Vai via! urlò Federico, la voce tagliente come vetro.
Che dici, figliolo la suocera, donna dalle mani grosse e nervose, provò a sollevarsi, aggrappandosi con forza al bordo del tavolo.
Non sono tuo figlio! Federico afferrò la borsa di lei e la scagliò con rabbia nel corridoio. Che tu non rimanga neanche come ombra in questa casa!
Maria rabbrividì. In sei anni non aveva mai sentito il marito gridare così.
Vai via! ripeté Federico, la voce tremante.
La piccola Bianca dormiva, le braccine abbandonate come una stella marina. Maria sistemò la coperta silenziosamente.
Le piaceva restare lì, a guardare la sua bambina. Per tanti anni aveva sognato quel momento, aveva speso energie e lacrime per essere madre.
Federico rientrò dalla notte di lavoro: Maria lo capì dal rumore leggero in ingresso. Uscì dalla stanza della bambina, chiudendo piano la porta. Federico si toglieva le scarpe con lentezza.
Stanco, con il viso scavato; aveva lavorato senza tregua per saldare i debiti del prestito per la fecondazione assistita.
Dorme? sussurrò, quasi timoroso.
Sì, ha mangiato e si è addormentata subito.
Federico abbracciò Maria, nascondendo il volto nel suo collo. Non parlava mai damore, ma lei sapeva che le era grato fino alla follia.
Grato che non fosse andata via, che non lavesse lasciato per uno sano, grato che gli avesse regalato una famiglia.
A sedici anni Federico aveva superato male la parotite; si era vergognato di dirlo alla madre. Quando infine lo aveva fatto, era troppo tardi. Le complicazioni lo avevano lasciato quasi completamente sterile.
Mia madre ha chiamato, disse Federico in un soffio, continuando a stringerla.
Maria si irrigidì.
E che vuole, la signora Rosetta?
Arriva oggi, per il pranzo. Dice che ha preparato una torta. Sentiva la nostalgia.
Maria si staccò piano dallabbraccio.
Federico, forse sarebbe meglio di no. Lultima volta mi ha portato allisteria con i suoi consigli sulle lavande con bicarbonato.
Maria, è mia madre. Vuole vedere la nipote. È passato un anno e Bianca lha vista solo in foto. E pur sempre la nonna.
Nonna, amara Maria sorrise. Quella che chiama nostra figlia un caso.
Avevano adottato Bianca un anno prima. Le liste d’attesa per i neonati sani nella loro zona di Napoli erano interminabili.
Avevano aiutato le conoscenze, una busta di soldi per il reparto e la discrezione di una ostetrica amica.
La piccola era stata data alla luce da una ragazzina di sedici anni, impaurita, che non avrebbe potuto badare a una figlia.
Maria ricordava ancora quel giorno: un fagottino di tre chili, occhi blu profondi e curiosità nel viso.
Va bene, Maria si voltò. Che venga pure. Ce la faremo. Ma se ricomincia
Non ricomincia, promise Federico, incerto.
A pranzo arrivò Rosetta. Quando entrò in casa, sembrava che non ci fosse spazio per nient’altro.
Era una donna alta, robusta, con la forza della terra che le permetteva di fermare un cavallo, di affrontare un nubifragio e di mettere in riga chiunque.
Madonna mia! gridò freneticamente dal corridoio, lasciando la borsa di stoffa a quadri. Un viaggio impossibile! Il treno, la calca! Nellascensore pensavo di lasciare lanima a Dio!
Benvenuta, mamma, Federico le baciò la guancia, sollevando la pesante borsa. Vieni, lavati le mani.
Rosetta si tolse il cappotto, mostrando al mondo il suo abito floreale, che abbracciava la sua maestosità, fissando Maria con uno sguardo da mercato.
Dal capo ai piedi la passò al setaccio, come una mucca da fiera.
Buongiorno, signora Rosetta, sorrise educata Maria.
Buongiorno, buongiorno, la suocera strinse le labbra in una linea dura. Sei diventata trasparente, Maria! Sei pelle e ossa, dimmi, il marito dove si deve aggrappare?
E Federico, poverino, lo vedo sciupato. Non lo nutri bene? Stai a dieta e lo lasci a digiuno?
Federico mangia benissimo, replicò Maria, sentendo il rossore sulle guance. Prego, a tavola.
