Ho smesso di parlare con mio marito dopo la sua figuraccia al mio compleanno: per la prima volta l’h…

Da giorni non rivolgo più la parola a mio marito dopo la vergognosa scenata che ha fatto al mio compleanno, e per la prima volta ho visto la paura nei suoi occhi.

Allora, signori, alziamo i bicchieri e brindiamo alla festeggiata! Quarantacinque anni una vera donna è come un buon Chianti, invecchia ma acquista carattere! Anche se, diciamolo, nel tuo caso Anna sembri più una prugna secca… ma si sa, fanno bene alla salute! la voce di Marco risuonava alta nella sala del piccolo ristorante di periferia, superando persino la musica in sottofondo.

Gli invitati, seduti intorno al lungo tavolo imbandito, si bloccarono un istante. Qualcuno rise nervosamente per mascherare limbarazzo, qualcun altro fissò il piatto cercando di trovare unoliva alla quale aggrapparsi con lo sguardo. Anna, al capo tavola col suo abito blu notte nuovo di zecca, scelto dopo settimane, sentì il sangue scivolarle via dal volto. Il sorriso, impresso a forza sulle labbra dalla mattina, si trasformò in una smorfia dolorosa.

Marco, compiaciuto della propria battuta, buttò giù lo shot di grappa e precipitò sulla sedia accanto alla moglie, cingendola con un braccio pesante e sudato.

Ma dai, perché questa faccia? Anna ha senso dellumorismo, capisce lo scherzo! O no, amore mio? le diede una pacca sulla schiena come farebbe con un compagno negli spogliatoi. E poi, sempre risparmiosa tu… Questo vestito, quanti anni ha ormai? Tre? Eppure sembra appena comprato!

Era una bugia. Labito era nuovo, comprato con i risparmi dei lavori di traduzione che Anna si era sudata. Rispondere, davanti ad amici, colleghi e parenti, avrebbe voluto dire trasformare la serata in una scenata. Con calma si sfilò il braccio di Marco dalla spalla e bevve lentamente un sorso dacqua. Un grumo di ghiaccio le si piantò nello stomaco. Un tempo avrebbe risposto con una battuta, magari: Limportante è che tu non faccia la muffa, caro, ma quella sera dentro di lei si era rotto qualcosa.

Il resto del festeggiamento scivolò via per inerzia. Marco beveva, si faceva sempre più sguaiato, si mise a invitare a ballare le giovani colleghe di Anna, sproloquiava di politica e di quanto le donne abbiano rovinato questo paese. Anna riceveva auguri, ringraziava educatamente e si assicurava che tutti avessero abbastanza da mangiare, ma in modo meccanico, come una marionetta con i fili tagliati. Nella sua testa era calata una silenziosa serenità, unassenza di rumore che inghiottiva persino la voce ubriaca di suo marito.

Tornarono a casa tardi. Marco, senza nemmeno togliersi bene le scarpe, si trascinò in camera.

Ah, ce la siamo spassata, mugugnò mentre si slacciava la camicia. Ma il tuo capo, quel Sandro, mè sembrato un tipo strano. Mi fissava. Sarà geloso di me, che ho una moglie così… paziente. Oh, Anna, mi porti dellacqua? Sto morendo di sete.

Anna rimase in corridoio a fissare la propria immagine riflessa nello specchio: occhi cerchiati, mascara sciolto. Si tolse le scarpe, le posò con cura sulla scarpiera. Poi si diresse in cucina, ma non andò a prendere lacqua per Marco. Si versò un bicchiere per sé e lo bevve piano, guardando oltre la finestra il traffico notturno lungo via Cavour. Poi passò in salotto, prese coperta e cuscino dallarmadio e preparò il divano.

Anna, dove sei? Portami lacqua! la voce si fece strada dalla camera.

Spense le luci del corridoio, si sdraiò sul divano e si coprì con la coperta. Era notte, ma il sonno non arrivava. Niente pensieri di ripicca o scandali, solo una lucidissima consapevolezza: questa era stata lultima volta. Il limite era stato raggiunto, il bilancio azzerato.

