Uscire e dire

Uscire e parlare

Il tasto «Invia» sul sito della scuola era piccolo, mentre il palmo di Caterina era sudato come se stesse stringendo la mano a uno sconosciuto, non il mouse del computer. Nel modulo aveva scritto la verità: «55 anni. Esperienza: recite scolastiche, ho letto alle riunioni». Alla voce «obiettivo» prima aveva digitato «per me stessa», poi cancellato, quindi scritto «voglio imparare a parlare ad alta voce», e solo allora aveva premuto.

Dopo un minuto le era arrivata lemail con indirizzo e orario della lezione di prova. Caterina aveva chiuso il portatile, come se così potesse annullare tutto, ed era andata in cucina. Cera una montagna di piatti, la minestra si stava raffreddando sui fornelli. Aveva preso la spugna quasi senza pensare, ma si era fermata.

Dopo, aveva detto ad alta voce, e il suo tono le aveva fatto provare imbarazzo, come se qualcuno lavesse sentita.

Non ne aveva parlato con nessuno della scuola di dizione. In ufficio, nella contabilità, bastavano già le chiacchiere: chi ha detto cosa, chi ha guardato chi. A casa il figlio, il marito, la suocera al telefono: tutto quotidiano, tutto che pretende. Caterina temeva che se avesse pronunciato: «Vado a scuola di recitazione», sarebbero partiti domande, battute, consigli. E, peggio di tutto, la compassione: «Beh, dai, a cosa ti serve?». Se lera ripetuto anche lei per anni.

La sera fissata Caterina era uscita dalla metro di Milano e aveva cercato a lungo la via giusta, anche se lindirizzo era chiaro. Camminava piano, controllando la borsa: carta didentità, quaderno, bottiglietta dacqua. Sulle scale del portone era stretto, qualcuno scendeva con il passeggino: lei si era stretta al muro per far passare. Il cuore batteva forte come la prima volta davanti a una commissione.

La scuola era al secondo piano, dietro una porta con la targhetta Laboratorio Creativo. Nel corridoio cerano sedie allineate sulle pareti, poster dei precedenti spettacoli appesi in fila. Caterina si era tolta il cappotto, aveva sistemato i capelli davanti allo specchio. Le era parso che le tempie grigie fossero troppo in vista, le aveva lisciate, come a nascondere la verità.

In aula cerano una decina di persone: alcuni ridevano, altri sfogliavano le fotocopie. La responsabile, una donna minuta dai capelli corti, si era presentata come Stefania Rinaldi e aveva invitato tutti a mettersi in cerchio.

Oggi sperimentiamo la voce. Non il volume, ma il sostegno, ha detto. Respiriamo. Niente scuse.

Quel niente scuse aveva colpito Caterina dritta al petto. Si era sorpresa già pronta a dire: «Sono solo di passaggio, volevo solo vedere», ma invece si era messa in cerchio in silenzio.

Il primo esercizio era semplice: inspiro, lungo espiro su sss, poi su zzz. Caterina provava a non guardare intorno, ma notava comunque: accanto, una ragazza poco più che ventenne con unghie colorate e schiena diritta; più in là, un uomo in felpa sportiva con un portamento sicuro. Caterina si sentiva unestranea, come a una festa non sua.

Ora ciascuno dice il proprio nome e una frase qualsiasi, aveva continuato Stefania Rinaldi. Ma non sussurrando.

Quando era arrivato il suo turno, la lingua di Caterina si era incollata al palato.

Caterina, aveva detto subito aggiungendo: Scusate, io

Stop, la responsabile laveva fermata con dolcezza ma decisione. Quella parola oggi non la usiamo. Dillo ancora. Solo il nome.

Caterina aveva deglutito.

Caterina.

E dun tratto aveva sentito: la voce non era così tenue come temeva. Era bassa, leggermente roca, ma viva. Faceva paura e sollievo insieme.

Dopo la lezione Stefania era andata da lei.

Torna al corso, le aveva detto. Hai un bel timbro. E labitudine a nasconderti. È su quella che lavoreremo.

Caterina aveva annuito, quasi fosse qualcun altro. In strada aveva preso il telefono per scrivere al marito che sarebbe tornata più tardi e aveva pensato a lungo cosa dire. Alla fine aveva inviato un breve: «Arrivo dopo, ho corso». Senza specificare quale.

La settimana seguente erano iniziate le prove regolari. Caterina aveva stampato il testo proposto per la prima uscita: un passo di narrativa contemporanea, breve monologo di una donna che impara a dire no. Lo leggeva in cucina, tra un bicchiere e laltro mentre lacqua bolliva per la pasta, ma si bloccava ogni volta. Dimenticava una riga, saltava delle parole. Si arrabbiava con sé stessa come con un bambino capriccioso.

Ma cosa stai borbottando? aveva chiesto il figlio entrando in cucina.

Caterina aveva trasalito, aveva chiuso il foglio in fretta.

Niente. Una cosa di lavoro.

Lavoro: lo scudo più rodato. Le era sembrato vigliacco nascondersi anche con il figlio, ma confessare era ancora più difficile.