In cucina Rosetta svuotò subito la borsa: tirò fuori i contenitori con le pizzette, un vasetto di olive salate, un pezzo di pancetta.
Mangiate. Che qui a Napoli cè solo plastica, chimica. Vi mangiate la carta!
Si sedette pesantemente, i gomiti ben piantati sul tavolo.
Allora, raccontatemi. Come va la vita? Avete chiuso quei maledetti debiti per le esperienze?
Maria strinse la forchetta. Esperienze! Così chiamava sei anni di dolore, speranza, frustrazione.
Quasi finito, mamma, brontolò Federico, riempiendosi il piatto di insalata. Meglio non parlare di soldi.
E di che dovremmo parlare? Rosetta mordicchiò una pizzetta. Del tempo? Al mio paese, SantAgata, tuo cugino Francesca ha appena avuto il terzo.
Una bella bambina, sana! Quattro chili! E tua sorella Teresa aspetta due gemelli. Questa sì che è gente!
Nostra gente, Federico, è forte. Noi siamo di razza. Guardò Maria senza troppi complimenti.
Basta non guastare i geni, ovviamente
Maria posò la forchetta con calma.
Signora Rosetta, questa discussione labbiamo fatta mille volte. Il problema non sono io. Abbiamo referti medici.
Eh, lascia perdere! agitò la mano Rosetta. Quei fogli li fanno per rubare soldi. Parotite Ma per cortesia!
Da noi mezzi uomini lhanno avuta e hanno una squadra di figli a casa.
È tua moglie che ti racconta storie perché vuole nascondere le sue colpe.
Basta, mamma! Federico batté il palmo sul tavolo.
Rosetta teatrale si strinse il petto, come colta da malore.
Non alzare la voce con tua madre! Ho cresciuto cinque figli, conosco la vita. La vedo, è stretta, i fianchi da bambina. Da lì non nasce nulla! Solo fiori che non danno frutto.
Siamo felici, mamma, disse Federico piano. Abbiamo nostra figlia, Bianca.
Figlia Rosetta soffiò. Fammi vedere.
Entrarono nella cameretta. Bianca era sveglia, seduta nel lettino, le dita che giocherellavano con un orsacchiotto di peluche.
Vedendo la sconosciuta, si rabbuiò, ma non pianse. Era calma, la piccola.
Rosetta si avvicinò al lettino. Maria si mise vicino, pronta a prendere la bambina da lei ci si aspettava di tutto.
La donna la studiò a lungo, socchiudendo gli occhi. Poi allungò la mano verso la guancia paffuta. Bianca si scostò.
E di chi è questa faccia? borbottò la suocera. Occhi troppo neri. Nella nostra famiglia, tutti chiari.
Ha gli occhi blu, la corresse Maria. Blu scuro.
Il naso? Un tubero! Tu, Maria, ce lhai affilato, Federico diritto. Qui invece
Si raddrizzò, si pulì le mani come fossero sporche.
Non è della nostra razza, si vede!
Tornarono in cucina. Federico si versò dell’acqua, le mani tremanti.
Mamma, ascoltami, iniziò, cercando la dolcezza. Noi amiamo Bianca! Lei è nostra! Sui documenti, nel cuore in tutto.
Proveremo ancora, dicono i medici che ci sono piccole possibilità. Ma anche se non succede, abbiamo già la famiglia che volevamo.
Rosetta restò seduta, le labbra serrate, il corpo teso. Lei, madre di cinque figli, nonna di dodici, soffriva a vedere il figlio sprecato per una straniera.
Sei uno sciocco, Federico, sbuffò infine. Uno sciocco! Trentacinque anni, uomo nel fiore degli anni, e giochi a fare la balia con una trovatella!
Non la chiamare così! esplose Maria.
E come dovrei? Rosetta si girò di scatto verso di lei. Principessa?
Tu, cara, faresti meglio a tacere! Non sai partorire, hai mandato tuo marito fuori strada. Avete pagato Lavete comprata, come fosse un gattino in fiera!
È nostra figlia!
Figlia è quando è tua! Quando soffri notti di vomito, quando partorisci nelle doglie!
E questa agitò la mano verso la cameretta. Gioco della mamma e della bimba. Una presa già pronta. Da una ragazzina qualunque.
