La rottura inevitabile – Andrà tutto bene, – sussurrò piano Matteo, cercando di sembrare sicuro. Fe…

**Diario di Valentina**

Andrà tutto bene. Ho sussurrato a bassa voce, sforzandomi di rendere il mio tono più sicuro possibile. Ho fatto un respiro profondo davanti al portone della casa di Cosimo, poi ho suonato il campanello. Sapevo che la serata sarebbe stata complicata: incontrare i genitori del tuo fidanzato non è mai semplice e in fondo, lo sapevo.

La porta si è aperta quasi subito. Davanti a me cera la signora Antonella Riva. Impeccabile: capelli pettinati con cura, abito elegante color blu notte, trucco leggero che esaltava il suo sguardo acuto. I suoi occhi si sono posati, prima su di me, poi sul cesto di biscotti che stringevo in mano. Ha stretto le labbra, quasi impercettibilmente; un gesto rapido, ma che non mi è sfuggito.

Entrate pure, ha detto Antonella con una voce neutra, priva di calore. Si è fatta da parte, lasciandoci entrare in quellappartamento profumato di sandalo e spezie. Lambiente era accogliente ma eccessivamente ordinato. Ogni oggetto aveva il suo posto, le superfici erano immacolate, non cerano libri lasciati a metà o una sciarpa dimenticata. Sembrava più la casa di uno stilista dinterni che una dimora vissuta.

Antonella ci ha accompagnato in soggiorno, una stanza luminosa dalle tende color crema, con un grande divano grigio e un tavolino di legno scuro al centro. Ci ha invitati a sedere con un gesto rapido.

Vi va un tè, o preferite un caffè? ha chiesto senza mai guardarmi negli occhi, più per dovere che per gentilezza.

Un tè andrebbe benissimo, grazie, ho risposto cercando di essere educata e distesa, anche se in fondo ero tesa. Ho sistemato il cesto di biscotti sul tavolino, sciolto il fiocco e alzato il coperchio: il profumo dei miei biscotti appena sfornati ha invaso la stanza. Li ho fatti io, spero che gradisca

Per un attimo, Antonella ha osservato il cesto, poi ha annuito, quasi controvoglia. Va bene, ha detto, dirigendosi in cucina. Porto il tè.

Rimasti soli, Cosimo si è chinato verso di me, sussurrando: Scusa, mia mamma è fatta così, un po fredda, non farci caso.

Non importa, gli ho sorriso stringendogli dolcemente la mano. Mi basta che tu sia con me.

Il silenzio nella stanza era fitto. Osservavo larredamento: ogni cosa sembrava costosa, curata ma austera. Una casa desposizione, più che un luogo da vivere.

Poco dopo Antonella è tornata con un vassoio: tazze di porcellana decorate con piccoli fiorellini, una teiera dargento e un piattino su cui aveva ordinatamente disposto i miei biscotti. Ha servito il tè con gesti misurati e si è seduta diritta nella poltrona di fronte a noi, le mani incrociate sulle ginocchia.

Allora, Valentina mi ha studiato da capo a piedi: notava la mia acconciatura, il mio modo di sorridere, persino come tenevo la tazza. Mi ha detto Cosimo che studi… mi pare Scienze della Formazione?

Sì, sono al terzo anno, ho risposto poggiando la tazza per non mostrare quanto tremassero le mie dita. Mi piace un sacco la pedagogia, lavorare con i bambini è importante per me. Vedere i loro progressi giorno dopo giorno mi dà tanta soddisfazione.

Con i bambini, ha ripetuto Antonella, arricciando il sopracciglio con una punta dironia. Eppure, lo sai meglio di me, i maestri dasilo prendono davvero poco Oggi bisogna pensare al domani, alla sicurezza.

Cosimo si è subito agitato: Mamma, dai, non iniziare. Limportante è che Valentina ami quello che fa. Col tempo troveremo stabilità, insieme. È la cosa più importante, no?

Antonella lha guardato un attimo, ma poi è tornata a fissarmi, come valutando la mia risposta. Ha sorseggiato il tè con calma, pensando alle parole.

