Due destini incrociati

8 marzo

Dietro la vetrina del supermercato la vita scorreva con la sua energia particolare. Per me, Giulia, quel rettangolo fatto di cassa, bilancia e lettore di codici era insieme prigione e salvezza. Prigione perché ogni giorno qui sembrava la stessa, infinita replica: il bip monotono dello scanner, sistemare la spesa nelle buste, sorrisi solo per cortesia. Ma era anche la mia salvezza perché oltre la porta della mia casa iniziava linferno vero, quello che portava il nome di Carlo.

Signorina, quanto ci mette? Non ho mica preso ferie per la coda mugugnò un uomo dalla pancia prominente, con il carrello stracolmo.
Sto facendo il possibile, risposi tagliente, lo sguardo fisso sulla tastiera. Essere brusca era la mia piccola corazza.

Odiavo questo lavoro. Odiavo la fila, quelle facce sempre stanche o frustrate, lodore di salumi economici e pavimenti appena lavati. Ma almeno mi permetteva di mettere da parte qualche euro, nel nascondiglio segreto dietro lo zoccolo della cucina; la mia via di fuga personale.

La coda avanzava. Meccanica, ripetevo: Buongiorno, sacchetto? Sono ventinove euro. Arrivederci. Ma poi, improvvisamente, il ritmo saltò. Per uno sguardo.

Era il quarto in fila. Alto, asciutto, con dei jeans semplici e una giacca blu scuro. Capelli corti, barba appena accennata, e quegli occhi occhi da persona che aveva visto la vita vera. Non rabbia, non stanchezza, ma un silenzio profondo, una tristezza autentica e remota. Lo riconobbi subito quella tristezza ci si riconosce tra simili, nella folla di sconosciuti.

Quando toccò a lui, la mia voce tremò senza volerlo.
Buonasera, dissi, più dolcemente di quanto avessi previsto.
Buonasera, rispose sottovoce. La voce grave, calma, roca quel tanto che basta.

Posò sulla cassa tre cose: una bottiglia dacqua, una confezione di riso, una bottiglia di latte. Il minimo indispensabile. Lo notai: portava un anello dacciaio sullanulare destro non una fede, qualcosa di diverso, massiccio. “Curioso” pensai, ma non dissi nulla.

Sono otto euro e quaranta, mormorai.
Mi porse una banconota, e per un attimo le dita si sfiorarono. Dalle sue mani emanava un calore ruvido e asciutto. Ritirai la mano distinto, come bruciata. Dentro di me, sentì qualcosa farsi piccino e proibito.

Il resto può tenerlo, disse con mezzo sorriso allangolo della bocca.
Come vuole, annuii, seguendolo con gli occhi mentre se ne andava.

Il supermercato mi sembrò subito più buio. Scacciai quella sensazione con una scrollata di spalle. Dovevo pensare a Carlo. A come, stasera, avrei dovuto schivare di nuovo i suoi scatti di rabbia, ascoltare le sue invettive da uomo ubriaco che mi dava della “maligna ingrata”. Eppure il volto dello sconosciuto non mi abbandonava. Cominciò a tornare spesso, a volte ogni giorno, altre volte lasciava passare due o tre giorni che a me sembravano lunghi e vuoti.

Scoprii il suo nome spiando una chiacchierata tra la signora Rosa, la vicina: Ciao Marco, tutto bene?. Marco un nome pulito, forte, che gli stava bene.

Ogni sua visita era una piccola mise en scène. Provavo a tenermi composta, ma quando era vicino alla mia cassa mi sistemavo i capelli, raddrizzavo il grembiule. Lui mi guardava davvero, non da commessa, ma da essere umano. Una sera mi chiese, a bassa voce:
Giornata pesante, vero?

Fu così improvviso, fuori dallordinario, che mi lasciò spiazzata. Nessun cliente me lo aveva mai domandato.
No, il solito, risposi, cercando di inghiottire le lacrime. Avrei voluto dirgli: La mia giornata è sempre pesante. Perché stasera forse mi spacco di nuovo il labbro. Invece sorrisi, finta.
Marco non insistette. Annuì soltanto e se ne andò.

