Marito picchia Olga e la abbandona sull’autostrada al gelo dopo aver scoperto che l’appartamento non si divide con il divorzio

La neve cadeva già dallalba, pesanti fiocchi bagnati che si incollavano allasfalto, trasformando la strada statale in un nastro scivoloso e minaccioso. Ornella fissava il finestrino laterale del loro SUV nero senza vedere né la neve che scendeva né le luci lontane dei borghi. Tutta la sua attenzione era concentrata sul nodo gelido in petto e sulla voce monotona dellavvocato che giungeva distorta dal cellulare stretto fra le dita sudate.

«I beni acquistati insieme durante il matrimonio si dividono a metà, signora Ornella Bianchi. Sì. Ma lappartamento che suo marito ha comprato prima del matrimonio, anche se ci avete abitato sette anni e lei è residente lì, non si divide. Resta a lui».

Abbassò il telefono sulle gambe. Sette anni. Sette anni a trasformare quella scatola di cemento alla periferia di Bologna in una casa. A scegliere tappezzerie, tendaggi, a spulciare per ore i cataloghi online per unapplique perfetta negli angoli, fra divano e finestra. Sette anni a lavare, cucinare, sopportare i suoi amici rumorosi fino a notte fonda, il suo carattere chiuso e geloso. Sette anni in una fortezza nemica. La sua fortezza. Ora che tutto era crollato in una notte, dopo che lui non era tornato a casa e la mattina Ornella aveva trovato nella giacca una traccia di rossetto e un sms con un cuore, toccava solo a lei andarsene. Via, con uno stipendio da maestra e una valigia di vestiti.

«Allora? Che ti ha detto il tuo avvoltoio davvocato?» tagliò il silenzio Sergio al volante, cambiando corsia con uno scatto. Quel volto, un tempo così sicuro e maschile, era ora tirato in un ghigno abituale. Sapeva già. Sapeva tutto. E lo pregustava.

Ornella lo guardò. Gli occhi asciutti ed enormi nel viso smunto.

«Lappartamento è tuo. Lhai comprato prima, non mi spetta nulla».

Non disse nulla, strinse solo di più il volante, i muscoli che pulsavano sulle guance.

«Lo sapevo. Cosa credevi? Che fossi così fesso da intestarti mezza casa? Pensavi non ci arrivassi?» la voce densa e soddisfatta.

Dentro Ornella qualcosa si ruppe. Non dolore, non rabbia. Era glaciale certezza. Non solo non la amava. Laveva odiata. Per lui era solo uninquilina, qualcuno da sfrattare al momento giusto. Aveva calcolato tutto, come un commercialista.

«Hai calcolato tutto», disse piano, senza riconoscere la sua voce.

«La vita si calcola, piccola. Non fare la sciocca. Tanto tra poco vi mettete tutte a chiedere gli alimenti, col governo che cambia le leggi. Io ti ho pure risparmiata da questa buffonata. Vitto e alloggio gratis, cosa vuoi di più?».

Le mani di Ornella tremavano, poi la colse una calma stranissima, totale. Il ghiaccio dentro di lei invase ogni cosa.

«Portami a casa, Sergio. Preparo la roba e me ne vado subito».

«Casa?» ridacchiò. «Quella è casa mia. Ma per te ho già trovato una sistemazione. Vedi?»

Sterzò e si fermò. Erano ormai fuori Modena, le luci rade, la statale battuta solo da tir e vento tagliente. La neve martellava il parabrezza. Tuttattorno campo spento, buio, vento ferrigno.

«Scendi. Prendi aria. Pensa al tuo futuro».

«Ma sei fuori? Ci saranno almeno meno dieci gradi! Ho le pantofole!» si attaccò al sedile Ornella, istintivamente.

«Scendi, ho detto!» ringhiò lui. Sbloccò la sicura e le trascinò via la mano. Lodore del suo profumo costoso mischiato a quello dalcol del giorno prima la investì.

Provò a divincolarsi ma Sergio era enorme. Il pugno le colpì la tempia con lanello massiccio. Stelle bianche, caldo dolore. Ancora. Alla spalla. Fu trascinata fuori, il corpo sbattuto sulla crosta gelida della corsia, il ginocchio contro il guard-rail. Lo sportello si chiuse di colpo. Il SUV scattò via, sporco e svanì nella bufera, schizzando neve bagnata sul suo viso.

Per alcuni istanti rimase a terra, incapace di muoversi. Il corpo dolente, tempia e guancia intorpidite. La neve scendeva sulle lacrime che finalmente esplodevano calde. Si alzò barcollando. Ai piedi le stesse ciabatte di panno con cui era uscita di corsa dopo la chiamata. Indosso solo un giubbino leggero, inadatto a quel gelo.

Cercò il cellulare. Morto. Il caricabatterie era a casa sua. Nella sua presa, nella sua fortezza. Attorno il nulla. Solo il ruggito dei camion in fuga. Nessuno lavrebbe vista, nessuno si sarebbe fermato.

La paura era densa da impastare in bocca. Capì che lui voleva che restasse là a congelare. Rinfrescarsi. Capire il suo posto. O forse anche peggio. No, non voleva ucciderla. Voleva solo liberarsene, come di un giocattolo rotto. E poco importava la sua sorte.

Doveva muoversi. Ornella voltò le spalle al vento e cominciò a camminare traballando verso la città, ogni passo una fitta al ginocchio. Il freddo strisciava sotto la stoffa fina e le graffiava la pelle. Cinque minuti e non sentiva più i piedi. Dieci e nemmeno la faccia. Il respiro vaporoso le ghiacciava le ciglia.

