, anche in tribunale.
Ma a cosa ti serve tutto questo? Sei stata tu a lasciarla, non volevi nemmeno guardarla. Nessuno ha mai capito il perché. Adesso, dopo tutti questi anni, torni e vuoi che ti abbracci? Serena, vai da mamma, poi ne parliamo. Scusami, devo raggiungere mia figlia.
Tua nipote! Serena si alzò di scatto.
Giulia sospirò soltanto, chiuse la porta, poi si avviò in camera di Alessia.
Ale
Aspetta, mamma. Prima che inizi a spiegarmi, devo dirti una cosa. Lo so già. Un anno fa, ricordi quando abbiamo sistemato la soffitta dalla nonna? Ho trovato i documenti dellaffidamento. Allinizio mi sono arrabbiata moltissimo perché non mi avevate detto niente. Poi ho voluto incontrarla, domandarle: perché? Ma più ci pensavo, più capivo che non mi serviva sapere. Tu sei mia madre. E basta.
Alessia, amore mio! Non ti lascerò mai.
E neanche io mi lascerò mai! rise Alessia. Ti ricordi Matteo, il mio compagno di classe? Sua madre è avvocato, fa diritto di famiglia. Chiamala!
Ehi, figliola, non crescere troppo in fretta! Qui la mamma sono ancora io, almeno per ora! Giulia rise e strinse la bambina a sé. Certo che la chiamiamo, vedrai che si sistema tutto.
Poi vennero gli avvocati, le carte, le ansie. Ma il tribunale diede ascolto ad Alessia, che rifiutò categoricamente di vivere con la madre naturale.
Le sorelle erano davanti al Tribunale di Firenze.
Ecco, è finita. Finalmente questo incubo è davvero finito sospirò Giulia, sollevata. Adesso che farai?
Me ne vado, Giulia. Non voglio essere dintralcio. Ma voglio aiutarvi, non rifiutare. Per Alessia cè già un conto aperto, i documenti sono da mamma, li ho lasciati.
Ma allora perché, Serena? Perché quella volta non lhai voluta?
Non cera nessun amore, Giulia, non cè mai stato. Solo un parco buio, una sera tardi
Giulia si bloccò, smise di respirare.
E non hai detto niente? Per tutti questi anni da sola?
Non potevo cambiare nulla. E quindi sono stata zitta. Allinizio non capivo nemmeno di essere incinta, pensavo fosse la premenopausa Poi era troppo tardi. Non dire nulla ad Alessia. Deve restare fuori da tutto questo. Non è la sua storia, è la mia. Forse un giorno mi perdonerà.
Giulia abbracciò la sorella, e insieme guardarono verso Alessia che, mano nella mano con la nonna, li aspettava dallaltra parte della strada.
A volte quello che ci fa più paura può diventare la cosa più bella della nostra vita. Guarda che meraviglia è diventata! Serena si asciugò le lacrime e Giulia, dopo tanti anni, la vide finalmente sorridere.

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