Ai confini del mondo. La neve si infilava negli stivali, gelava la pelle. Ma comprare gli stivali di…

Diario di Margherita

Alla fine del mondo.

La neve si infilava nei miei stivali, mi bruciava la pelle. Eppure non avevo alcuna intenzione di comprare scarponi da montagna, magari degli stivali sopra il ginocchio, ma qui sembrerei ridicola. Poi papà ha bloccato la carta di credito.

Sei davvero convinta di vivere in questo paesino? ha chiesto arricciando il naso con disprezzo.

Papà non riusciva a sopportare la campagna, le gite in natura, qualsiasi cosa si staccasse dalle comodità della città. Anche Giorgio era così, ed è proprio per questo che sono venuta in paese. A dirla tutta non desideravo davvero vivere in campagna, nonostante amassi i viaggi, le tende, il senso di avventura.

Ma vivere qui, no. Papà però non ha mai saputo la verità.

Voglio. E lo farò.

Non dire sciocchezze. Cosa farai qui, mungere le mucche e raccogliere patate? Pensavo che questestate vi sareste sposati tu e Giorgio, pensavo che avremmo iniziato a organizzare il matrimonio…

Al matrimonio. Giorgio me lo propinava mio padre come un piatto di polenta fredda e piena di grumi, tanto che la nausea mi saliva e non mi abbandonava per ore.

No, di certo Giorgio non era brutto. Anzi, bello: naso dritto, occhi vivaci sotto sopracciglia delicate, capelli ricci e ben tagliati, fisico robusto. Era il braccio destro di papà, praticamente il suo fidato aiutante. Papà da tempo sognava di veder sua figlia sposata con un uomo così.

Ma io non ho mai sopportato Giorgio: quella voce lamentosa, le dita tozze sempre a giocherellare, le storie vantandosi di quanto costano i suoi abiti, orologi, auto… soldi, soldi, soldi! Nulla li interessa se non i soldi. Io invece desideravo lamore, quello vero, che lascia senza fiato come nei romanzi. Non lavevo mai provato, ma sapevo che cè. Mi innamoravo spesso, mi prendevo cotte per questo o quel ragazzo, ma erano sensazioni passeggere, senza traccia. Io volevo le cicatrici, volevo il dramma, non la calma prevedibilità di Giorgio. Così sono partita per il paese, accettando di insegnare nella piccola scuola locale. Giorgio non mi avrebbe seguito: ha paura della mancanza di internet, acqua calda e fognature.

Ho cercato di proposito un paese senza queste comodità. Il dirigente non voleva assumermi, temeva non fossi adatta, ma la precedente insegnante era appena venuta a mancare e io sono stata molto insistente, arrivando fino allUfficio Scolastico, mostrando tutti i miei attestati e certificati.

E cosa farà una giovane insegnante così qualificata in paese? domandò una donna severa dai capelli ramati raccolti.

Insegnerò ai bambini, replicai con decisione.

Adesso insegno. Vivo in una casa senza acqua calda né servizi, devo accendere la stufa da sola. Come immaginavo, Giorgio è venuto, ha dormito una notte qui e poi è fuggito. Mi ha chiamata, provato a convincermi, ma come papà pensa che sia una sciocchezza passeggera.

Allinizio mi piaceva. Poi è arrivato linverno, e la casa restava gelida anche sotto il piumone. Portare la legna era una faticaccia. Volevo tornare indietro, lo ammetto, ma non mi arrendo facilmente. Ora ho la responsabilità anche dei miei alunni.

La classe è piccola, appena dodici bambini. E allinizio ero sconvolta: in centro, dove lavoravo prima, i bambini erano svegli e intelligenti. Qui… Mi sembravano senza speranza. Terza elementare, ma leggono ancora sillabando. I compiti non li fanno, in classe è sempre chiasso. Ma poi me ne sono innamorata.

Samuele intagliava animaletti nel legno, non erano lavoretti sgraziati ma cose meravigliose: volpi, procioni, lepri, orsi, da mettere in mostra nella Vetrina Centrale. Anna scriveva poesie bianche, Vito restava sempre ad aiutarmi dopo le lezioni, Irene aveva un agnellino che la accompagnava come un cane fino a scuola.

E poi hanno imparato a leggere, in fondo. Solo che nessuno ci aveva creduto prima e i libri non erano giusti per loro. Io saltavo la programmazione obbligatoria e portavo altri testi, per trovarli dovevo andare fino al paese più grande, perché qui internet non prendeva quasi mai e ordinare qualcosa era impossibile.

Con uno solo non riuscivo a stabilire alcun legame. Era il figlio di un uomo che incontrai mentre, col volto irrigidito dal freddo, portavo la legna nel cortile.

Salve, Margherita Bianchi, disse fermandosi a qualche passo dal cancello.

Mi incuteva un certo timore, lo ammetto. Quel volto… duro, da malvivente. Non sorrideva mai. E il mio cuore batteva così forte, temevo se ne accorgesse. Di paura, o forse di altro?

Buongiorno.

La voce mi uscì più alta del previsto.

Perché Tanya prende sempre voti bassi?

Perché non fa nulla.

