Il diritto a non avere fretta
Il messaggio della dottoressa arriva mentre Gabriella è seduta alla scrivania in ufficio, intenta a finire lennesima email. Sussulta appena il cellulare vibra vicino alla tastiera.
Le analisi sono pronte, passi oggi prima delle sei, recita, conciso.
Sul monitor, le 15:45 lampeggiano. Tre fermate di autobus dall’ufficio al consultorio, la coda, lo studio, poi ritorno Intanto suo figlio Leonardo chiama dicendo che passa se ce la fa, e la responsabile, quella mattina, ha lasciato intendere che cè bisogno di una relazione extra. Nella borsa, vicino ai piedi, ci sono dei documenti per sua madre che Gabriella ha promesso di portare la sera.
Allora, di nuovo corri in giro stasera? domanda la collega accanto a lei, notando lo sguardo di Gabriella allorologio.
Sì, tocca, risponde automaticamente, anche se il collo sotto la camicetta è già umido e nel petto pulsa una stanchezza familiare.
La giornata lavorativa si trascina come un impasto troppo denso. Email, telefonate, chat di reparto che non finiscono mai. A metà pomeriggio, la responsabile spunta sulla porta del suo ufficio.
Gabry, senti. Il fornitore vuole un riepilogo per il weekend, ma io sabato parto. Puoi occupartene tu? Niente di impegnativo, solo mettere insieme le tabelle. Bastano tre-quattro ore, puoi farlo anche da casa.
La frase niente di impegnativo resta sospesa nellaria come un ordine. La collega dallaltra parte si immerge frettolosamente nel monitor, cercando di sparire. Gabriella sta per pronunciare il solito certo, ma il telefono nel taschino vibra di nuovo: un promemoria dellapp, Stasera: camminata di 30 minuti. Laveva impostato lei stessa questestate, dopo lultimo controllo della pressione, e quasi sempre lo ignorava.
Questa volta no. Rimane semplicemente a guardarlo, come se la invitasse a rispondere.
Gabriella? insiste la responsabile.
Gabriella inspira. La testa rimbomba, ma da qualche parte dentro di lei qualcosa è solido, ostinato: se accetta ancora, si ritroverà seduta al computer fino a notte, con la schiena a pezzi, e la domenica la aspetteranno bucato, cucina, la mamma e il consultorio.
Non posso, dice, sorprendendosi di quanto le parole suonino tranquille.
La responsabile alza le sopracciglia.
In che senso? Tu di solito
Mia mamma Gabriella dice la scusa che ha sempre usato per i suoi ritardi, ma mai per rifiutare. E… il medico mi ha consigliato di lavorare meno. Mi dispiace.
Non precisa che il consiglio risale a tempo fa e con poca convinzione. Ma tantè, lo ha detto.
Cala il silenzio. Dentro Gabriella tutto si stringe: ora arriveranno sospiri, commenti sulla squadra, ci contavo su di te.
Va bene, la responsabile pare voler ribattere, poi fa un gesto vago. Cercherò qualcun altro. Lavora pure.
Quando la porta si richiude, Gabriella nota che ha la schiena bagnata e le dita che serrano il mouse tremano. Un pensiero di colpa le sfiora la mente, rapido come un sorcio: avresti potuto dire di sì che ti costava, solo tre ore al sabato.
Però, accanto alla colpa, resta silenzioso un altro sentimento, nuovo e quasi spaventoso. Sollievo. Come se avesse appoggiato una borsa troppo pesante e si fosse finalmente seduta.
La sera, invece di andare al centro commerciale a prendere due cose per il lavoro, Gabriella esce dal consultorio e non si affretta alla fermata. Si ferma fuori, regola il respiro e sente con chiarezza i piedi dolenti dalla giornata.
Mamma, domani passo io, dice al telefono dopo aver aspettato il suo turno per ritirare gli esami.
Ah, non vieni oggi? la voce della madre, il solito tono leggermente risentito.
Mamma, sono stanca. È tardi, devo anche mangiare, per una volta. Le tue medicine le prendo, non ti preoccupare. Domani mattina te le porto.
Si aspetta una scenata, invece arriva solo un sospiro.