La mattina dopo, nessun rumore familiare di moka accesa. Di solito Anna si alzava mezzora prima per preparare la colazione e il pranzo a Marco, stirare una camicia, sistemare la giornata. Quella volta, Marco fu svegliato solo dalla suoneria e dal silenzio. Nessun odore di caffè a pervadere la casa.

Trascinandosi in cucina mentre si grattava la pancia, la vide seduta composta, già pronta per uscire, con un tablet davanti e una tazza ormai vuota.

E la colazione? sbadigliò, spalancando il frigorifero. Pensavo ci fossero i tuoi famosi pancake. Avevamo ancora la ricotta.

Anna non distolse nemmeno lo sguardo. Sfogliò lentamente una pagina, bevve un sorso di thé ormai freddo e tornò alla lettura.

Anna! Mi senti? Marco si girò, un salame in mano. Sei diventata sorda?

Lei si alzò, si mise la borsa a tracolla, controllò le chiavi, uscì.

Dove vai? E la camicia? Quella blu è ancora da stirare!

La porta sbatté dietro di lei. Marco restò in cucina in mutande col salame in mano, incapace di capire.

Bah, sarà la solita crisi, borbottò affettando una fetta. Queste donne, sempre drammatiche…

Quella sera, tornando a casa, la trovò vuota. Strano: di solito Anna rincasava prima. La chiamò. Solo squilli, nessuna risposta. Scaldò qualche avanzo di pasta, mise su una serie tv. Decise: domani avrebbe chiarito tutto.

Anna tornò quando Marco già russava sul letto. Lui non la sentì nemmeno preparare il divano in salotto. Lindomani, la stessa storia. Niente colazione, niente buongiorno, niente pranzo pronto. Anna si preparò e uscì, in silenzio.

Il terzo giorno Marco perse la pazienza.

Senti, hai finito di fare la bambina? le urlò vedendola indossare le scarpe allingresso. Ho detto una parola di troppo, sarà capitato a tutti, no? Abbiamo bevuto, rilassati! Mica sei la Regina dInghilterra! Scusa, ok? Finita la storia. E i miei calzini neri? Non ce nè nemmeno un paio!

Anna lo guardò con occhi calmi, distanti, come si guarda una macchia sulla parete: fastidiosa, ma non letale. Si voltò senza dire nulla, prese lombrello e uscì.

Verso il weekend la casa iniziò a cambiare. I vestiti di Marco che prima si trovava perfettamente puliti e stirati si accumulavano in una sedia. Niente più piatti pronti in frigo: solo uova, verdura e latte. Neanche le sue amate lasagne o il ragù. Le stoviglie sporche restavano dove le lasciava, a incrostarsi.

Marco si impuntò: Vedrai che prima o poi la nausea avrà la meglio e laverà tutto lei. Invece Anna lavava e usava solo un piatto e una forchetta, sempre per sé, e li riponeva subito. La montagna di piatti di Marco cresceva.

Il sabato provò a cambiare strategia: portò a casa una torta e un mazzo di crisantemi.

Dai Anna, basta con questo broncio, poggiò la torta sul tavolo mentre lei lavorava al computer. Prendiamoci un tè, va…

Lei alzò gli occhi su di lui, spenti. Sospirò, ripose il laptop e lasciò la cucina. Poco dopo sentì lacqua della doccia scorrere.

Marco buttò i fiori nel bidone, furioso.

Fai pure come vuoi! Pensavi che senza di te sarei morto? Vivevo da solo quando tu non sapevi manco cucinare! Manipolatrice…

Ordinò una pizza, si stappò una birra e si mise a guardare il calcio col volume a palla. Anna uscì dal bagno in pigiama, gli passò accanto come se fosse invisibile, indossò i tappi per le orecchie e si sdraiò sul divano rivolgendogli la schiena.

Passò un mese così. Marco attraversò tutte le fasi: rabbia, tentativi di litigio, regali inutili, indifferenza per ripicca. Ma è dura ignorare chi si fa invisibile. Era come giocare a tennis contro un muro: la palla sempre ritorna, ma il muro non sente nulla.