Avere passione è bellissimo, ha osservato infine. Ma spesso non basta. Hai già pensato a dove lavorerai terminati gli studi? Hai qualche progetto concreto per il futuro?

Mi sono fermata a riflettere. Sapevo che voleva mettermi alla prova.

Certo che ci penso, ho risposto con tono fermo. Vorrei lavorare in un asilo, almeno allinizio. Col tempo mi piacerebbe specializzarmi, magari seguire corsi per lavorare con i bambini con bisogni speciali. Non sarà facile, ma credo che quella sia la mia strada.

Antonella ha annuito pensierosa, ma senza sorridere. Continuava a fissarmi, silenziosa, come cercando di indovinare i miei veri intenti.

Non ho nessuna intenzione di vivere sulle spalle di Cosimo, ho aggiunto. Voglio costruirmi una mia indipendenza, partecipare alla vita di coppia dando il mio contributo. Non solo economico, ma emotivo e personale. Per me conta trovare anche la felicità nella professione.

Capisco il tuo punto di vista, ha risposto inclinando la testa. E non hai mai pensato a lavori più remunerativi? Con la tua presenza, magari nel commercio, nel marketing sono settori che offrono ben altro stipendio.

Cosimo ha fatto per intervenire, ma lho fermato con unocchiata: era importante difendere da sola il mio pensiero.

Posso chiederle di cosa si occupa lei? mi sono sorpresa a domandare, fissandola negli occhi.

Per un attimo ho visto Antonella vacillare. Poi ha ripreso il suo autocontrollo: Non lavoro. Mio marito mantiene la famiglia, io mi occupo della casa e di tutto il resto. Non è una cosa facile, anche se non è retribuita!

Certo, posso capirlo, ho annuito, sentendomi sempre più forte dentro. Però perché allora dovrei sentirmi io costretta a cercare un lavoro più redditizio, se neanche lei ha scelto questa strada? Non chiedo certo a Cosimo di mantenermi!

È sceso un silenzio teso. Antonella mi ha fissato ancora, come si fa con chi mette in dubbio un principio caro. È stato mio marito a desiderare che non lavorassi, lui poteva mantenerci. Ma Cosimo

Cosimo si è mosso a disagio accanto a me, affranto da quellatmosfera. Ho visto che non sapeva cosa fare: sua madre lo guardava aspettando che dicesse qualcosa, io cercavo il suo sguardo ma lui si perdeva tra la tazza e il pavimento.

Valentina, tu capisci ha iniziato a voce bassa, scegliendo le parole. Mamma ha a cuore il nostro futuro. Vuole evitare che ci troviamo nei guai, che dobbiamo fare salti mortali per arrivare a fine mese.

Lho guardato stupita. Fino a poco fa mi sosteneva ora sembrava dar ragione a sua madre. Una fitta mi ha punto il cuore: non era questo lappoggio che speravo di trovare in lui proprio adesso.

Quindi anche tu pensi così? ho chiesto, quasi sussurrando. Secondo te non dovrei seguire la mia strada? Devo trovarmi un posto qualunque ma che mi paghi di più?

Non lo so, ha mormorato lui, intrecciando e sciogliendo le mani. Ma forse ha ragione sulla stabilità. Dobbiamo capire come vivere in pratica, non solo sognare a occhi aperti.

Antonella gli ha lanciato uno sguardo soddisfatto, poi mi ha rivolto la parola con tono più gentile: E tu, Valentina, pensi che mio figlio debba rinunciare ai suoi sogni? Ha sempre desiderato fare il giornalista, andare in giro, scrivere. Non è solo un lavoro, è la sua vocazione. Adesso dovrebbe lasciare tutto ciò per mantenere la famiglia?

Stavo per rispondere, ma Cosimo mi ha anticipata: Mamma, io

No Cosimo, rispondi sinceramente, lha interrotto lei, senza lasciargli via di scampo. Sei disposto a rinunciare ai tuoi sogni per questa ragazza? Accetti di cambiare vita, di perderti viaggi, inchieste, la scrittura che tanto ami?

Si è bloccato. Nei suoi occhi ho visto la paura, il dubbio, la fatica di scegliere. Non ha parlato subito. Dentro me speravo che mi difendesse, che dicesse: Troveremo una strada insieme. Ma le parole sembravano non arrivare mai.