Quella sera Carlo era cupo più del solito. Uscito per bere non con gli amici, ma con certi individui loschi, lasciando solo sporcizia dietro di loro. Tornando a casa appena finito il turno, lo trovai seduto in cucina a fissare il vuoto.
Sei arrivata, finalmente, sibilò. Tu lavori, ma in casa è sempre un casino. Non cè niente da mangiare.
Rimasi zitta. Il silenzio era la mia armatura. Se non rispondevo, spesso lasciava stare prima.
Allora? Muta? Non sai parlare? Mi stai mancando di rispetto?
Provai a passargli accanto, ma mi afferrò il braccio. Dita che facevano male, lasciando segni.
Lasciami, Carlo, dissi piano.
E che fai, eh? si avvicinò, lalito mi fece voltare lo stomaco. Senza di me sei nessuno. Capito? Nessuno.

Mi divincolai e scappai in bagno, ruotando la chiave e aprendo lacqua, forte, per coprire le urla e i pugni sulla porta. Seduta sul bordo della vasca, guardai le mie mani. Le cicatrici non si vedevano più sulla pelle indurita, ma lanima era un solo livido, da anni.

La mattina dopo, ancora un segno viola sul gomito. Infilai una maglia lunga, anche se in negozio cera caldo.

Al lavoro lo rividi. Marco. Il cuore quasi mi si fermò, subito sostituito dal timore. E se avesse notato come muovo a fatica il braccio?
No, il sacchetto non mi serve, disse tendendomi la carta. Il suo sguardo cadde proprio sul mio gomito: la manica sera alzata, lasciando intravedere linizio di un livido. Unombra scurissima sulla mia pelle chiara.

Gli occhi di Marco cambiarono. La tristezza si fuse ad altro: metallo gelido, rabbia che strisciava e subito veniva nascosta.
Grazie, fu tutto quello che disse, prendendo la spesa e uscendo.

Mi sentii gelare. Temevo lui più di Carlo, per ciò che aveva intravisto nel suo sguardo silenzioso.

Quella sera, dopo la chiusura, mentre tornavo a casa passando dal parco, lo trovai ad aspettarmi. Marco, come se sapesse lora esatta.
Giulia, posso parlarti un attimo? chiese con una calma decisa.
Che vuoi? dissi, sospettosa, la prima volta fuori dal supermercato.
Ti accompagno a casa, rispose semplice semplice.
Non serve, abito qui vicino, protestai. Ma camminava già al mio fianco.
So tutto di te, Giulia, sussurrò. Il cuore prese a battermi fortissimo. So dove abiti. So che tuo marito si chiama Carlo. E so che ti picchia.

Mi fermai, gelata, il cuore in gola.

Sono la persona che può aiutarti.
Non ho bisogno di aiuto! quasi urlai, ma la voce tremava. Non sai niente di me! Va via!
So tutto, insistette piano. Perché io, una volta, sono stato come lui.
Quelle semplici parole mi spiazzarono. Lo guardai. Negli occhi, nessuna finzione. Solo quellenorme dolore che avevo visto dal primo giorno.
Il mio patrigno ha ammazzato mia madre, disse, piatto, come se leggesse un libro. Avevo dodici anni. Ho sentito tutto da dietro la porta. Lui ha pulito le mani e mi ha detto: Preparami la pasta. Io non ho fatto nulla. Ero solo un ragazzino, debole e spaventato. Glielho fatta, la pasta.

Mi immaginai la scena ed ebbi i brividi. Laria fra di noi diventò pesante.
Da allora mi sono giurato che, se avessi potuto impedire qualcosa di simile, non mi sarei più tirato indietro. Mai. Nemmeno un istante. Non è colpa tua, Giulia. Ma non è solo il tuo dolore. Se vuoi, ora è nostro.

Vedevo davanti a me un uomo, sì, ma anche un ragazzo ferito che portava linferno addosso, e un anello dacciaio a ricordarglielo.

Lanello? chiesi a voce bassissima. A cosa ti serve?
Era di mio patrigno, disse serio. Glielho tolto quando lo hanno portato via. Porto addosso la memoria per ricordarmi chi sono, quanto distrugge il silenzio.

Mi scese una lacrima non sapevo se per la paura, per lui, o perché allimprovviso mi accorgevo di non essere più sola.
Vieni, disse tendendomi la mano. Ti accompagno solo fino a casa. Se non vuoi, non entro. Ma oggi non sali da sola.

Arrivammo al portone. Tremavo, ma sentivo il calore della speranza. Sotto casa, lui si mise nellombra.
Grazie, sussurrai.
Sarò qui ogni sera, assicurò. Se lui ti tocca, basta che gridi. Grida forte, io sentirò.