Fai tu. Ormai sei grande.
Grande, pensa Gabriella, sorridendo stancamente. Cinquantacinque anni, due figli ormai adulti, mutuo quasi finito, eppure a volte le sembra ancora di dover dimostrare di essere abbastanza. Figlia, madre, impiegata.
A casa è silenzio. Leonardo scrive in chat che non passa, emergenza al lavoro. Gabriella mette su il bollitore, taglia qualche pomodoro. Per un attimo la mano cerca il bastone dellaspirapolvere i pavimenti reclamano. Poi però si siede semplicemente a tavola, versa il tè e si concede di lasciarlo raffreddare intanto che sfoglia il libro iniziato in vacanza.
Un tarlo dentro continua a insistere: bisogna stendere il bucato, lavare le pentole, finire la relazione, cercare una nuova clinica per la mamma. Ma la voce è più bassa del solito. Tra le tante obbligazioni compare una fessura, da cui filtra un pensiero quieto: Anche più tardi va bene.
Legge senza fretta, torna sui passaggi saltati. A un certo punto scopre di fissare il finestrone e di non avere la minima fretta. Fuori le luci scorrono, i pochi passanti si trascinano le borse, i cani passeggiano pacifici accanto ai padroni.
Va bene così, dice a voce alta. Non succede nulla se il pavimento non brilla.
E questo pensiero non le pare scandaloso.
* * *
La mattina dopo tutto ricomincia come se quel ieri non ci fosse mai stato. La mamma chiama alle nove, preoccupata:
Gabry, arrivi davvero prima di mezzogiorno? Alle undici ho la pressione da misurare, il dottore viene a casa.
Tranquilla, risponde Gabriella, già mentre infila i jeans con una mano e mette nella borsa il misuratore con laltra.
Un messaggio su Whatsapp da Leonardo.
Mamma, ciao. Senti, abbiamo una questione con lappartamento, ci sentiamo stasera? il suo tono è professionale, come se parlassero d’affari.
Va bene, dopo le sette, Gabriella si infila le scarpe di fretta. Ora sto andando da nonna.
Ancora? sbuffa Leonardo.
Sì, ancora, risponde calma.
In autobus qualcuno litiga con lautista, dallangolo si sente frusciare di sacchetti. Gabriella cede al dormiveglia, abbracciando il misuratore, e si sveglia quasi davanti al portone della madre.
La mamma la attende in vestaglia sulla porta, il solito broncio in viso.
Sei in ritardo. Se il dottore arriva e trova disordine accenna con il mento verso la stanza, dove davvero cè una pila di abiti sulla sedia.
Un tempo Gabriella avrebbe reagito di scatto. Parole di fuoco: Io corro dappertutto, e tu mi rimproveri il disordine!. Poi sarebbero arrivate la colpa e la stanchezza.
Stavolta si ferma sulluscio, posa la borsa a terra, inspira. Vede con chiarezza tutta la sceneggiatura: parole dette di nervoso, recriminazioni, sospiri. E poi lei che, uscita dal portone, tampona gli occhi bagnati trovando una scusa ai figli per lennesimo malumore.
Mamma, esala piano. Capisco che ti preoccupi. Però facciamo così: adesso pensiamo al medico, poi metto a posto i vestiti. Non sono di ferro.
La mamma si incupisce, sta per ribattere, ma qualcosa legge negli occhi di Gabriella. Non rabbia, né supplica. Solo una calma determinazione.
Va bene, brontola, tira fuori quellaggeggio.
Quando il medico va via, la mamma, rigirandosi nervosamente la cintura della vestaglia, cambia tono.
Non è per cattiveria, lo sai. Solo da sola mi viene paura.
Gabriella è ai piatti, il detersivo le pizzica le mani. Qualcosa si scioglie dentro al sentire quelle parole.
Lo so, mamma. Anche io a volte ho paura.
La mamma sbuffa, come per ridimensionare il discorso, e cambia canale. Ma in casa laria sembra più leggera, il filo va avanti, teso ma non più sul punto di spezzarsi.