Si accorse che la sua vita pratica si sgretolava. Doveva stirarsi le camicie da solo: sgualcite e tristi. La roba da asporto svuotava il portafoglio e le sue proverbiali gastriti peggioravano. Anna puliva solo i propri spazi: il resto si ricopriva di polvere.

Il peggior incubo lo colpì un martedì sera. Tornò a casa, stanco e nervoso dopo una sfuriata del capo. Tentò di pagare la rata della macchina dal telefono la sua macchinona, il SUV preso due anni prima…

Sul display: Saldo insufficiente.

Marco sgranò gli occhi. Come?! Lo stipendio era arrivato solo ieri! Guardò la cronologia dei movimenti. Era abituato a versare sul conto comune: da lì si pagavano bollette, spesa, rata dellauto; il resto se lo teneva per sé. Anna copriva con il suo stipendio ciò che mancava sempre, da anni.

Ora, sul conto, cerano solo i suoi soldi. Troppo pochi per la rata. Aveva speso troppo per un danno al paraurti e per due uscite importanti con gli amici, convinto che Anna sistemerà.

Entrò in soggiorno furente. Anna leggeva un libro.

Ma che roba è questa?! urlò puntandole il telefono in faccia. Guarda che domani la banca si prende la macchina!

Anna chiuse il libro con calma.

Dove sono finiti i tuoi soldi, Anna? È il momento di collaborare!

Niente. Silenzio.

Oh, sei diventata muta?! Sto parlando! Mi beccherò pure la mora!

Anna sospirò, prese una cartellina e ne estrasse un foglio. Glielo porse.

Era una richiesta di separazione.

Marco la lesse con occhi strabuzzati: …cessazione della comunione domestica…, …relazione coniugale interrotta….

Ma sei impazzita? la voce salì di tono, strozzata dal panico. Per una battuta? Per un brindisi? Anna, hai perso il senno? Venti anni buttati così?!

Anna prese un blocchetto e, con la scrittura rapida di chi sa esattamente quello che vuole, gli mise davanti una frase:

*Non è per la battuta. È perché non mi rispetti, da troppo tempo. Lappartamento è mio, eredito da mia nonna. Lauto è intestata a te. Io chiedo la divisione dei beni. Puoi tenerti la macchina, ma la metà dei soldi versati fino ad ora spettano a me. Io vado da mamma in campagna, per la durata del processo. Ci vediamo domenica: hai tempo per trovare un alloggio.*

Marco lesse e sentì il pavimento scomparire sotto i piedi. Lappartamento. Già: era di Anna, il trilocale nel palazzo depoca preso molto prima che lui arrivasse. Si era abituato a sentirlo suo. Era a malapena registrato li dentro.

In campagna? E io dove vado? Non ce la faccio con lo stipendio… cè la rata, gli alimenti a Francesco per altri dodici mesi… Non ce la faccio!

Anna lo guardò senza odio, solo stanca. Scrisse ancora:

*Sei un adulto: te la caverai. Alla festa hai detto che sono una rottamata. Cosa vivi a fare con una rottamata? Trova una donna giovane ed energica. Io voglio la pace.*

Ma era uno scherzo! gridò Marco, in ginocchio. Dai, Anna… scusa la stupidaggine! Vuoi che mi inginocchio?

E lo fece davvero, cercando la sua mano. Anna la ritrasse con disgusto, si alzò. Andò in camera a preparare la valigia.

In quel momento, il vero terrore prese Marco. Non solo perdeva la moglie: perdeva la sua routine. Chi avrebbe cucinato? Chi avrebbe ricordato le visite dal medico, ascoltato i lamenti sul lavoro, coperto i buchi nel bilancio familiare?

Era solo. Gli amici? Buoni per le serate, ma nessuno disposto ad offrirgli un letto. La madre? Una pensionata con tre gatti e un carattere peggiore della grandine.

Corse in camera, strinse le mani supplichevoli.

Anna, non farlo… Andiamo da uno psicologo insieme, mi curo, smetto di bere, faccio quello che vuoi…

Nemmeno si voltò. Il click della valigia fu come uno sparo.

Non puoi andartene di sera, almeno resta fino a domattina… le sbarrò la strada Parliamone…

Per la prima volta da un mese, nei suoi occhi qualcosa vibrò: compassione. Ma quella compassione triste che si prova per un animale ferito, irrecuperabile.