Entrai. Carlo era sobrio quasi peggio: cattivo e calmo davanti alla TV.
Dove sei stata? borbottò senza voltarsi.
Al lavoro, risposi, e per la prima volta da anni, passai in cucina senza aspettare il suo permesso. Carlo mi guardò, sorpreso, ma non disse nulla.

Così iniziò la nostra silenziosa guerra, e la nostra silenziosa amicizia. Marco mi accompagnava ogni sera. Parlare poco, ma quanto dicevano quei silenzi. Se fuori faceva freddo, comprava un tè caldo, e lo bevevamo insieme su una panchina. Gli confessai i miei sogni: andarmene, iniziare da zero, magari aprire una piccola pasticceria. Marco ascoltava, sorrideva:
Ce la farai, diceva.

Un giorno chiesi: E tu, hai qualcuno?
Scosse la testa.
Non lascio entrare nessuno. Ho paura di non riuscire a proteggere. Di sbagliare di nuovo.

La tempesta scoppiò di sabato. Carlo, sentendo il mio distacco, trovò il nascondiglio. Duemilatrecento euro, risparmiati in due anni. Quando entrai, li aveva disposti a ventaglio sul tavolo, lo sguardo carico di rabbia.

Mi mancò il respiro.
Che cosè? sibilò alzandosi. Li tenevi per scappare da me?
Ridammeli, chiesi a voce flebile. Non sono tuoi.
Non sono miei? urlò. Mia moglie sei! Quello che è tuo è mio! Vieni subito qui!

Mi afferrò per i capelli e urlai. Ma il grido era sottile, rotto. Poi ricordai le parole di Marco:Grida forte, solo questo

Gridai. Urlai con ogni forza nelle viscere, tutto il dolore, tutta la rabbia.

Aiuto! Marco!

Carlo si bloccò, sorpreso. Dopo un attimo, la porta tremò sotto un colpo. Un altro, ancora. Era lui. La porta crollò sotto la sua forza. Sul pianerottolo comparve Marco, stringendo lanello trasformato in tirapugni.

Carlo mollò la presa per lanciarsi contro di lui. Era più grosso, sì, ma Marco era una tigre: rapido, preciso, senza esitazioni. Un pugno, poi un altro: quando la mano con lacciaio lo colpì in pieno volto, Carlo crollò a terra.

Non osare più toccarla, sibilò Marco sopra di lui. Se ti rivedo qui, giuro, ti mando allospedale. Per mia madre, non mi fermerò.

Restai contro il muro, tremante. Marco si voltò, gli occhi accesi.
Prendi solo lo stretto necessario, mi disse tendendomi la mano. Il resto, lo ricompriamo.

Uscimmo così, io in pantofole e vestaglia, ma libera.

Restai a vivere da Marco. La sua casa era pulita, quasi spoglia. Cerano solo libri di psicologia, un sacco da boxe, la foto di una donna elegante sugli scaffali.
Mia madre, mormorò, vedendomi guardare la cornice.
Non chiesi altro. Ricominciai da capo. Imparai a dormire senza ansia, a svegliarmi senza terrore. Marco era premuroso, ma mai invadente. Dormiva sul divano lasciandomi la camera, mi preparava la colazione, mi accompagnava al lavoro e mi veniva a prendere la sera.

Dopo un mese, curiosando in un cassetto lo ammetto trovai una vecchia letterina, con grafia infantile:
Mamma perdonami, non sono riuscito a proteggerti. Quando sarò grande, sarò forte. Difenderò chi è debole. Non permetterò più ai cattivi di far soffrire i buoni. Tuo figlio, Marco.

Mi misi a piangere. Vivevo con un uomo la cui anima sanguinava da anni, ma che aveva saputo trasformare la ferita in forza per gli altri.

Dopo sei mesi ci sposammo, appena ottenni lannullamento. Carlo non si presentò neppure in tribunale. Non gli importava nulla. Il matrimonio fu intimo: una firma, un pranzo al bar con la signora Rosa e qualche collega.

Il giorno dopo andammo al cimitero. Marco tolse lanello. Lo lasciò ai piedi della lapide di sua madre.

Ho mantenuto la promessa, mamma, disse. Ora so proteggere. E ora so anche amare.

Io ero lì, con in mano un mazzo di fiori di campo. E tra i rami dei vecchi tigli, i raggi di sole disegnavano piccole promesse dorate sullerba fresca.

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