Se solo tutti avessero “aiuti” così: la storia di Polina, tre figli, una suocera invadente e il cora…

Magari a tutti così aiutassero

Paoletta, oggi passo da voi, ti do una mano con i nipotini.

Paola reggeva il telefono tra spalla e orecchio, cullando contemporaneamente il piccolo Massimo che urlava come se fosse stato abbandonato in mezzo alla savana.

Signora Adele, grazie, ma in realtà ce la cav…

Tuu-tuu-tuu. La suocera aveva già chiuso la chiamata.

Dal salotto arrivò il rumore sordo di qualcosa che cadeva: era Sandro che aveva rovesciato la scatola dei mattoncini, mentre Martina urlava felice lanciandoli per tutta la stanza. Massimino gridava in braccio a sua madre come se non fosse stato nutrito da settimane, pur avendo appena finito il biberon da venti minuti.

Paola gettò uno sguardo ad Antonio. Lui, in perfetta mimetizzazione da homo divanensis, era sprofondato sul sofà con lo sguardo fisso sul cellulare, rapito dal display come se stesse risolvendo una crisi internazionale. Troppo impegnato per essere vero.

Hai chiamato tua madre.

Non era una domanda. Era un verdetto.

Antonio sollevò appena le spalle, senza smettere di guardare il telefono.

Beh… sì. Lo vedo che fai fatica. Mamma ci dà una mano…

Paola voleva dire che ce la stava facendo. Che il suo aiuto non le serviva proprio. Che in quei tre mesi dalla nascita di Massimo, era comunque riuscita a tenere pulita casa, nutrire tre figli e perfino, talvolta, dormire. Ma Massimo riprese a piangere e lei si rifugiò in camera, cullando il piccolo e preparando il cuore allarrivo della signora Adele.

La suocera fece il suo ingresso a ora di pranzo, trascinando due valigioni e col volto di chi fosse stata chiamata ad arginare lAlluvione del Po.

Madonnina santa, Paola, hai una faccia che sembri uscita da un film di Fellini! dichiarò Adele, lanciando uno sguardo da supervisore INPS al soggiorno. E guarda che disastro. Tranquilla, sono qui io: ora aggiustiamo tutto, vedrai che andrà bene.

La sera del primo giorno, Paola già rimpiangeva di non aver sprangato la porta con una spranga di ferro e una madonnina di gesso.

E quello cosè? la suocera guardava con sospetto la tavola dove Paola tagliava le zucchine.
Eh… Uno spezzatino di verdure. Ai bambini piace.
Spezzatino di verdure? Adele pronunciava quelle parole come se Paola stesse infarcendo i nipoti col veleno per topi. Ma va, ma va! Antonio vuole la pasta e fagioli, come la preparo io. Spostati, penso a tutto io.

Paola si staccò dai fornelli, brandendo il coltello per verdure come un guerriero Sannita, ma alla fine si arrese.

La mattina dopo, la sveglia Adele suonò alle sette, anche se Massimo aveva smesso di piangere solo alle cinque.

Paola! Come hai vestito questi bambini? Ma che spettacolo è questo?

Sandro e Martina indossavano le loro tute preferite: una gialla canarino e una rossa acceso. Paola le aveva scelte apposta per identificarli da lontano al parco giochi.

Sono vestiti normali.
Normali??? Questo chiama normale? Adele già armeggiava tra la valigia e tirava fuori golfini beige e pantaloni grigi. Sembrano due bandiere del carnevale! E poi fa fresco, si ammalano. Ho portato cose calde, tranquilla.
Ma stanno bene così…
Paola. La suocera si bloccò, braccia incrociate e occhio lucido di commozione. Sono venuta ad aiutarti. E tu rispondi male, mi contraddici. Io sono più grande, io ho tirato su Antonio, so io cosa è giusto. Tu… tu non mi rispetti. Non mi apprezzi.

Adele simulò un tuffo nel melodramma, mano sul petto, sedendosi con fare da vittima del Grande Rifiuto.

Antonio spuntò dalla camera, lanciò unocchiata alla madre, poi a Paola.

Dai, ma che esageri di nuovo? sussurrò alla moglie. Mamma vuole solo il meglio. Ah, se tutti ci aiutassero così…

Paola non rispose. Rivestì i gemelli di grigio e beige, fece un sorriso stirato alla suocera, e sentì un altro pezzetto di se stessa schiantarsi.

Alla fine della settimana, la casa era oramai territorio di Adele. Aveva ridisegnato lassetto della cameretta: le culle adesso erano messe nel modo giusto. Nuovi orari: i bimbi dormivano e si svegliavano secondo il sacro regolamento della nonna. Paola allattava Massimo sotto il suo sguardo inquisitore, mentre piovevano commenti persino sullinclinazione del biberon.
Antonio era scomparso: ogni mezzora si rifugiava sul balcone fingendo di osservare il panorama ma, in realtà, fuggiva dallassedio.

Paola non dormiva più. Notti passate a fissare il soffitto e a tremare per ogni scricchiolio del corridoio magari Adele era in spedizione punitiva per controllare che i nipoti dormissero ben stesi.

