Ascolta, se non la mandi subito via dal ristorante, ti prometto che farò in modo che nessun altro ristorante in Italia ti assuma mai più. Questo disgraziato non dovrebbe stare qui!

Era venerdì. Elisabetta aveva avuto una giornata pesante, immersa tra affari da concludere e una riunione delicata con la direzione. Doveva anche mostrare delle case a possibili inquilini. Stanca, decise che, alla fine della settimana lavorativa, meritava una cena fuori.

Scelse uno dei ristoranti più raffinati di Milano. Era il tipo di posto dove la gente festeggiava spesso compleanni o anniversari importanti. Nella piazzetta antistante il locale cerano sempre parcheggiate auto lucide e costose; solo lantipasto costava quanto un abito elegante. Ma perché negarsi questo piacere, almeno per una sera? Un cameriere distinto la accolse e la fece accomodare a un piccolo tavolo vicino a una vetrata. Dentro c’erano pochi clienti, sommersi da una musica soffusa e sognante. Una giovane cantante intonava vecchie canzoni italiane, evocando una sorta di nostalgia surreale.

Benvenuta nel nostro ristorante, signorina. La specialità di oggi è la zuppa di frutti di mare, disse il cameriere con voce cortese, come in una scena sospesa tra sogno e realtà.
Grazie, potrei avere solo un bicchiere dacqua, per ora? rispose Elisabetta, più per prendere tempo che per sete.
Sapeva che era un ristorante molto costoso, ma i prezzi le sembravano quasi irreali, come se anche i numeri sui menù fossero soggetti alle strane logiche dei sogni: troppi zeri, come in una valuta dimenticata. Sentì lo sguardo del direttore su di sé: chi mai ordina solo acqua in un posto simile?

I camerieri e il personale la scrutavano. Portava delle sneakers bianche, non proprio nuove, una vecchia giacca nera e una borsa sgualcita, ereditata da tempi migliori. Qualcuno mormorò: doveva essere per forza una mendicante, capitata lì per errore.

Elisabetta prese in mano il menù, fingendo concentrazione.
Gamberi in salsa cremosa a questo prezzo piuttosto ci pago la bolletta della luce, pensò. Un tiramisù che costa quanto metà stipendio? Meglio farselo a casa.
Posso avere delle bruschette con gorgonzola e pere? chiese infine al cameriere.
Chiederò allo chef, visto che è nel menù della colazione, rispose lui, con un misto di sorpresa e diffidenza sognante.

Non solo camerieri e direttore: ora anche gli altri clienti sembravano guardarla. Tutto galleggiava nellaria, come se il giudizio avesse un suo odore. Il direttore chiamò il cameriere a sé:
Fai capire al nostro ospite che questo non è un fast-food, ma un ristorante di classe. Sbrigati, o rischiamo di spaventare i veri clienti.
Ma se è qui, è anche lei una cliente, bisbigliò il cameriere sottomesso.
Se non la fai andar via, domani nessuno ti assumerà più in città! Qui mendicanti non ne voglio!

Una donna elegante seduta al tavolo vicino ascoltò tutta la discussione. Intanto Elisabetta cercava di sistemarsi: si vedeva brutta, stanca, sfocata come nei sogni strani. Improvvisamente il cameriere tornò, portando un piatto: una fetta di arrosto profumatissimo, avvolta da una dolce salsa di visciole. Lodore aleggiava in tutto il locale, irreale.

Mi scusi, ma questa non è la mia ordinazione, protestò Elisabetta.
Non si preoccupi, è un omaggio di una nostra cliente abituale, disse il cameriere, indicando la donna elegante.
Il sapore era divino, tanto che Elisabetta quasi si commosse. Poi guardò il menù per vedere il prezzo e arrossì. Voleva avvicinarsi alla donna per chiederle lIBAN e restituirle i soldi appena avrebbe preso lo stipendio.

Mi dispiace, ma non posso accettare. Sono soldi suoi, lei non mi conosce nemmeno. Perché mi ha invitata a cena? domandò timidamente.
Anchio vengo da poco: un paesino vicino a Firenze, cresciuta da mia nonna dopo che i miei sono morti in un incidente. Lei mi ha insegnato la gentilezza. Ho lavorato in mille posti prima di avere la mia attività. Non dimentico mai quello che mi diceva la nonna. Ecco, oggi, aiuto lei, rispose sorridendo, con la dolcezza di un sogno.

Quando Elisabetta se ne andò, la donna richiamò il direttore.
Lei non lavora più qui. Non puoi giudicare le persone solo dalle scarpe. Era una cliente. Dovevi servirla, non cacciarla.
Non succederà mai più, glielo prometto!
Non basta. Da domani non sei più il direttore del mio ristorante! Qui voglio solo umanità, non apparenza.

Fu così che, in quell’atmosfera sospesa dove tutto sembrava scivolare tra il reale e l’assurdo, Elisabetta uscì nel silenzio soffuso della notte milanese, portando con sé un sapore nuovo di umanità.

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