Dono Divino
La mattina era velata, con nuvole pesanti che pendevano basse, quasi toccando le tegole rosse dei palazzi antichi di Firenze. Da qualche parte, lontano, ribolliva un tuono cupo, e nellaria tremava leco di una tempesta che si avvicinava. La prima tempesta di questa primavera sonnambula.
Linverno si era finalmente congedato, ma la primavera non aveva ancora deciso di prendere dimora tra le vie strette e i campi verdi attorno alla città. Un freddo caparbio serpeggiava ancora nellaria, folate di vento scuotevano le persiane, strappavano vecchie foglie rimaste attaccate ai rami, sollevavano polveri dolivo e semi derba nuova che, timida, spingeva la sua lama sopra la terra compatta. Le gemme aspettavano silenziose, senza fretta, nascoste sotto una patina di pazienza.
La natura languiva in quellattesa di pioggia. Linverno, in quellanno, era stato avaro di neve sui colli, tirchio dacqua e generoso di gelo. La terra aveva riposato male, assetata e stanca senza il suo lenzuolo di neve; ora attendeva la pioggia come un malato attende la medicina.
La tempesta, quando sarebbe venuta, avrebbe portato la promessa dacqua: avrebbe nutrito i campi arati, lavato via la polvere dai terrazzi, rigenerato ogni cosa. Allora sarebbe sbocciata la vera primavera, generosa e sfacciata, come una giovane donna piena damore e di grazia.
Poi la terra, grata, avrebbe vestito lerba più verde e i fiori più vivaci: le margherite sotto i cipressi, le violette contro i muri, le dolci fragole tra le viti. Gli uccelli canterini si sarebbero rincorsi tra potature e fronda nuova, costruendo nidi tra i limoni in fiore. La vita scorre. La vita, qui, non smette mai.
Giulio, vieni a fare colazione! chiamò Chiara dalla cucina, e la sua voce navigò sulle note forti dellespresso e delle uova al tegamino. Bisognava alzarsi, anche se il corpo pesava e il pensiero tornava alla sera prima, alle lacrime di Chiara, allinsonnia, alle nuvole nere che avevano abitato la notte. Ma bisognava, la vita chiede avanti, sempre avanti.
Anche Chiara sembrava spenta, il viso pallido, le pupille arrossate, ombre viola sotto gli occhi. Offrì a Giulio la sua guancia per un bacio, provò a sorridere. Buongiorno amore! Sembra che arrivi un temporale Dio, come vorrei davvero la pioggia oggi Quando arriverà la vera primavera? Poi, quasi sognando, recitò:
Aspetto la primavera
Come salvezza
Dal freddo e dalla solitudine.
La aspetto come si aspetta
La soluzione ai nodi della vita.
Credo che, con lei,
Tutto si chiarirà.
Solo lei, primavera,
Può rendere le cose migliori,
Più vere,
Più semplici,
Più fedeli.
Dove sei, primavera? Vieni!
Giulio la cinse alle spalle, baciò i suoi capelli che odoravano di camomilla e aperta campagna. Il cuore si strinse. Povera mia, amore mio, per quale peccato Dio ci mette alla prova? Avevano vissuto anni interi soltanto di speranze.
Il giorno prima il famoso professor Morelli, la loro flebile speranza, aveva spento la loro attesa. Mi dispiace tanto, ma non potrete avere figli. Giulio, il tempo passato vicino alle centrali di Trino non è stato senza conseguenze. La medicina, purtroppo, non ha soluzioni. Vorrei potervi aiutare.
Chiara, asciugando le lacrime, si passò una mano tra i capelli ramati. Giulio, ci ho pensato a lungo. Dobbiamo adottare un bambino. Quanti bambini ci sono negli orfanotrofi, pieni di tristezza e senza genitori Prendiamo un maschietto, lo cresceremo, sarà nostro figlio. Sei daccordo? Siamo rimasti tanti anni ad aspettare un figlio, troppi anni. E le lacrime tornavano a rigarle il viso. Giulio la strinse forte, le proprie guance bagnate come le sue.
Sì, amore, sì. Non piangere, tutto andrà bene.
