L’unico uomo di casa: Una mattina speciale, una giornata di sogni, “regali” inaspettati e un piccolo…

L’UNICO UOMO DI CASA

Durante la colazione, la figlia maggiore, Beatrice, senza staccare gli occhi dal suo telefono, chiese:
Papà, hai visto la data di oggi?
No, e che cè di strano?
Invece di rispondere, Beatrice girò lo schermo: una sfilza di numeri 11.11.11, cioè l11 novembre 2011.
È il tuo numero fortunato l11, oggi ne hai addirittura tre in fila. Ti aspetta una giornata super.
Se solo le tue chiacchiere portassero anche la pasticceria, ridacchiò Valerio.
Sì, papino, intervenne la più piccola, Giada, anche lei ipnotizzata dal telefono. Oggi agli Scorpioni le stelle promettono un incontro speciale e un regalo che dura una vita.
Fantastico. Sicuro che qualche parente sconosciuto è appena defunto a Parigi o Madrid, e noi siamo gli unici eredi ovviamente miliardari!
Miliardari, papà, rise Beatrice. Un milione ormai è il prezzo di una casa a Milano.
Giusto, troppo pochi. Quanti problemi, ragazze Che ne dite, prima cosa villa in Toscana o sul lago di Como? Poi uno yacht
E un elicottero, papà! fantasticava Giada. Voglio lelicottero tutto mio.
Nessun problema, signorina. Sarai servita. E tu Bea, qual è il tuo sogno?
Voglio recitare in un film a Bollywood con Ranveer Singh!
Macché, una sciocchezza. Telefono subito ad Amitabh Bachchan! Ok, sognatrici mie, colazione finita: tra poco si va.
Eh, neanche sognare più possiamo, sospirò Giada.
Ma che dite, sognare bisogna, concluse Valerio, finendo il suo tè e alzandosi. Però ricordatevi della scuola…

Perché gli stava tornando in mente adesso, a fine giornata, quel dialogo? Era nel supermercato Coop di paese, mentre infilava la spesa nelle buste. Altro che giornata fortunata: lavoro doppio, pure gli straordinari. Era distrutto. Di incontri promettenti nemmeno lombra, e di regali nemmeno una cioccolatina scaduta.
La fortuna mi ha scavalcato come i piccioni ai Navigli, pensò uscendo.

Il suo fedele Fiat Uno del 91 ormai quasi di famiglia stava parcheggiato in fondo. Accanto alla macchina, si aggirava un ragazzino. Bastava guardarlo per capire che era senza casa: sporco di domenica, indossava stracci peggiori di quelli da carnevale, ai piedi due scarpe una diversa dallaltra a sinistra una vecchia sneaker sformata, a destra una scarpa militare bucata, al posto dei lacci un filo elettrico blu. In testa un berrettone di lana che, per metà bruciacchiato, scendeva fino agli occhi.
Signore ho fame mi dà del pane? sussurrò il bambino quando Valerio si avvicinò.

Non era la miseria del bimbo, né la frase da film neorealista in pieno ventunesimo secolo! che colpì Valerio, ma il modo in cui lo disse: esitante, appena percettibile. Gli tornò in mente il laboratorio di recitazione da giovane, al teatro del circolo Arci: proprio lesitazione era la prova della verità o meno della scena, dicevano i maestri. Capiva subito se lattore era sincero o recitava. Quella esitazione era la sirena della menzogna.

Il ragazzino mentiva. Era tutto un teatrino, e lui lo sentiva nel midollo sesto senso o come volete. Ma la messinscena sembrava pensata proprio per lui. Interessante Vediamo amico, vuoi giocare al piccolo attore? Benissimo. Le mie principesse sarebbero entusiaste di ficcare il naso come detective!

Con il pane non ci si riempie lo stomaco. Ti ci vuole una bella scodella di minestrone, poi patate e baccalà, e per chiudere una bella crostata di marmellata fatta in casa. Che dici?
Solo per un attimo il ragazzino si scombinò, sorpreso, poi tornò sulla parte: si chiuse in sé fissando il marciapiede.
Ben fatto, pensò Valerio ora sembra meno una rappresentazione, più una reale crisi didentità. Andiamo avanti.