Allora spingila. Chi è linsegnante: io o lei?

Linsegnante ero io. Ma non avevo intenzione di forzarla, quella bambina probabilmente era autistica, ci voleva uno specialista.

È sempre stata così? provai a chiedere.

Vincenzo esitò.

Non sempre. Prima faceva tutto con Olga.

Olga chi?

Il suo viso si irrigidì ancora di più.

Sua madre.

Capito. Meglio non chiedere altro. Ma dovevo.

E adesso dovè?

Al cimitero.

Ecco il nodo sciolto, come dice papà.

Stare con la legna in mano era scomodo e pesante. Ma dirmelo mi sembrava maleducato. Quando un pezzo scivolò giù e mi colpì il piede, gemetti, lasciai cadere tutto e faticai a trattenere le lacrime. Lacrime doppie: per il dolore e per limbarazzo di essermi mostrata così goffa davanti a un adulto. Anche io sono adulta, ma non mi sentivo tale.

Lasci che l’aiuti, propose Vincenzo.

Ma no, faccio da sola.

Si vede…

Portò lui la legna, sistemò la porta che si incastrava coi ciocchi.

Mi chieda pure se ha bisogno, disse e si allontanò.

Perché era venuto? Davvero pensava che per qualche pezzo di legna avrei dato alla figlia voti più alti? Ne dubito

Pensieri sulla bambina non mi davano pace. Per giorni provai ad avvicinarmi, sentendomi uninsegnante inadeguata e con compassione per lei. Andai a chiedere anche alla vicepreside.

Lascia perdere. Metti voti bassi, poi in estate la trasferiamo alla scuola speciale.

In che senso?

Esame, commissione, facciano loro. Se la bambina è così, non cè altro da fare.

Ma suo padre dice che prima

Prima era diversa! Sua madre la seguiva, lui non può. Non ascoltare troppo quel tipo, dice solo sciocchezze…

Non le piace lui, vero? azzardai.

La vicepreside strinse le labbra.

Non è un biscotto, per piacermi o no. La bambina va educata nel posto giusto.

A me però questa soluzione non andava giù. Non credevo fosse destinata a una scuola speciale. Così ho telefonato a Lucia, la mia formatrice preferita, chiesto consiglio e mi sono diretta a casa della bambina. Avevo paura, ho persino bevuto camomilla, come faceva mamma, anche se mi piaceva poco. Mamma, anche lei non cè più, per questo mi sono sentita vicina a questa storia.

Vincenzo mi accolse freddamente, anche se pensavo che sarebbe stato contento di uno aiuto.

Non riceviamo visite, disse.

Stretta di labbra, come la vicepreside, e dichiarai che linsegnante deve controllare lambiente educativo.

La stanza di Tanya era bellissima: pareti rosa, peluche, tanti libri. Un po invidiavo mio padre amava la semplicità e non sopportava i fronzoli o i colori vivaci. La mia cameretta era beige, anche i giochi erano beige.

La prima volta non successe molto. Chiesi quali fossero i libri preferiti, sfogliai qualche pagina, domandai se avesse matite. Tanya li portò in silenzio, ma nulla sui libri. Solo alla fine, quando chiesi il nome del coniglietto rosa, rispose:

Piuma.

La volta successiva portai a Piuma un maglioncino: mamma mi aveva insegnato a lavorare a maglia, e ogni anno ci provo in suo ricordo. Feci un maglioncino un po goffo, con la lana troppo grossa. Ma Tanya fu felice, lo provò e disse:

Bello.

Le proposi di disegnare Piuma con la maglia nuova. Tanya lo fece. Io scrissi il nome sbagliato apposta. Lei lo corregge.

Non è affatto disabile.

Verrò da Tanya tre volte a settimana, avvisai Vincenzo.

Non ho soldi da buttare via, si chiuse lui.

Non voglio soldi, mi offesi.

Finì così.

La vicepreside, venuta a sapere delle mie visite, non fu felice.

Non si può favorire un solo alunno, è contro le regole! E poi è inutile, ho già visto bambini così.

Anche io li ho visti, la interruppi. E so che è troppo presto per abbandonare.

La bambina è particolare, sì: parla poco, sfugge lo sguardo, disegna più che scrive. Ma sa contare bene e la grammatica la impara al volo. Alla fine del trimestre, i suoi voti erano davvero migliorati.

Farete le vacanze di Natale fuori paese? domandò Vincenzo, senza guardarmi negli occhi, proprio come Tanya.

No, balbettai, sentendo le guance accendersi.

Tanya voleva invitarla.

Mi sembrò strano. Tanya non disse nulla, lei parla pochissimo. Ma non volevo ferirla, né festeggiare con estranei.

Grazie, ci penserò.

Quella notte dormii male. Non capivo cosa mi agitasse tanto. Da un mese aiutavo la bambina, era naturale che rispondesse allattenzione. Non era proprio ciò che desideravo? E che importa cosa pensa Vincenzo…

Con questi pensieri mi riaddormentai.

La mattina chiamò Giorgio.

Quando torni?

In che senso?

Per Capodanno? Non vorrai restare nel tuo buco?