Scrisse e mostrò:

*I veri affetti non umiliano chi li ama. Ho sopportato la tua indifferenza per dieci anni: pensavo fossi fatto così, invece è solo mancanza di rispetto. Ti credevi troppo sicuro. Hai sbagliato. Lasciami passare.*

Scavalcò placida il suo braccio, trascinando la valigia.

La macchina non la cedo! urlò, disperato nel veder svanire ogni appiglio E i soldi non li avrai!

Anna, davanti alla porta, si mise il soprabito. Si voltò: per la prima volta da settimane, usò la voce, roca, di sempre, che a lui fece venire i brividi.

Li riavrò, Marco. Per vie legali. E pagherai anche le spese. Ho già scelto un avvocato. Il premio che volevi per il mulinello nuovo lho messo da parte per lui. Lascia le chiavi in cassetta quando esci entro domenica.

Clic. Il portone si chiuse.

Marco restò immobile nel corridoio buio, assordato dalla casa ormai vuota. Il frigo brontolava piano, il rubinetto perdeva acqua la perdita che Anna gli aveva pregato di sistemare sei mesi prima.

Si sedette al tavolo, davanti alla domanda di separazione. Guardò la data, la firma, il timbro: tutto vero.

Il cellulare vibrò: la banca. Gentile cliente, domani scadenza rata: importo….

Marco si coprì la faccia, e per la prima volta in cinquantanni si trovò a piangere, non per la perdita dellamore, ma per la pietà di sé e la consapevolezza di aver distrutto parola dopo parola la propria vita.

I tre giorni seguenti furono unombra. Provò a chiamare Anna: numero bloccato. Chiamò la suocera, che fu fredda: Hai fatto tu il pasticcio, sbrogliatela. Lascia stare Anna, ha la pressione alta.

Il giovedì cominciò a riempire le borse. Scoprì che aveva ben poco: vestiti, canna da pesca, cassetta degli attrezzi, il portatile. Tutto il resto tendaggi, vasi, quadri, coperte, tazze erano stati scelti da Anna. Senza di lei, quei muri traboccavano una solitudine umida e insostenibile.

Trovò un vecchio album di foto: dieci anni prima al mare, Anna sorridente che lo abbracciava; lui fiero accanto a lei. Gli occhi di lei pieni di amore. Quando aveva smesso di vederla donna, e aveva iniziato a considerarla una funzione? Porta, lava, taci.

Idiota, mormorò in cucina che idiota sono stato.

Domenica mattina portò fuori lultima valigia. Le chiavi, come ordinato, nella cassetta. Si fermò a guardare le finestre della sua ormai sua solo per Anna casa. Buio.

Salì in auto, avviò. Poco benzina, conto quasi vuoto. Andava dalla madre, non aveva alternative. Si immaginò la madre, tutta critica e fumo: Te lavevo detto che quella non faceva per te….

Colpì il volante con il pugno, cercando lucidità. Cercò tra i contatti: nessuno a cui telefonare. Nessuno disposto ad ascoltarlo senza giudicare.

Ingranò la marcia e si allontanò. Davanti a lui, una strada lunga e solitaria, dove avrebbe dovuto imparare a cucinarsi la pasta, stirarsi le camicie, e forse chissà a tenere a freno la lingua. Ma la vera paura era unaltra: aveva appena distrutto, di sua sola volontà, lunico rifugio dove era stato amato senza condizioni.

Anna intanto si sedeva sulla veranda della casa di campagna della madre, avvolta in una coperta, sorseggiando un tè alla menta. Sentiva il vuoto, ma anche una pace nuova. Il telefono spento. Davanti a sé il futuro, le udienze, la divisione dei beni. Ma era certa che ce lavrebbe fatta. Perché il peggio lo aveva già vissuto: sentirsi sola accanto a un uomo che ti fa sentire invisibile. Da lontano, in giardino, cantava un usignolo, laria profumava di glicine e libertà. Per la prima volta dopo tanti anni, quel profumo non era più coperto dallalito del marito. Anna respirò a fondo e sorrise, finalmente, dal cuore.

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