Che ne dici? Va bene?
Sì, sussurrò il bambino.
Ok, allora tieni questi.

Ecco un test che Valerio faceva sempre. I veri senzatetto scappavano (con la busta della spesa, ovvio) appena potevano. Ma questo restò lì, appeso alla sporta, a fissare terra. Valerio ci riprovò: cercava chiavi, le perdeva apposta, attaccava al telefono.
Bea, avete già messo su le patate? E linsalata? Bravissime. Senti, scalda un po di minestrone in un pentolino, arrivo in venti minuti. Ciao ciao.
Il piccolo non fuggì: più triste di prima, stringeva la busta come un tesoro.

Bravo, amico, sorrise tra sé Valerio oggi il runner lo faccio volentieri solo in tv.

Chiavi trovate, buste in auto.
Prego, signorino, Valerio aprì la portiera. La cena ci aspetta.

Il ragazzino sospirò e si sedette timido.
Fecero sette chilometri così, senza scambiarsi una parola. Valerio viveva in una frazione, lavorava da più di dieci anni come saldatore alla municipalizzata. Era cresciuto in orfanotrofio niente parenti, né affetti, soltanto le sue figlie. Le adorava più della sua vita e riceveva un amore doppio. Per lui, che di mamma e papà conosceva solo la parola, vedere bambini abbandonati lo spezzava. Ci aveva portato a casa ormai tanti, finché, se le leggi glielo avessero permesso, li avrebbe adottati tutti.
Ma no: Non ha la casa giusta, è padre single, due figlie sue bla bla. Come se in casa-famiglia stessero meglio! La cosa che ai burocrati non entrava in testa era che limportante non è avere la cameretta in più, ma lamore. E nella modesta casa di Valerio, quellamore cera eccome.
Burocrati! pensò e diede unocchiata al ragazzino.

Il piccolo era chiuso a riccio, testa tra le spalle, berretto sugli occhi. Sbuffava. Strano rifletteva Valerio Di solito questi hanno più nervi dacciaio, strada obbliga. Lui è impacciato, non mi sembra uno da orfanotrofio. Più facile che sia scappato da casa, da poco.

Forse ho esagerato In fondo magari è solo in stato di shock per aver provato questa recita, e trovandosi davanti una famiglia vera, è andato in tilt. Dai, adesso lo laviamo, gli diamo da mangiare, lo coccoliamo. Domani ci dirà tutto.

Le figlie erano già sulla soglia di casa e si catapultarono fuori non appena fermò lauto.
E questo papà? chiese finalmente Giada.
Questo? È lincontro e il regalo promessi dalloroscopo stamattina, rideva Valerio.
Fantastico! Giada si avvicinò per guardare sotto il berretto. Ragazze regalo niente male, papino! Sicuro sia nostro?
Altroché, scherzò Valerio. Era attaccato alla gamba e gridava: sono il tuo regalo, non lasciarmi!
E come si chiama il regalo? chiese Beatrice, già con i sacchetti in mano.
Senza etichetta!
Niente prezzo, papà?
Nessuno.
Eh, allora ti hanno rifilato un usato! sospirò Giada. Possiamo riciclarlo?

Il ragazzino si irrigidì, pronto a scappare. Giada si fece avanti e gli appoggiò una mano: Pronto? Ce lhai il nome o sei mister X?
Il bambino non rispose, si rannicchiò ancora di più.
Niente linea, qui, disse Beatrice. Forse in cucina prende meglio.

Beatrice guardò il padre: ormai si capivano senza parlare. Gli lanciò uno sguardo che diceva: Qua bisogna rompere il ghiaccio come ai vecchi tempi. E lui le rispose con la mano: Cinque minuti. Non uno di più.
Lei: Ma dài, in tre sfondiamo il muro!

Giada, porta dentro il regalo. Bisogna scoprire il nuovo oggetto misterioso.
Giada staccò il piccolo dal sedile, lui si agitò e disse qualcosa a denti stretti.
Papà, questo dentro ha qualcosa che suona! rise Giada.
Sarà un dado svitato, o un contatto saltato, la seguì Beatrice. Prendi tu le pinze e il saldatore passando dal garage! Intanto noi smontiamo il robot.