* * *
Verso sera, tornando a casa, Gabriella si ferma in farmacia sotto casa. In coda davanti a lei la signora Rosa, la vicina del piano terra, sempre di corsa con passeggino e borse; oggi invece senza passeggino, con aria smarrita.
Non ci capisco niente con tutte queste vitamine per mio marito, borbotta stringendo il taccuino, il dottore mi ha segnato due nomi, ma con tutte ‘ste offerte mi confondo.
Un tempo Gabriella avrebbe fatto un cenno e si sarebbe rifugiata nel cellulare: i problemi non le mancano. Oggi, invece, la colpisce la sensazione di totale smarrimento di Rosa tra gli scaffali. Anche la mamma le chiede spesso di riscrivere i piani con i farmaci. Lei stessa, lo scorso inverno, era rimasta a fissare perplessa le scatole senza distinguerle.
Dai, fammi vedere, si offre.
Si spostano accanto e Gabriella, con gli occhiali sul naso, studia le note, chiede delucidazioni alla farmacista, mostra la scatola giusta.
Oh, grazie eh. Mi girava la testa. So che ti intendi perché tua mamma non sta bene
Gabriella sorride.
Diciamo che ci sono passata.
Quando escono, Rosa esita.
Se posso, ti chiedo qualche consiglio ogni tanto? Mio marito è testardo, non vuole mai leggere niente.
Anni fa Gabriella avrebbe detto: Certo, passa quando vuoi, per poi rimuginare se Rosa chiamava la sera tardi. Ora prende fiato, sente una lieve ansia: non voglio trovarmi altro peso sulle spalle.
Senti, chiama pure, ma meglio di giorno. La sera ho i miei impegni.
Mentre parla, si sorprende: i miei. Sembra quasi reclamare che il suo tempo libero valga quanto quello degli altri.
Rosa annuisce, senza stupirsi. Questa cosa dà più soddisfazione persino della gratitudine.
* * *
La sera Gabriella prepara qualcosa di semplice. Niente pentoloni come per tutta la famiglia è sola, forse passa Leonardo. Cuoce un po di pasta, qualche fettina di pollo, affetta i cetrioli. La cucina è leggermente in disordine, la camicia di Leonardo sta sulla sedia da una settimana, il cesto del bucato straripa. Un tempo non si sarebbe mai seduta a tavola così.
Ora sposta semplicemente il cesto col piede.
Quando Leonardo chiama, la sua voce è tesa.
Mamma, è complicato. Ci propongono un mutuo, ma lanticipo è alto. Pensavamo che magari ci puoi aiutare ancora? Lo so che già ci hai dato tanto, però
Gabriella chiude gli occhi. Queste richieste le pungono sempre lo stesso punto: avrei potuto fare di più, non ho dato abbastanza, potevo lavorare meglio. Lì, dentro, cè pure la spina eterna del prestito fatto per la ditta del marito e mai restituito.
Quanto vi serve? domanda appoggiandosi con i gomiti al tavolo.
Leonardo dice la cifra. Non è enorme, ma pesa. Potrebbe prenderla dai piccoli risparmi messi via in anni, pensati per un domani: cambiare il frigo, portare la mamma al mare, sistemarsi un po i denti.
Dentro di lei frusciano quei numeri, insieme amarezza per sogni mai realizzati. Non ha cambiato città da giovane, non ha sostenuto la tesi che amava, è rimasta troppo con il marito, e dopo si sono comunque lasciati.
Mamma, tanto poi te li restituiamo, si affretta Leonardo.
Non importa, Gabriella sa che non torneranno, i soldi. È sempre finita così.
Sta zitta qualche secondo, che a Leonardo paiono eterni. In quei passaggi le scorrono davanti le galosce prese a rate, i Natali senza il padre, le notti a due nel letto. E i suoi sogni messi in un cassetto, come una maglia pesante per stagioni migliori.
Vi aiuto, dice infine. Ma solo con metà. Laltra metà dovete trovarvela voi.
Mamma Leonardo ha una punta di delusione nella voce.
Leonardo, il suo nome così, con quella voce, suona rarissimo. Non sono un bancomat. E anche io ho una vita. Devo pensare anche a me stessa.