Durante le prove Stefania metteva ognuno in piedi al microfono per turno. Era sulla sua base, con filo che andava alla cassa. Caterina ne aveva quasi più paura che delle persone: temeva di pronunciare una parola, che la sua voce si spargesse nella stanza sottolineando ogni tremito.

Non andate incontro al microfono, diceva Stefania. Fate sì che sia lui a venire da voi. Stare dritti. Respirare nella schiena.

Caterina ci provava. Allinizio non riusciva: le spalle si alzavano, il respiro saltava. Sentiva la ragazza giovane che leggeva con facilità, come tra amiche. Caterina si ripeteva dentro: È troppo tardi. Sono ridicola. E poi subito, cercava scuse mentali.

Alla fine una donna della sua età, con golfino grigio e coda legata, si era avvicinata.

Sai fermare bene le pause, le aveva detto. Io sono Silvia. Anche io temevo il microfono, mi smascherava.

Caterina aveva sorriso, per la prima volta quella sera.

Davvero smaschera, aveva detto a bassa voce.

Sì, aveva assentito Silvia. Ma diverso da come pensiamo.

Erano scese insieme fino alla fermata. Silvia parlava del lavoro in ambulatorio, del periodo difficile passato, quando dentro sembrava tutto ovattato. Caterina ascoltava, sentendo sciogliersi qualcosa. Non una vera amicizia, ma la possibilità di non sentirsi sola.

Alla terza lezione cera stato un momento spiacevole. Caterina leggeva il suo pezzo, cercando di respirare con calma. A metà testo si era impuntata su una parola, dimenticandola, e si era fermata. Il silenzio era calato sulla stanza.

Eh, la memoria non è più quella di una volta, aveva sussurrato, non troppo piano, luomo in felpa sportiva.

Caterina aveva sentito le guance in fiamme. Avrebbe voluto rispondere secca, ma istintivamente aveva sorriso come sempre.

Eh, capita, aveva sussurrato.

Stefania aveva alzato una mano.

Succede a tutti, aveva detto. Anche ai giovani. Qui non commentiamo letà. Qui si lavora.

Luomo aveva fatto spallucce, come se nulla fosse. Ma Caterina aveva capito: il suo modo di sorridere davanti alle frecciate era parte della sua voce. Anzi, della sua assenza.

A casa, quella sera, aveva ripreso il testo e ricominciato a leggere, mentre il marito guardava il telegiornale. Lui aveva domandato:

Ma che fai, impari poesie?

Caterina si era bloccata. La gola secca.

No. È mi sono iscritta a delle lezioni. Ci sarà anche uno spettacolo.

Il marito si era staccato dal televisore e aveva fissato Caterina.

Uno spettacolo? aveva chiesto, senza ironia.

Caterina aspettava una battuta, ma lui si era limitato a un cenno.

Se ti serve, vacci. Ma non stressarti.

Parole semplici, senza entusiasmo, ma in quella normalità Caterina sentiva un appoggio vero. Non «sei stata brava», non «sono fiero», ma la libertà di non doversi giustificare.

Prepararsi era stato faticoso. Si svegliava mezzora prima per poter respirare davanti alla finestra mentre la casa dormiva. Palmi sulle costole, inspirava e contava. Ogni tanto tossiva, altre rideva di sé stessa. Sul quaderno annotava: non serrare la mascella, pausa dopo no, guardare il pubblico, non il pavimento.

Una volta Stefania chiese in prova di immaginare chi ci fosse in prima fila, chi volessero davvero raggiungere con il testo.

Caterina vide subito la suocera. Poi la sua capoufficio. Poi sé stessa, nello specchio, con quel sorriso che copriva tutto. Le mani le tremavano.

Non dovete dirlo a tutti, disse Stefania, vedendo il suo turbamento. Sceglietene uno. E parlate con lui.

Caterina scelse sé stessa. Era strano e inquietante, il riconoscersi anche nel pubblico.

Il giorno della rappresentazione arrivò presto. Caterina si era svegliata allalba, ben prima della sveglia. Lo stomaco vuoto, un gelo dentro. Si era alzata, aveva bevuto acqua a piccoli sorsi. Il testo era lì, piegato a metà. Lo aveva aperto, ma in mezzo sembrava vuotoun buco bianco.

Si era seduta, mani sulle tempie.

«Non andrò», aveva pensato. Basterebbe dire che sto male, o che ho unurgenza. Va tutto bene lo stesso.

Ma il marito, assonnato, era apparso sulla soglia.

Ma che fai così presto? aveva chiesto.

Caterina lo aveva guardato ed era stata sincera.

Ho paura. Ho paura di dimenticare tutto.

Lui si era grattato la testa, poi aveva preso il foglio dal tavolo.

Leggimelo, va, aveva detto. Come ti viene.

Caterina voleva rifiutare, ma già stava in piedi. Lesse piano, con esitazione, fermandosi spesso. Il marito taceva. Solo quando lei tornava a scusarsi, sbuffava.

Non stai imparando a non usare quella parola? le aveva fatto notare.

Caterina aveva sorriso.