Non voglio rinunciare a ciò che amo, ha detto infine. Ma non voglio nemmeno perdere Valentina. Forse troveremo un equilibrio. Credo in noi, dobbiamo solo darci tempo.

Antonella si è lasciata andare sulla poltrona, come se la discussione fosse finita. Ma dentro a quel gesto cera resa e giudizio, come se aspettasse di vedere chi dei due avrebbe ceduto per primo.

Mi è sfuggito un sorriso amaro. Curioso modo di vedere le cose. Cosimo non può abbandonare la sua passione, io invece dovrei rinunciarci? Cercarmi un posto qualsiasi, mentre lui insegue la felicità?

Cosimo è rimasto in silenzio, le mani che tremavano intorno alla tazzina. Sentivo la sua inquietudine, il suo rimuginare, ma non diceva nulla di risolutivo.

Forse dobbiamo imparare a conciliare le cose, ha bisbigliato, con voce fioca.

Conciliare? ha ribattuto Antonella, con un sorriso ironico. La vita non ammette compromessi: o uno si dedica completamente, o

Il suo sguardo ha detto tutto. Lesperienza di una donna che ha già visto troppe cose, la convinzione incrollabile che i giovani illudano sé stessi.

Cosimo si è morso le labbra. Avrei voluto dirgli che oggi si può vivere diversamente, che non serve scegliere tutto o niente. Ma non ho trovato le parole. Sotto quello sguardo, sono tornata piccola, insicura, fuori posto.

Credo che Antonella abbia percepito la mia esaurita energia, perché si è alzata e, con la stessa eleganza con cui faceva tutto, ha annunciato: Direi che per oggi può bastare. Si sta facendo buio, e, qui a Navigli, non è bene che una ragazza torni tardi a casa. Meglio che tu rientri, Valentina. Cosimo, tu resta qui: dobbiamo parlare.

Non sembrava una richiesta. Era un ordine mascherato da gentilezza.

Cosimo ha provato una timida difesa: Almeno la accompagno fino alla fermata

Non pensarci neanche! lha fermato Antonella, senza nemmeno voltarsi. Resterai qui con me.

Ho visto Cosimo sgonfiarsi, le spalle curve, la sottomissione di chi sa che protestare non serve a nulla.

Scusa, Vale ha mormorato piano, senza guardarmi. Forse è davvero meglio così. Prenditi un taxi, ti chiamo dopo

Non ho detto niente. Ho solo rimesso la tazzina sul tavolino, raccolto la mia borsa, mi sono alzata.

Va bene, ho risposto fredda, anche se dentro di me la tempesta montava. Vado.

Ho aggiustato il maglioncino; un gesto sciocco, meccanico, per non crollare. Non cera più spazio per sorrisi di circostanza. Tutto quello che desideravo era andarmene da quellappartamento, dove ogni oggetto sembrava ricordarmi che non ero la benvenuta.

Grazie per il tè, ho aggiunto, senza sforzarmi di essere gentile. Ormai era solo una formalità.

Arrivederci, ha risposto Antonella, senza nemmeno alzare lo sguardo.

Mi sono avviata verso luscita. A metà corridoio mi sono voltata: Cosimo era ancora sul divano, lo sguardo perso nel vuoto, le mani inerti sulle ginocchia. Non si è mosso, non mi ha seguita. Quel silenzio mi ha spezzata più di ogni parola.

Sono uscita sul marciapiede e ho inspirato a fondo laria di quella sera mite. Lumidità tipica di ottobre a Milano mi ha schiarito la mente, ma non ha cancellato il peso che sentivo dentro. Offesa, rabbia, delusione: tutto si confondeva e mi faceva male respirare.

Ho iniziato a camminare lungo i Navigli, prima lenta, poi quasi correndo, come se potessi lasciarmi alle spalle quei pensieri. Eppure, mi inseguivano: Non mi ha difesa. Non ha detto a sua madre che sono la sua scelta. Per lui è più importante accontentare lei che sostenere me. Sentivo le mani contrarsi nelle tasche della giacca, il cuore che batteva troppo in fretta. Avrei voluto gridare ma mi sono limitata a stringere forte le labbra e a soffocare le lacrime.

