UN MARITO VALE PIÙ DI TANTE AMARE DELUSIONI —Igor, questa è stata l’ultima goccia! Basta, divorziam…

MARIO È PIÙ IMPORTANTE DI QUALSIASI DOLORE

Mario, questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso! È finita, voglio il divorzio! Non provare nemmeno a inginocchiarti come al solito, non servirà! ho messo un punto definitivo al nostro matrimonio.

Mario, ovviamente, non ci poteva credere. Mio marito era sicuro che tutto sarebbe andato come al solito: si sarebbe messo in ginocchio, avrebbe chiesto perdono, magari mi avrebbe regalato un altro anello, e io, come sempre, lavrei perdonato. Era già successo altre volte. Ma questa volta, ho deciso davvero di chiudere per sempre con lui. Le mie dita, persino i mignoli, erano piene di anelli, ma di vita, nella mia vita, ormai non ce nera più. Mario affogava i problemi nel vino, in modo continuo e senza rimorsi.

E pensare che tutto era cominciato in modo tanto romantico. Il mio primo marito, Edoardo, era scomparso nel nulla. Era successo negli anni novanta, anni difficili, da paura, erano. Edoardo aveva un carattere difficile, lo ammetto. Aveva lo spirito da aquila, ma la forza di una zanzara. Se qualcosa non gli andava, si montava la testa e iniziava a litigare con tutti. Sono certa che Edoardo sia rimasto coinvolto in qualche brutto affare. Da allora, nessuna notizia, niente. Sono rimasta sola con due figlie: Lucia, che aveva cinque anni, e Raffaella, appena due.
Cinque anni sono passati dalla sua misteriosa sparizione.

Credevo di impazzire. Amavo molto Edoardo, nonostante il suo carattere impulsivo. Stavamo sempre insieme, una cosa sola. Mi ero convinta: la mia vita era finita, avrei cresciuto le bambine e basta. Mi ero cancellata da sola. Però Il periodo era duro, durissimo. Lavoravo in fabbrica, e mi pagavano con ferri da stiro. Bisognava rivenderli per comprare qualcosa da mangiare. Nei weekend mi toccava andare al mercato.

Era inverno ed io ero gelata fino alle ossa mentre cercavo di vendere quei ferri da stiro al mercato, quando mi si è avvicinato un uomo.

Ragazza, tremi dal freddo? mi chiese, molto gentile.
Si vede così tanto? tentai di scherzare, anche se i denti battevano. Eppure la sua vicinanza mi trasmetteva calore.

Ho detto una sciocchezza, lo so. Entriamo in qualche bar a scaldarci? Ti aiuto io con i ferri da stiro.

Daccordo. Altrimenti muoio dal freddo, dissi tremando.

Alla fine andammo vicino casa mia; gli chiesi di aspettare allingresso con la borsa mentre io prendevo le bambine allasilo. Corsi più velocemente che potevo, sentivo le gambe di ghiaccio. Ma dentro di me sentivo un calore diverso, una sicurezza. Tornando con le bimbe dallasilo, già da lontano vidi Mario (si era presentato così). Fumava e batteva i piedi, impaziente. Pensai: “Gli offro un tè, e poi vediamo che succede!”

Mario mi aiutò a portare la borsa fino al sesto piano. Lascensore, naturalmente, era guasto. Mentre io salivo con le bambine, Mario faceva già per andarsene.

Aspetta, mio salvatore. Non puoi andare via prima di bere un tè caldo! lho trattenuto afferrandogli il braccio gelido.

Non disturbo? si guardava le bambine con dolcezza.

Ma figurati! Dai, prendi le bimbe per mano e io metto su il bollitore, gli proposi senza esitazioni.

Non volevo perderlo. Ormai sentivo che era già parte della mia vita. Mentre prendevamo il tè, Mario mi offrì un lavoro come sua assistente. Il compenso era maggiore di quello di un anno in fabbrica, coi ferri da stiro.

Accettai senza esitare. Volevo quasi baciarli le mani per quellaiuto…

Mario era al secondo matrimonio, ancora alle prese col divorzio. Aveva un figlio dalla prima moglie. E da lì è iniziato tutto…

Ci siamo sposati poco dopo. Ha adottato le mie bambine. Abbiamo comprato un appartamento di quattro stanze, arredato con mobili e elettrodomestici di pregio. Poi la casa in campagna. Ogni anno le vacanze al mare: una vita doro, sembrava.

Sette anni di felicità senza nuvole. Ma, forse perché sentiva di aver raggiunto tutto, Mario ha iniziato a bere sempre più spesso. Allinizio non davo peso: lavorava tanto, si stancava, anche lui aveva diritto a rilassarsi, pensavo. Ma quando ha iniziato a esagerare anche sul lavoro, mi sono preoccupata. Parlare, insistere, non serviva a niente.

Bisogna dire che sono un tipo impulsivo. Così, per scuoterlo, decisi di dargli un altro figlio. Avevo già trentanove anni. Le mie amiche si divertivano sentendo il mio piano.

Vai, Giuliana, magari ci facciamo anche noi un pensierino di diventare mamme a quarantanni! ridevano.

Io però ho sempre detto:
Se abortisci, magari poi ti penti amaramente; ma se un figlio lo tieni, pure se non era previsto, non te ne pentirai mai.

E così sono arrivate due gemelle! Ora avevamo quattro figlie. Ma Mario non smise con il vino. Ho sopportato, fino a che ho sentito il bisogno di andarmene in campagna, mettere su un piccolo allevamento, animali, aria sana per le bambine, e magari Mario avrebbe avuto meno tempo per bere.

