Alessandro si sedette sul bordo del divano, come se il pavimento sotto di lui si fosse improvvisamente aperto.

Alessandro era seduto sul bordo del divano, come se il pavimento gli fosse crollato sotto i piedi.

Non ricordava lultima volta in cui avesse sentito la voce di suo figlio così piena di vita, così traboccante di gioia.

Da anni la sua casa era diventata un museo del dolore visite mediche, fisioterapie, paure, sconforto.

E ora una risata.

Una risata vera, infantile, pura.

Giulia sussurrò, facendo sobbalzare la donna. Mi spiega che esercizi sono questi?

Lei abbassò gli occhi, imbarazzata.

Ho visto che per lui era dura stare sempre in carrozzina. Allinizio lo lasciavo in piedi solo qualche secondo, poi un po di più. Ho frequentato il primo anno di Scienze Motorie alluniversità di Firenze, ma poi ho dovuto lasciare per lavorare. Non volevo infrangere le regole…

Continui, la incoraggiò Alessandro con voce pacata.

Allinizio era difficilissimo. Cadeva, piangeva Ma dopo ha iniziato lui a volerci riprovare. Gli ho detto che il corpo impara quando lanima ci crede. E lui ha creduto. Non in me in se stesso.

Alessandro si coprì il volto con le mani.

Lui stesso ci aveva mai creduto davvero? O si era semplicemente arreso allidea che suo figlio non avrebbe mai camminato?

Papà sussurrò Matteo, avvicinandosi piano può restare sempre con noi la zia Giulia?

La voce gli tremava come una foglia.

Alessandro avrebbe voluto rispondere, ma le parole gli morivano in gola.

Dopo un breve silenzio, mormorò soltanto:

Certo, figlio mio.

Quella sera non chiuse occhio.

Sua moglie, Francesca, era ancora allestero a Bruxelles per lavoro.

Alessandro sedeva nel suo studio, rivoltando le cartelle cliniche di Matteo.

Coordinazione migliorata. Più resistenza. Meno paura di camminare.

Tutte le firme erano di medici. Ma il vero cambiamento arrivava da lei. Da Giulia.

Al mattino laspettava in cucina.

Lei entrò con i capelli raccolti, vestita semplice, le mani segnate dal lavoro.

Signor Russo se mi vuole licenziare, capisco. Solo non se la prenda con Matteo.

Siediti la interruppe con calma.

Lei obbedì.

Voglio capire perché lhai fatto. Non come dipendente. Come persona.

Lei rimase in silenzio a lungo, infine disse:

In lui ho rivisto me stessa.

Alessandro la guardò sbalordito.

Da bambina non potevo camminare. Un incidente. Mia madre era sola. Quando è morta, i dottori avevano perso la speranza. Ma una vicina, una vecchia infermiera in pensione, veniva ogni giorno. Senza essere pagata. Solo con parole: Ce la farai. Ce lho fatta.

E se avessi perso il lavoro per questo? domandò lui.

Lei sorrise appena, quasi impercettibilmente:

Almeno avrei saputo di averci provato.

Passarono le settimane.

Alessandro tornava sempre prima a casa.

Per la prima volta da anni, cenava insieme a Matteo. A volte restava in disparte ad osservarli: Giulia e il bambino che si allenavano, ridevano, cadevano e si rialzavano.

Quando Francesca tornò, il volto si fece di pietra.

Cosa succede qui? chiese fredda Sei un imprenditore, ti sei ridotto a fare il babysitter? Adesso hai tempo per la domestica, ma non per i tuoi soci?

Forse, per la prima volta, sto facendo qualcosa di vero. rispose, calmo.

Lei tacque e nei suoi occhi brillò la rabbia.

Una sera Alessandro li sorprese in giardino.

Matteo era in piedi, senza stampelle, appoggiato allerba, e Giulia era a un passo dietro, pronta a sorreggerlo.

Forza, piccolo guerriero! Un altro passo! lo incoraggiava.

Il bambino ne fece uno. Poi un altro. E cadde dritto fra le sue braccia.

Risero insieme.

Le lacrime riempirono gli occhi di Alessandro.

Non vedeva più una domestica. Vedeva la donna che aveva restituito la vita a suo figlio.

Francesca li spiava dalla finestra.

Guardala sibilò la tua domestica ormai si comporta come una madre!

Sta facendo ciò che tu non hai mai fatto, le rispose piano.

Fu la fine.

Una settimana dopo, Francesca raccolse le sue cose e partì.

Nessun litigio, nessuna lacrima, solo il rumore sordo della porta che sbatteva.

Passarono sei mesi.

Matteo camminava da solo.

Ogni passo era una fatica, ma anche una vittoria.

Era primavera.

I tre percorrevano il vialetto davanti casa Alessandro, Giulia e Matteo.

Il bambino li teneva per mano e gridava:

Guardate! Cammino!

Giulia si asciugò gli occhi.

Alessandro si chinò verso di lei e sussurrò:

Grazie. Per mio figlio. Per tutto.

Ha fatto tutto lui, sorrise lei. Io gli sono solo stata accanto.

No, disse lui. Hai insegnato a entrambi a restare in piedi.

Le prese la mano.

Non come padrone, ma come uomo che finalmente comprende la parola casa.

Matteo li guardò e rise:

Ve lavevo detto che siamo una squadra!

E in quellistante Alessandro capì di avere finalmente tutto.

Non soldi, non potere, ma qualcosa di inestimabile la famiglia.

FINE.

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Alessandro si sedette sul bordo del divano, come se il pavimento sotto di lui si fosse improvvisamente aperto.