Nella testa, come un metronomo, solo un pensiero: «Lui ora fa festa. Con gli amici. A brindare alla vittoria».

Sergio davvero festeggiava. Si infilò nelle Terme Paradiso sulla circonvallazione, dove lo aspettavano Vitale e Sandro, amici di vecchia data, grossi, sicuri e soddisfatti.

«Cosè questa faccia gaudente? Battuta la pratica appartamento?» lo accolse Vitale con uno schiaffo sulla schiena e un bicchierino.

«Oh sì, la signorina si è tolta subito di torno. Un bella boccata daria fresca!», rise Sergio, ingollando la grappa. Raccontò tutto: dellavvocato, della statale, della sua faccia. Ridendo, indugiando in dettagli volgari.

Gli amici risero di gusto. «Bravo, Sergio! Una donna deve capire il suo ruolo. Basta con queste che vogliono metà di tutto. Che vadano a lavorare!». Finirono di sudare sotto le travi di legno della sauna, a bere brandy nei bicchieri di cristallo, ordinare fiorentine e scherzare su barzellette stupide. Sergio era al settimo cielo. Aveva controllato tutto. Aveva vinto. La vita era un trionfo.

Eppure, cera una macchia amara in fondo al petto, sotto gli strati di alcol e vanità. Un lampo nei suoi occhi, proprio prima del pugno. Non paura. Qualcosa daltro. Vuoto. Come se fosse già partita, prima ancora che lui la buttasse fuori. Allontanò il pensiero, versò un altro bicchiere. Quella notte era sua.

Smisero verso le tre del mattino. Sergio tornò a casa in taxi, ubriaco e contento. La sua casa. Solo sua, per sempre. Sbagliando a centrare la chiave nella toppa, entrò e accese la luce in ingresso.

Rimase senza parole.

Lordine era perfetto, ma era un ordine da cimitero, o da museo. Tutto ciò che era dOrnella era sparito. Fotografie, i cuscini ricamati da lei, i suoi libri, le sue ridicole viole del pensiero sul davanzale: svaniti. Ma non era questo il peggio.

Ornella aveva tolto solo il suo. Solo ciò che le apparteneva, portato o scelto da lei, ogni oggetto di intimità o cura.

Niente tende in salotto: le finestre erano buchi neri. Aveva tolto quelle tende, cercate per mesi color rosa appassita. Dai muri erano scomparse tutte le stampe e i quadri scelti insieme, restavano solo tracce di chiodi e rettangoli polverosi. In cucina, le mensole nude: via le spezie, il set di coltelli, la ceramica preferita. Persino il portasciugamani svitato era rimasta solo la vite.

Storto, Sergio girovagò per la casa. In camera non cerano i suoi oggetti. Solo un comodino vuoto, uno spazio sgombro nellarmadio. E aveva preso metà dei suoi cuscini, quelli scelti da lei. In bagno: nulla. Shampoo, fermacapelli, vestaglia: tutto portato via. Persino il tappetino davanti alla doccia.

Si sedette sul pavimento gelido del soggiorno fissando il muro vuoto. Un silenzio irreale, uno svuotamento completo. Non mancavano i mobili, ma lanima, il calore, la cura: tutto asportato con precisione chirurgica. Ornella aveva cancellato sette anni della sua esistenza come si cancella una lavagna. Restava solo il vuoto, quella fortezza di cemento.

Riaffiorò il suo ultimo sguardo. Non dolore, non supplica. Freddo calcolo. Lo stesso suo. Ma Ornella non aveva intenzione di congelare sulla strada. Gli aveva concesso la sceneggiata della vittima. E intanto, mentre lui si affogava nellalcol con gli amici, lei era tornata, magari con quel taxi, avendo il coraggio di rientrare in quella casa che era stata anche sua per ritirare, senza una lacrima, ogni traccia di sé.

Sergio fu preso da unondata di rabbia. Balzò in piedi, colpì il muro con un pugno. «Stronza!» gridò nel silenzio. Ma il silenzio lo inghiottiva. Corse a cercare il cellulare per minacciarla, ma il suo numero era già bloccato, il nuovo non lo sapeva. E che avrebbe detto? «Ridammi le tende»?

Si avvicinò alla finestra. Sotto, la città fingeva di dormire. Lassù, ora, dove sarebbe stata Ornella? Da unamica, forse. O, chissà, in una stanza presa in affitto con lo stipendio da maestra. E lì, sicuramente, regnavano già tende nuove e viole del pensiero. Qui solo gelo. Non quello di fuori. Un altro, che entrava nelle ossa.

Fu previdente, aveva calcolato tutto. Ma non che la sua dipartita fosse quella di una regina che raccoglie ogni suo trofeo e abbandona al rivale solo terra bruciata. Aveva ora tutto lappartamento, ogni centimetro, ma ogni metro pesava come ghiaccio, assoluta nullità.

Rimase al buio davanti ai vetri specchiati, guardando i buchi neri delle finestre. Poi si voltò e andò in cucina a cercare da bere. Ma non restava più neanche un bicchiere, solo il suo anonimo, sbeccato, quello Miglior papà rubato anni fa allufficio. Bevve brandy direttamente dalla bottiglia, seduto sul pavimento gelido della casa ormai eterna e solo sua.

E fuori, lento e inesorabile, continuava a cadere la neve.

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