Abbiamo venduto casa e campagna, e comprato una villetta in un paese vicino, dove abbiamo aperto un bellissimo ristorante. Mario prese la passione per la caccia: fucile nuovo, tutti gli accessori, e il bosco era pieno di selvaggina.

Le cose andavano abbastanza bene, fino a quella volta maledetta che Mario si ubriacò ancora. Non so cosa avesse bevuto, ma divenne irriconoscibile! Distrusse i piatti, i mobili e poi arrivò anche a noi. Prese il fucile e sparò al soffitto!

Io e le bimbe corsi dai vicini a rifugiarci. Fu un incubo.

La mattina dopo tutto taceva. Siamo rientrate. Era uno spettacolo da paura. Purtroppo le bambine videro tutto quel disastro. Non cera più nulla: sedie rotte, stoviglie a pezzi, niente letti, niente da mangiare. Mario dormiva a terra, svenuto.

Raccolsi ciò che era rimasto e con le figlie andai da mia madre, che viveva nello stesso paese. Mamma era sconvolta:

Oh, Giuliana, e ora che ne faccio io di tutte queste nipotine? Torna da tuo marito. In una famiglia capita di tutto, tutto si aggiusta.

Mamma ha sempre avuto la regola: meglio soffrire ma conservare luomo accanto, specie se bello.

Dopo due giorni si presentò Mario. E lì decisi: era finita. Tra laltro lui non ricordava nulla di quella notte. Non credeva nemmeno al mio racconto. Ma io avevo chiuso. I ponti con lui erano bruciati.

Non sapevo come avremmo fatto. Ma meglio la miseria che rischiare la vita accanto a lui.

Vendetti il ristorante per due soldi, solo per poterci trasferire via in fretta. Trovammo rifugio in un paesino vicino, in una casa minuscola. Le figlie grandi trovarono lavoro e poi, grazie a Dio, misero su famiglia.

Le gemelle erano in quinta elementare. Tutte amavano Mario come padre, e restavano in contatto con lui. Quindi, tramite loro, sapevo sempre come stava. Mario mi supplicava, tramite le ragazze, di tornare insieme. Anche loro insistettero: Mamma, perdona papà, è cambiato, ti ha chiesto scusa mille volte. Pensaci, mamma, ormai non hai più venticinque anni”

Ma io rimanevo ferma. Volevo la tranquillità, basta drammi e avventure.

Sono passati due anni.

Mi è cominciato a mancare Mario. La solitudine mi pesava. Ho dovuto impegnare tutti gli anelli che Mario mi aveva regalato. Non sono mai riuscita a ricomprarli. Mi dispiaceva. Ripensavo a comera la nostra vita, allamore che cera in casa. In fondo Mario aveva amato tutte le figlie allo stesso modo, aveva sempre avuto parole gentili e non esitava a chiedere scusa. Era una famiglia vera. A ciascuno il proprio destino, la propria felicità, pensavo. Cosaltro potevo desiderare?

Ora le figlie grandi chiamavano solo al telefono, troppo impegnate per venire a trovarmi. Capisco, era giusto così. Le gemelle prima o poi avrebbero spiegato le ali e volato via, lasciandomi sola.

Allora ho convinto le gemelle a chiedere a Mario un po come vivesse, se cera unaltra donna. Le bambine hanno chiesto tutto. E ho scoperto che viveva e lavorava in unaltra città, non toccava più alcool, era solo, single. Aveva lasciato il suo indirizzo alle figlie. Così, per ogni evenienza

E così, ormai sono cinque anni che siamo di nuovo insieme.

Lho sempre detto: sono uno che rischiaVivere di nuovo sotto lo stesso tetto non è stato facile, almeno allinizio. Avevamo entrambi paura: io di soffrire ancora, lui di deludere di nuovo. Ma i nostri tempi sono cambiati. Ogni sera ci sediamo insieme sul divano, a sorseggiare una tisana calda, e parliamo sottovoce, come non avevamo mai fatto in trentanni. Mi sorprendo a guardare le sue mani: non tremano più. Dopo cena usciamo spesso per una passeggiata lenta, a braccetto, ridendo delle sciocchezze delle nostre figlie ormai donne, o dei gesti buffi del nostro vecchio cane, che ci ha seguiti in tutte le case.

La casa è ancora piccola, a volte troppo silenziosa, e le pareti conservano le tracce dei nostri sogni e delle nostre paure. Ma il profumo del caffè al mattino è lo stesso di trentanni fa, e Mario, adesso, mi prepara la colazione, anche se ride dicendo che il suo cappuccino sa ancora di polvere e nostalgia.

Non tutto è tornato come prima. Anzi, nulla lo è davvero. Siamo cambiati entrambi pieni di cicatrici e più lenti nei movimenti e nei pensieri ma più veri. Ogni volta che Mario mi prende la mano, la stringe piano, con quella dolcezza antica di chi ha rischiato di perdere tutto, e ora ha riscoperto il valore di ciò che ha. A volte, la notte, mentre lui dorme e io guardo la luna fuori dalla nostra finestra, penso che la felicità non sia mai perfetta, né esente da dolore. Ma oggi, proprio grazie a quello che abbiamo passato, la riconosco, nascosta tra le pieghe del quotidiano.

E così, dopo aver perso, lottato, amato storto e ricominciato, ho imparato che Mario è più importante di qualsiasi dolore, proprio perché il dolore senza di lui avrebbe avuto solo il vuoto. Insieme, abbiamo costruito qualcosa che somiglia alla pace. Non sarà la favola perfetta delle mie giovinezze, ma in questa verità cè una felicità più profonda, quella che resiste anche quando le mani invecchiano e il cuore dimentica le tragedie per conservare solo ciò che conta davvero: la certezza di potersi ancora amare ogni giorno, contro ogni paura, nonostante tutto.

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