Un tuono improvviso sembrò scuotere le fondamenta del palazzo e la pioggia, finalmente, si rovesciò sulle tegole, sulle strade della città, sul loro silenzio. La pioggia cadeva furiosa, scura come la notte. Tuoni e lampi danzavano sul tetto. Giulio e Chiara rimasero abbracciati alla finestra, con le gocce fresche che pungevano la pelle e il profumo della pioggia che entrava nella stanza e negli animi.
La coltre scura che avvolgeva i loro cuori si dissolse, sciolta e lavata via da quella pioggia attesa. Ora volevano solo che continuasse, che quel simbolo di vita e rinascita non li lasciasse mai.
Pochi giorni dopo, si trovarono davanti alle magiche porte dellorfanotrofio Santa Lucia. Un incontro era stato fissato: erano venuti a scegliere un figlio, un figlio sognato, già amato anche se non visto, un Giovanni, un piccolo gioviale Giovanni. Di lui avevano riempito damore le proprie attese e i sogni di genitorialità.
Il cuore batteva come tamburo, i polmoni invasi dallemozione. Giulio premette il campanello in ottone lucido. La porta si trasformò in soglia, vennero accolti come se in quel sogno lattesa non avesse fine.
Avevano già incontrato la direttrice, suor Antonietta, giorni prima. Ora uninfermiera li conduceva tra camerate odorose di puliti e latte, mostrando bimbi che avrebbero potuto essere i loro. Nella prima stanza passarono accanto a una bimba seduta su una vecchia cerata umida, in body bagnato. Il naso sporco, le guance chiazzate, occhi di un azzurro di cielo stanco che guardavano gli adulti sfilare. Labbandono, in quella stanza, era lo spettro. Il cuore si strinse ecco cosè un orfanotrofio. Un porto di naufraghi dimenticati.
Si spostarono nella stanza accanto: culle ovunque, corpi piccoli, sguardi che brillavano di attesa e indifferenza. Linfermiera presentava i bimbi come a una vetrina del mercato di SantAmbrogio. Questo ha tre mesi, la mamma non si sa Rigirava il bimbo fra le mani come un formaggio stagionato. Giulio pensò: sembriamo clienti al banco del prosciutto, manca solo che mi chiedano cinquanta euro al chilo.
Giulio, torniamo dalla bimba dagli occhi azzurri, sussurrò Chiara. Lui le strinse forte la spalla.
Suorina, possiamo vedere di nuovo la bambina della prima stanza, quella dagli occhi grandi?
Ma avevate detto di volere un maschio esitò linfermiera. Lei non è preparata per ladozione.
Torniamo da lei, vi prego, insistette Chiara.
Linfermiera parve smarrita. Poi, senza altre parole, li ricondusse indietro.
Chiamo suor Antonietta. Attendete qui, e indicò loro due vecchie sedie di paglia.
Chiara si sorresse a Giulio. Prendiamo lei, Giulio, sento che deve essere nostra.
Anche io. Le assomigli tanto. Gli occhi, i riccioli. E poi sembra così sperduta.
Arrivarono suor Antonietta e linfermiera. La direttrice era preoccupata: Non è una bambina facile, vi causerà solo difficoltà.
Proprio per questo, suorina. Ci ricorda Chiara. Guardatela: sono identiche, disse Giulio, già diretto verso la stanza.
Nel frattempo, la bimba era stata pulita, ricambiata e profumata dinfanzia. Quando vide lattenzione degli adulti, sorrise con delle fossette brillanti sulle guance. Allungò le manine come volesse farsi spazio nel mondo. Ma quando tentarono di sollevarla dal letto, Chiara sbiancò. I piedini erano ruotati allindietro.
Giulio, istintivamente, prese la bimba in braccio. Lei si strinse a lui, silenziosa e tremante. Le lacrime velarono i loro occhi e suor Antonietta si girò, tamponandosi le guance.
Venite in ufficio. Prendete la piccola Caterina, disse linfermiera.
Scoprirono, così, la storia di Caterina: figlia di una coppia anziana e povera del Molise, nata con malformazioni. I piedi torcigliati, impossibile camminare. Il padre, alla vista della figlia, si rifiutò di portarla a casa: Non ho soldi per operazioni, e già fatichiamo a mettere insieme pranzo e cena per gli altri figli. Fu così che Caterina finì al Santa Lucia.