Sì, resto qui!

Margherita Basta, dai! Papà è in ansia, non sta bene.

Papà non mi aveva mai chiamata.

Si rivolga a un medico, risposi secca.

Quindi non torni davvero?

Davvero.

Accidenti. E che devo fare?

Fa come vuoi!

Non pensavo che Giorgio lavrebbe presa alla lettera: si è presentato con bottiglia, insalate e regali.

Se la montagna non va da Maometto…

Ero sbalordita. Non che mi dispiacesse del tutto: mai avrei creduto che Giorgio fosse capace di tanto. Lui ama festeggiare nei ristoranti, con musica dal vivo. Qui nemmeno la tv.

Basta che ci sei tu.

Cercavo il trucco, ma non lo trovavo. Forse mi ero sbagliata su di lui?

Ma mi sono sentita ancora più toccata quando ho trovato, tra i regali, i miei piatti preferiti, libri di pedagogia, un proiettore e un’agenda da insegnante.

Grazie, mi sono commossa. Pensavo che avresti regalato i soliti gioielli e gadget.

Margherita, tu sei il mio bene più prezioso. Se vuoi vivere in paese, viviamo in paese. I gioielli li ho portati comunque.

Ha tirato fuori una scatolina di velluto rosso. Chiaro cosa ci fosse dentro.

Posso non rispondere subito? ho chiesto.

Giorgio non si è offeso.

Pensavo mi dicessi subito di no. Posso aspettare quanto vuoi.

Non sapevo cosa dire, ho nascosto la scatolina in tasca.

Vincenzo aveva il mio numero, ma chiamò il telefono fisso.

Ha deciso? domandò.

Mi scusi, è arrivato un amico.

Capisco.

E ha riattaccato.

Mi sono sentita subito uno schifo. Che tono era quello? Chiaro Ma chiaro cosa? Non avevo promesso niente e non cera motivo di offendersi! Ma forse si è offeso davvero. Forse a causa di Tanya. La bambina mi aspettava, e che padre vorrebbe vedere la figlia delusa?

Le domande mi giravano in testa. Giorgio non capiva nulla: cercava di avere una connessione per vedere film di Capodanno.

Ho sentito un fischio: chiamano il cane così. Mi è tornato in mente come fischiava Vincenzo. Ho guardato fuori: Vincenzo e Tanya erano al cancello.

Mi sono sentita arrossire.

Chi sono? Giorgio ha chiesto brusco.

Allieva, ha squittito Tanya. Vado un attimo.

Avevo preparato per Tanya un regalo: unamica per Piuma, una coniglietta rosa. Papà lavrebbe trovata pacchiana.

Anche a Vincenzo avevo fatto un regalo. Non ero sicura ne valesse la pena, ma lho fatto: avevo lavorato a maglia dei guanti.

Ho preso i regali e sono corsa fuori, senza cappello e con le gambe nude. Ho riempito gli stivali di neve, ma non mi sono fermata.

Ciao Tanya! ho detto gentile. Buon anno! Guarda cosa ho per te.

Ho dato il pacchetto a Tanya. Lei ha tirato fuori la coniglietta e se lè stretta al petto, poi ha guardato suo padre. Vincenzo ha dato due pacchetti: uno più grande, uno piccolo. Tanya ha aperto prima quello grande: dentro cera un quaderno con fumetti disegnati, subito li ho riconosciuti come suoi.

Grazie, che bel fumetto!

Nel piccolo cera una spilla a forma di uccellino. Una minuscola colibrì dorata. Ho guardato Vincenzo negli occhi. Ma lui non mi guardava. E Tanya ha detto:

Era di mamma.

Mi sono venute le lacrime.

Andiamo, ha brontolato Vincenzo.

Certo. Buon anno!

Anche a voi…

Avrei voluto abbracciare Tanya, ma non ho osato: teneva stretta la coniglietta e non diceva nulla.

Al cancello mi sono voltata. Sentivo il petto pesante a vedere quelle due sagome, sono rientrata in casa sbattendo le palpebre e soffiando il naso.

E cosa volevano? ha chiesto Giorgio infastidito.

Ho guardato il quaderno e la spilla. Ricordai che avevo scordato di dare i guanti. E poi Tanya aveva detto: di mamma E il sorriso di Vincenzo è contagioso, ma lo riserva solo quando guarda la figlia. Nel cuore sento qualcosa sbocciare. Mi spiace per Giorgio, ma sarebbe ridicolo mentire a lui e a me stessa.

Ho preso la scatolina dalla tasca, lho data indietro a Giorgio e ho detto:

Torna a casa. Mi dispiace, non posso sposarti. Mi dispiace, ho ripetuto.

Giorgio è rimasto sconvolto. Non era abituato ai rifiuti.

Per un attimo ho pensato che mi avrebbe schiaffeggiata. Ma Giorgio ha nascosto la scatola, ha preso le chiavi della macchina ed è uscito senza dire parola.

Velocissima ho riempito di nuovo i contenitori con il cibo, preso i guanti per Vincenzo e sono corsa fuori, per raggiungere quelle persone sconosciute che ora sono tutto ciò di cui ho bisogno.

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