Pensate che i geni spariscano? Crescerà, andrà per la sua strada! Proprio come la madre. Sbrigatevi a riportarla prima che sia troppo tardi!
Maria vide gli occhi di Federico che si dilatavano. Si alzò lentamente.
Vai via, disse a voce bassa.
Rosetta si irrigidì, sorpresa.
Cosa?
Vattene da questa casa! urlò Federico.
Maria si scosse. In sei anni non aveva mai sentito un urlo così.
Federico figliolo Rosetta si aggrappò al tavolo.
Non sono tuo figlio! Federico afferrò la borsa e la scagliò nel corridoio. Che tu non ritorni mai più! Riprendere la bambina? Ma sei impazzita?
Confondi una persona con una cosa? Quella è mia figlia! Mia! E tu tu
Il respiro gli mancava.
Sei un mostro di madre! Vai paese tuo e conta i tuoi puri! Qui non venire mai più!
Dalla stanza della bimba arrivò un pianto. Maria si mosse verso la porta, ma si fermò vedendo il volto di Rosetta farsi terreo.
Rosetta spalancò la bocca, ansimando come un pesce abbandonato sulla riva. Stringeva il cuore e il vestito con le dita.
Federico rantolò. Che bruciore
Poi cedette. Pesantemente, travolse una sedia e cadde a terra come un sacco di farina. Il rumore della caduta si unì al pianto di Bianca.
Maria chiamò lambulanza. Federico si inginocchiò accanto a sua madre, le mani tremanti mentre le apriva il colletto del vestito.
Mamma, cosa succede? Mamma, respira!
Rosetta ansimava.
I medici arrivarono in fretta. Dallingresso il paramedico gridò:
Infarto. Massivo. Barella! Presto!
Quando la porta si richiuse sui medici, Federico si sedette in corridoio, appoggiando la schiena al muro. Fissava il fazzoletto scordato dalla madre, sulla credenza.
Sono stato io a ridurla così? chiese a Maria.
Lei si sedette accanto, stringendogli la mano gelida.
No. È lei, con la sua rabbia.
Ma è sempre stata mia madre, Maria
La donna che voleva buttare nostra figlia come fosse difettosa. Federico, svegliati! Hai difeso la tua famiglia.
Il telefono di Federico iniziò a vibrare dopo unora. Chiamava la sorella Teresa. Poi il fratello Francesco. Federico non rispose.
Poi arrivò un messaggio della zia:
Tua madre è in rianimazione. I medici dicono che non cè speranza. Sei stato tu a distruggerla, sei un maledetto! Ti malediciamo tutti! Non venire neanche!
Ecco. Non ho più nessuno di quei parenti.
Maria lo strinse, sentendo la tensione che lo scuoteva.
No, disse con fermezza. Hai me. Hai Bianca. Siamo noi la tua vera famiglia, quella che non tradisce.
Si alzò e lo prese per mano.
Dai. Bisogna nutrire la bambina. Si è spaventata.
Quella sera sedettero in cucina. Bianca, tranquilla, giocava con le costruzioni sul tappeto accanto ai piedi dei genitori. Federico la guardava come se fosse la prima volta.
Sai, disse di colpo, in una cosa mia madre aveva ragione.
Maria si irrigidì.
In che cosa?
Che i geni non si cancellano con un dito. Ma i geni non sono solo colore degli occhi o forma del naso. Sono il cuore, la capacità di amare.
Mia madre aveva cinque figli e il cuore di pietra. Forse io sono adottato? Perché io so amare. Sì, piccola?
Si chinò e sollevò Bianca. La bimba gli afferrò il naso e rise. Papà, disse, limpida.
Era la prima volta. Prima solo mamma, babba.
Federico restò senza fiato. Le lacrime, trattenute tutto il giorno, scesero sulle sue guance e sul pigiamino rosa.
Papà, ripeté. Sì, piccola. Io sono papà. Nessuno ti porterà via da me.
Rosetta si riprese, ma Federico non tornò più a parlarsi con lei. Per i parenti, lui era ormai il nemico.
Maria non lo ammetteva volentieri, ma dentro di sé era sollevata. Senza offese, crudeltà costanti, la vita è meglio.
Dopotutto che bisogno avevano di quei parenti? Si sta bene anche senza.