Ora sta a voi: volete proprio lei? Serviranno sacrificio, spese ingenti e, soprattutto, amore. Non abbiate fretta, pensateci, parlatene con il dottor Carli che già lha visitata. Se decidete, tornate tra un mese. È meglio non vederla ogni giorno, si affezionano subito, i nostri poveri cuori concluse suor Antonietta.
Quel mese fu riverso come un bicchiere. Già dal primo giorno, Giulio e Chiara non ebbero dubbi. Parlarono con il dottor Carli di Milano. Con operazioni ripetute si può sistemare tutto, nemmeno le cicatrici resteranno. E la vostra Caterina vi correrà incontro come tutti i bambini, disse.
Giulio calcolò i conti: avrebbero dovuto vendere la Lancia nuova e la villetta in costruzione, accontentandosi per ora del modesto appartamento in centro. Ma bastava, per vedere la figlia camminare. Attesero il mese con ansia.
Finalmente varcarono di nuovo la soglia del Santa Lucia. Giulio portava una cesta di peonie rosa appena colte, Chiara una grande borsa di doni. Suor Antonietta aveva gli occhi lucidi: Oggi una bambina troverà i suoi genitori, sussurrò.
Caterina era già cresciuta: i capelli biondi a riccioli, guance rosee, dentini nuovi e occhi che brillavano. Appena vide Giulio, gli si gettò al collo: Papà! Non sapeva nemmeno parlare bene, ma lui comprese.
La giornata passò tra consigli su pappe e filastrocche, ma ancora nessun documento. Dovevano ufficializzare tutto davanti al giudice: i veri genitori erano già stati dichiarati decaduti da ogni diritto.
Arrivò il giorno in cui poterono portare Caterina a casa. Chiara lasciò ogni lavoro e dedicò tutto il tempo a lei; iniziava la preparazione al primo intervento a Milano. Mese dopo mese, tra ospedali e cliniche, Caterina imparava a mangiare da sola, a imitare il verso dei gatti, a giocare con il cane Briciola.
Solo sulle gambette ancora gravava il mantello pesante del dolore. Camminava goffa, trascinando i piedi come un anatroccolo. Ma la tenacia era la sua: parlava con chiunque, imparava i nomi, era già arguta e allegra.
Il suo preferito, però, restava Giulio: Il mio papino, lo chiamava. Tutti, a casa, adottarono il nomignolo tenero.
Un anno dopo cominciarono le operazioni decisive. Mille viaggi a Milano, notti insonni tra le lenzuola dospedale, abbracci e paura. Ma poi, finalmente, ecco il trionfo: anche le gambe, dritte e forti! Tutti gridavano al miracolo, mentre Caterina correva come il vento fra le ginestre.
A cinque anni, fu iscritta allasilo: un giorno, qualcuno notò come sapesse già disegnare bene, e consigliò la scuola darte. I suoi quadretti di paesaggi toscani pieni di luce e sogni comparivano alle mostre per bambini. Un talento raro, dicevano.
A sette anni, scuola elementare. Caterina divenne subito la piccola regina della classe, la più allegra, amata e coraggiosa. Ottimi voti, proseguiva la scuola di pittura, si iscrisse anche al corso di danza. Mai priva damici, dove stava lei cerano risa, gioia, una piccola primavera personale.
I genitori andavano fieri alle riunioni: solo lodi, nessuno immaginava le ombre attraversate da quella bambina, né il cammino degli adulti che lavevano scelta e amata.
La sorte tornò a sorridere anche a Giulio e Chiara: dalla nascita di Caterina, la fortuna li accompagnò. Il fragile negozio di Giulio aprì altre sedi, la famiglia si trasferì a Milano, comprarono una casa luminosa e la figlia poté iscriversi alla migliore scuola darte di Brera. Ora Caterina occhi di cielo e lunga treccia dorata frequenta la seconda media, sempre prima della classe. Alle mostre, i suoi quadri attraggono tutti.
È la cocca della famiglia, la gioia di tutti, il sole che scalda stanze e cuori.
Un dono divino, davvero così la chiamano ora.