Sì, però guarda, nemmeno a casa ci riesco.

Vedrai che ci riesci, aveva detto, restituendo il foglio. Tanto ci vai comunque.

In sala, prima della recita, si stava stretti. Si sentiva il frusciare delle buste dei costumi, qualcuno aggiustava il colletto, altri ripetevano a bassa voce. Caterina teneva il testo nella cartellina, per non sgualcirlo. Aveva le dita gelide, nonostante il caldo.

Silvia era andata da lei porgendole la bottiglia.

Bevi. E ora non studiare, aveva detto. Ormai è tardi per imparare. Adesso respira.

Caterina aveva annuito, rimesso la cartellina nella borsa, la borsa su una sedia. Era importante sapere che tutto era a posto, che avrebbe potuto tornare indietro.

In sala erano una cinquantina: palco basso, sipario nero, due fari che abbagliavano. Il microfono stava in mezzo. Caterina aveva guardato il pubblico da dietro le quinte e subito si era pentita. I volti erano indistinti, ma aveva riconosciuto qualche familiare: il marito, seduto vicino al corridoio, e accanto, il figlio, arrivato a sorpresa. Unonda di affetto e panico insieme.

Non ce la faccio, aveva sussurrato a Silvia.

Ce la fai, aveva risposto Silvia. Guarda me, sono lì di lato.

Stefania si era avvicinata, poggiandole una mano sulla spalla.

Non devi essere perfetta, aveva detto. Devi essere viva. Entra, inspira, dì la prima frase. Il resto viene da sé.

Caterina aveva chiuso gli occhi. La bocca secca, la lingua estranea. Inspirò come aveva imparato: le spalle ferme, laria nelle costole. Non era magia, era fisiologia. Ma bastava.

Fu annunciata. Caterina salì. Il pavimento era solido, appena scivoloso. Si posizionò davanti al microfono. La luce le abbagliava gli occhi: così, il pubblico era quasi invisibile. Sentì un aiuto inatteso.

Aprì la bocca, ma rimase ferma un secondo. Il vuoto mentale. In prima fila vide il marito, le mani sulle ginocchia, il volto sereno. Vide il figlio che non fissava il cellulare, ma lei. E capì: non si aspettavano da lei la perfezione. Volevano solo esserci.

Di solito parlo piano, disse la prima frase. La voce vacillava, ma uscì.

Il resto venne da sé. Non ricordava ogni parola a memoria, ma le frasi si concatenavano. A un certo punto invertì lordine e per un attimo si bloccò, ma riprese fiato e continuò con quello che ricordava. Nessuno rideva, nessuno commentava. Cera silenzio, un silenzio che ascoltava.

Al punto no fece la pausa segnata nel quaderno. E per la prima volta, non sorrideva per addolcire. Solo pronunciava.

Alla fine indietreggiò di un passo, senza scordare che il microfono doveva restare, e le mani potevano stare scoperte. I palmi tremavano, ma li tenne bene in vista. Fece un breve inchino.

Gli applausi non furono fragorosi, ma veri, caldi. Una voce disse grazie, ed era proprio per Caterina.

Dietro le quinte si appoggiò al muro: le gambe molli come dopo tante scale. Silvia la abbracciò in fretta, con amicizia.

Sei salita, le disse.

Caterina annuì. Avrebbe voluto piangere, invece sentiva una calma nuova: come se avesse finalmente occupato uno spazio che aveva sempre evitato.

Dopo lo spettacolo rimasero a lungo. Molti cercavano le loro cose, altri si facevano una foto insieme. Caterina andò alla sedia dove aveva lasciato la borsa, controllò la zip, prese la cartellina. Il foglio era un po stropicciato e con langolo piegato. Scorrendo le dita sulla carta, capì che non voleva buttarlo subito. Serviva come prova: era successo davvero.

Il marito e il figlio le si avvicinarono nel corridoio.

Era a posto, disse il figlio cercando di sembrare indifferente, ma con gli occhi che brillavano. E pure interessante.

Il marito annuì.

Avevi voce. Non come in cucina.

Caterina sorrise, breve.

In cucina sono sempre di corsa, disse. Poi, senza pensarci troppo: Voglio continuare.

Uscirono insieme nel viale. Caterina si abbottonò il cappotto, aggiustò la sciarpa. Dentro ancora un po tremava, ma era una vibrazione buona: il corpo si ricordava che aveva fatto il passo.

Il giorno dopo Caterina si presentò in anticipo in sala. Il corridoio era vuoto. Si avvicinò al tavolo della segreteria, dove cerano i moduli, e compilò il modulo per il livello successivo. Alla voce obiettivo stavolta non cercò le parole giuste: scrisse solo Parlare.

Quando Stefania Rinaldi uscì dal suo studio, Caterina alzò lo sguardo.

Io resto, disse.

Bene, rispose la responsabile. Allora scegli un nuovo testo.

Caterina prese la cartellina e la strinse forte al petto. E andandosene verso laula, si sorprese a non aver pronunciato neppure una scusa. Era un cambiamento piccolo, quasi invisibile, ma dentro risuonava più forte di qualsiasi applauso.

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