Al mattino si trascinava fuori dal letto, con le mani che tremavano anche col miglior caffè espresso.

Il giovedì sera, Paola aprì il mobiletto del latte in polvere e rimase di sasso.
Gli scaffali erano vuoti.

Adele, la chiamò in cucina, dove la suocera tritava cavolo per la solita pasta e fagioli. Dovè il latte di Massimo?
Lho buttato via. Adele manco si voltò. Roba chimica. Fa male. Ho comprato quello buono.

Indicò una confezione sul tavolo.

Era quella marca fatta di roba discutibile da discount, il tipo che aveva già fatto venire a Massimo uno sfogo tremendo settimane prima.

Gli dà allergia.
Ma va! la suocera agitò la mano. Lallergia è perché non lo nutri bene. Vedrai che ora tutto filerà liscio.

Paola fissò quella scatola. E poi la suocera, che tagliava il cavolo serafica. Pensò ad Antonio, di sicuro esiliato sul balcone. Qualcosa dentro scattò. Un clic silenzioso, ma definitivo.

…Quaranta minuti dopo, Paola era già in taxi: Massimo in braccio, Martina e Sandro addosso le loro tute gialle e rosse appena recuperate dal fondo della valigia della suocera, e una borsa con lo stretto indispensabile nel bagagliaio.

Dalla mamma, Paola si sciolse sulla soglia in un mare di lacrime.

Mamma, non ce la faccio più. Non posso vivere così…

La madre la abbracciò, la portò in cucina e le preparò un tè. Le accarezzava i capelli mentre Paola piangeva nel bicchiere come una fontana sul Canal Grande.

Tranquilla, tesoro. Tutto si sistema. Restate qui da me.

Il telefono cominciò a vibrare alle undici e smise alle tre di notte.

Paola, ma che stai facendo?! urlava Antonio al telefono. Mamma è fuori di testa! Voleva solo aiutare! Tu la scacci!
Io voglio vivere tranquilla! sibilava Paola, cercando di non svegliare i bambini. Ha buttato il latte! Massimo è allergico a quel schifo che tua madre ha comprato!
Allergico, certo! Esageri come sempre! Mamma sa meglio di te, è più grande!
Allora fatti aiutare da lei!
Sei una ingrata isterica ringhiò Antonio. Senza mia madre non ce lavresti mai fatta. Torna qui subito.
Non torno finché cè tua madre.

Silenzio. Poi Antonio ringhiò:

Fai come vuoi, e chiuse.

Il mattino seguente, Paola andò in Comune e presentò richiesta di separazione.

Tre giorni dopo tornò a casa a prendere la roba, da sola, lasciando i figli alla madre.
Adele la accolse sulla soglia.

Paola, ma come puoi lasciarci così? Allontanare i bambini dal papà! Respingere la nonna! È crudele! Disumano! Ho dato tutto per voi, mi sono fatta in quattro! Magari a tutti così aiutassero come ho fatto io!

Paola la fissò. Quella donna che le aveva stravolto la vita col pretesto del voglio aiutarti. Quella che aveva buttato via il buon latte e preso quello che dava reazione al figlio. Quella che aveva spostato mobili, rivestito i bambini, bandita dai fornelli e portata allesaurimento.

Sopravvivete pure, da soli non vi succede nulla, sentì dire a se stessa con una voce glaciale, che stentava a riconoscere.

Adele sbiancò e prese aria come una carpa. Antonio sbucò dalla stanza, agguantò Paola per un polso.

Ma sei impazzita? Come ti permetti con mia madre?

Paola si liberò con uno strattone. Guardò quel marito, ormai uomo ma ancora adolescente col cordone ombelicale ben saldo.

Non toccarmi.

Attraversò la casa, raccolse le sue cose rimaste, le ficcò in valigia e se ne andò, senza voltarsi.

…Il divorzio arrivò dopo due mesi. Antonio provò a chiamare qualche altra settimana, poi capitolò. Adele inviò un papiro per accusare Paola di aver distrutto la famiglia e rovinato la vita al figlio. Paola cancellò tutto senza nemmeno leggere.

A casa della mamma lo spazio era poco, ma la pace era tanta. Di notte si alzava per Massimo, cullandolo in cucina e guardando fuori dalla finestra il buio romano. Di giorno passeggiava con i gemelli al parco, offriva loro minestrone e vestiva i piccoli con le solite tute colorate.

Dopo sei mesi Sandro e Martina andarono allasilo. Paola trovò lavoro online revisionava testi la notte, mentre i bambini dormivano. I soldi bastavano. Non per la vita di lusso, ma per tutto il necessario sì.

La sera si spalmava sul divano, Massimo russava nella culla, e i gemelli le si arrampicavano addosso chiedendo favole. Paola raccontava I tre porcellini, cambiando voce a ogni personaggio, facendosi ridere da Martina e conquistando solenni approvazioni da Sandro.
Allora Paola si lasciava andare allo schienale, guardava i suoi bambini e sentiva di aver fatto la cosa giusta. Sarebbe stata dura, a crescere tre figli da sola; a volte sarebbe stata stanca, a volte sola, a volte spaventata. Ma era la strada giusta.

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