Le ragazze con pacchi e oggetto tra loro si infilarono in casa. Valerio, rilassato, fece quello che faceva ogni sera: auto in garage, batterie a posto, controlli di rito, spolverata. Passarono tre volte cinque minuti.
Quando finalmente finì, una Giada infiammata gli andò incontro:
Papà, questo racconta palle!
E come hai fatto a scoprirlo?
Elementare, papà (anzi, Watson!), rise Giada. Non puzza di strada, è un bambino da divano.
Lhai annusato?
Eh sì. Sai di cosa odora?
Dimmelo tu. Biscotti? Saponetta Johnson? Latte caldo?
No, con tre prove hai finito. Eh, annusa qui. Gli passò la mano sotto il naso.
Valerio la annusò, grattandosi per capire meglio.
Trucco teatrale?
Premio! rise Giada. Sì, papà, TRUCCO. Sè pitturato apposta per sembrare un povero disgraziato!
E come si fa a fidarsi di bue da palco?
Lui dice essere soprannominato Toro. Ho chiesto online: Toro è il maschio capo nelle stalle
Un bel manzo, lo ingrassiamo per venderlo a peso doro
Papà, tagliò Giada, tornando seria. Finiamola con la farsa. Giuro che si è messo in scena di proposito per farsi invitare. Cè qualcosaltro sotto.
Siamo daccordo. Intanto Vea lo sta smontando. Fra poco canta come Celentano!
Stavolta però niente minacce di essere famiglia di vampiri, vero?
No, troppo banale ormai

Non finì di parlare che dalla casa gridò Beatrice:
Giada, cè ancora acido muriatico?
Certo, ne porto una tanica, ribatté, afferrando la prima che trovò. Ormai lo sciogliamo e lo scarichiamo nei tubi!
Belve.
Belve in gonnella, papà!

Papà, mani pulite, si cena! urlarono appena entrò.
Moriamo di fame, quasi ci sbraniamo il toro!
Se è vitellino, quasi quasi gli mordo una zampa! Beatrice si accomodò.
Eccole qui, le mie piccole iene, pensò Valerio, sorridendo. Chissà se lhanno già fatto a fettine!
Il ragazzino era seduto su uno sgabello in mezzo alla cucina, le ragazze sparecchiavano e si ridevano addosso. Valerio finalmente lo guardò: dieci anni, forse. Rosso come una volpe dellAppennino, indosso una maglietta a righe rosso-nere (AC Milan! gridò Giada), jeans bucati, piedi sotto la sedia. I capelli bagnati, si asciugava con un asciugamano.

Vieni a tavola, Toro disse Giada mangi questa roba o preferisci mandorle per manzo?
O un bel misto di mangime, rincarò Beatrice.
Ragazze, basta, adesso. Forchetta in mano e silenzio, che a papà brontola la pancia.
Oops, ok!

Valerio, osservando il Toro, si stupiva: il ragazzino si stava trasformando. Raddrizzò le spalle, petto in fuori, sguardo dritto, come se cenasse ogni sera con la sua famiglia davanti ai suoi affetti. Anche le ragazze capirono che qualcosa non quadrava.

Dove vuoi arrivare, amico? Adesso è chiaro: tutta una recita per entrare qui. Perché? Sei troppo di casa, con quegli occhioni chiari e svegli, inutile mentire. Non sei qui per svaligiare nessuno: sembri uno che viene per altro. Qual è il vero scopo?

Papà, ci sei? Beatrice gli diede una gomitata. Sei andato via di testa? Vuoi ancora pasta?
No, sono pieno. Grazie cuoche provette. Quanto sono rimasto in coma?
Tantissimo, scherzò Beatrice. Siamo cresciute e ci siamo pure sposate. Ciao nonno, questi sono i tuoi nipoti.
E lui sarebbe il vostro fidanzato? disse Valerio guardando il ragazzino e prendendo il tè da Beatrice.
Macché, questo è solo il nostro torello da salotto, Giada gli accarezzò i capelli.
Lo ingrassiamo, dicono che il prezzo della carne salirà.
Ma per favore ragazze Tentò di protestare Valerio.
Papà, abbastanza! sbottò finalmente il ragazzino, turbato. Beatrice, Giada, basta. Mi arrendo. Signor Valerio, scusatemi davvero, non volevo combinare questa pantomima
Siediti, tranquillo disse Valerio racconta tutto con calma.
Però la verità, aggiunse Giada. Se menti lo sento subito!
Non mentirò più, anche solo per la vergogna

La verità li lasciò a bocca aperta: ci avevano pensato in cento modi, ma non così.