A casa sono arrivata che ormai era buio. Le strade erano deserte, i lampioni riflettevano sulle pozzanghere rimaste dopo la pioggia. Ho chiuso la porta dietro di me, mi sono tolta le scarpe e mi sono seduta sul pouf allingresso. Il silenzio mi ha avvolta, quasi consolandomi. Solo qui ho potuto finalmente lasciarmi andare, respirare, smettere di fare finta di niente.

Mi sono accorta che, pian piano, i pensieri si facevano più chiari, meno dolorosi. Non era la fine del mondo. Forse era solo la fine di una storia che, dopotutto, non aveva basi solide. Ho inspirato, espirato. Un nuovo giorno stava per cominciare, e io sapevo che ce lavrei fatta.

****

Il giorno dopo ho deciso di non rispondere alle chiamate di Cosimo. Il telefono vibrava spesso, ma mi limitavo a guardare il nome sullo schermo per poi ignorarlo. Mi serviva tempo per capire cosa volessi veramente. Mi veniva in mente sempre lo stesso pensiero: anche restando con lui, avrei dovuto competere per sempre con sua madre. E Cosimo non avrebbe mai scelto davvero. Ogni discussione, ogni scelta futura sarebbe passata per il filtro di Antonella Riva, e questa prospettiva mi faceva sentire vuota.

I giorni successivi li ho riempiti con luniversità, compiti, incontri fugaci con le compagne. Ma era tutto automatico, meccanico. Cercavo di non pensare a Cosimo, ma era inutile: il ricordo della sua passività mi tormentava.

Dopo qualche giorno, tornando dalle lezioni a Porta Venezia, lho riconosciuto davanti al portone: Cosimo, giubbotto chiaro, mani in tasca, lo stesso sguardo triste. Quando mi sono avvicinata, ha chiamato:

Vale!

Mi sono voltata. Era lì, senza il coraggio di sostenere il mio sguardo.

Dobbiamo parlare, ha detto, fissando il marciapiede. Mamma insomma, dice che non sei quella giusta per me.

Ho alzato le sopracciglia, ma allapparenza ero fredda.

E tu che ne pensi? ho chiesto con voce pacata.

Ha esitato, cambiato peso da un piede allaltro. Era palese che non avrebbe saputo rispondere.

È mia madre io non posso darle questo dolore, ha mormorato.

Nessuna decisione in quelle parole. Solo la paura di affrontare le conseguenze. Gli ho lasciato il tempo di aggiungere altro, ma lui taceva.

Quindi sei daccordo con lei? gli ho chiesto, anche se già conoscevo la risposta.

Non dico che sono daccordo ma lei è la mia famiglia. Non posso voltarle le spalle, ha farfugliato, cercando di evitare i miei occhi.

Non ho replicato. In testa mi frullava solo che sarebbe stato sempre così: avrei dovuto dividere il suo cuore e le sue scelte con sua madre, sempre seconda nella lista. E questo pensiero era la vera fine.

Vuoi stare con me? Ho detto piano, guardandolo dritto negli occhi.

Cosimo ha deglutito, ha tentato di trovare le parole, ma si è arreso. Non è riuscito a dirmi quello che avrei voluto sentir dire.

Ho annuito, consapevole che ormai tutto era chiaro. Non ho cercato una spiegazione. Mi sono solo allontanata e sono salita a casa, lasciandolo solo sul marciapiede.

Quella sera sono uscita a camminare per i viali di Porta Venezia. Laria profumava di autunno, di foglie e di possibilità. Passeggiavo senza meta, lasciandomi trasportare dai pensieri.

A un certo punto ho riso. Non era un riso amaro, ma liberatorio: per la prima volta mi sentivo leggera. Se fosse stato davvero pronto per me, mi avrebbe scelta. Invece ora ero libera. Libera dai condizionamenti, dal giudizio, dal dover dimostrare qualcosa a chiunque. Da domani, la mia vita sarebbe stata solo mia. E questo, finalmente, bastava.

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