Il ragazzino si chiamava Spartaco Torriani (e mostrò pure il certificato). Aveva undici anni, nato un giorno prima di Giada. Suo padre era caduto in una missione nellesercito italiano in Afghanistan; la madre, incinta, colpita dal dolore, ebbe il parto prematuro. Solo la sorellina, Nadia, si era salvata. Erano rimasti soli in quattro, quasi senza parenti. La sorella maggiore era ancora minorenne, rischiavano tutti lorfanotrofio, ma grazie a qualche anima buona li avevano risparmiati. Spartaco e la sorella Sofía erano dovuti diventare grandi presto e crescere i piccoli.

A ottobre Spartaco aveva notato che Sofia era cambiata: sembrava malata. La temeva persa, invece era solo e qui lanciò unocchiata imbarazzata innamorata, perdutamente. Tra fratello e sorella cerano zero segreti, ma lei non aveva il coraggio di parlargliene. Quando glielo disse, lui si informò subito sullinnamorato: si chiamava Valerio Torricelli, lavorava come saldatore, non beveva, non fumava, divorziato da dieci anni con due figlie, la moglie scappata in Brasile con un altro quando le bambine avevano solo sei anni.

Ma aveva notato anche unaltra cosa: Valerio ogni tanto accoglieva in casa bambini soli per aiutarli a trovare famiglie. E lui stesso era stato in orfanotrofio. Proprio da questa coincidenza Spartaco aveva avuto lidea: fingersi un senzatetto, entrare nella loro casa, vedere comera luomo e le figlie nella realtà. Essendo lunico uomo della casa sentiva il dovere di capire se poteva dare la sorella a questa famiglia. Non aveva previsto di venire smontato in tre minuti netti dalle due sorelle-poliziotto.
Siete stupendi, davvero. Voi due, Beatrice, Giada e Signor Valerio, vi prego, prendete mia sorella in moglie. Non ve ne pentirete. La amerete è meravigliosa. Voleva dirvelo lei stessa ma aveva paura
Paura di cosa? indagò Beatrice.
Che Valerio si spaventasse allidea di una donna con quattro figli a carico
Ma senti questo! si indignò Giada. Va rieducato questuomo!

Ci penseremo, disse risoluta Beatrice. Papà? Sei in stato di shock o accetti la proposta? Andiamo a chiedere la mano alla sorella o no?
Sembra di stare in un film! rise Valerio. Anchio ci stavo pensando, in realtà Avevo una moglie, era dolce allinizio
Papà Beatrice lo toccò lieve.
Tranquilla, ormai è lontano. Ma io pensavo: se qualcuno mi lascia per due bambini come si fa? Ora questi sono quattro, non tutte accetterebbero, specie a ventitré anni
Papà, ne ha ventitré! Tu cosa sei, antico? sintromise Spartaco. Solo dieci anni di differenza. Normale.
Certo, si allineò Giada. Anzi, hai lesperienza giusta per darle una mano, no? Giusto, Spartaco?
Giustissimo!
Allora, papà? Dai, dici sì? le ragazze lo abbracciarono, impazienti.
Sì, ma prima dobbiamo parlare con la diretta interessata
Sofía è già daccordo, Spartaco si alzò, emozionato e allungò la mano a Valerio. Come unico uomo di casa, affido la mia sorella a lei, signore
Valerio la strinse con calore, poi lo tirò a sé stringendolo in un abbraccio. E gli occhi si fecero lucidi a entrambi. Anche Beatrice si soffiò il naso.

Papà, tagliò Giada, diventando protagonista. Stamattina ti ridevi dietro loroscopo, e invece ecco qua: incontro speciale, regalo che dura una vita. Hai avuto proprio quello che volevi, papino: una grande famiglia, rumorosa e felice. Era ora!

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