Cala il silenzio. Gabriella ascolta il battito del suo cuore, aspettando la consueta tempesta di autocritica. Non arriva. Sì, è in ansia. Sì, un po si vergogna. Ma si scopre, contro ogni aspettativa, tranquilla.
Va bene, sospira Leonardo. Hai ragione. Vediamo come fare. Quello che puoi dare ci aiuta comunque tanto.
Parlano ancora di lavoro, della sorella, di serie tv. Quando chiudono, il ticchettio dellorologio torna protagonista in cucina.
Gabriella si siede accanto al cesto del bucato e improvvisamente ha unimpressione particolarissima: come se seduta lì accanto a lei ci fosse la sua versione di trentacinque anni spettinata, sempre sul punto di scusarsi, certa di sbagliare tutto.
Allora, le dice mentalmente, sì, qualche errore lo abbiamo fatto. Un po di occasioni perse ci sono state. Ma non è necessario punirsi altri ventanni.
Non è una grande rivelazione. Solo una tregua. Prende una maglietta dal cesto, la piega con calma. Poi una seconda. Le altre le lascerà per domani. E si concede di non dover fare tutto alla perfezione.
* * *
Il sabato, finalmente libero dal lavoro extra, Gabriella si sveglia senza sveglia. Allinizio il corpo si mette quasi in allarme devi andare, devi pulire, devi cucinare. Si costringe a rimanere a letto ancora dieci minuti, ascoltando i passi che raschiano lasfalto sotto la finestra.
Dopo il tè e un po di ordine rapido in casa, tira fuori dal cassetto un piccolo quaderno. Un regalo di sua figlia per Capodanno.
Mamma, usalo per te, scrivici quello che vuoi fare.
Perfino allora Gabriella aveva sorriso e laveva lasciato vuoto. Che piani può avere una donna che deve badare alla madre, lavorare e pensare ai figli?
Stavolta lo apre su una pagina bianca. La penna indugia. Di idee mirabolanti non ne escono: né viaggi esotici, né cambi di lavoro. Sente con chiarezza che non vuole darsi nuovi progetti.
Scrive: La sera, ogni tanto, camminare senza meta. E sotto: Iscriversi al corso di computer in biblioteca.
Non inglese, non ceramica, non qualcosa da ostentare su Facebook. Solo imparare a usare bene quello che serve oggi, senza sentirsi sempre inadeguata. Non vuole più chiedere a Leonardo tutte le volte come fissare un appuntamento online.
Chiude il quaderno in borsa. Esce. Invece di andare al supermercato fa una deviazione nel cortile dietro casa, che non visitava da anni. È silenzioso: qualche vecchio albero getta ombra sulle panchine. Due donne, più o meno suoi coetanee, spettegolano di prezzi, salute, figli.
Gabriella continua. Cammina senza fretta, né piano, nel suo ritmo. In fondo al petto sente una leggerezza nuova, come quando si svuota un armadio da ciò che occupava posto da troppo tempo.
Ancora non sa vivere diversamente. Si arrabbierà di nuovo, accetterà troppo, si pentirà, farà fatica a dire di no. Ma adesso, in mezzo a tutto ciò, le è rimasto uno spazio: la possibilità di fermarsi e chiedersi, almeno una volta: Lo voglio davvero?
Sulla via di casa si ferma davanti alla biblioteca, dieci anni che passa di lì senza mai entrare. Cè odore di carta, di vecchio. La bibliotecaria, in gilet di lana, la guarda dalla scrivania.
Buongiorno, posso aiutarla?
Sì, volevo sapere del corso. Per insomma, adulti. Per imparare a usare meglio il computer.
La bibliotecaria sorride.
Certo. Sono due sere a settimana. Stiamo formando proprio adesso il gruppo. La segno?
Sì, grazie, dice Gabriella.
Compila il modulo, il 55 nelletà non le pesa più. È solo una tappa: ha raggiunto il punto in cui si concede il diritto di non correre.
Tornando a casa trova ancora la padella da lavare e la camicia di Leonardo, i referti della mamma sul tavolo, unemail in sospeso dal lavoro: Nuove attività per il mese.
Gabriella lascia la borsa, si sfila la giacca, si avvicina alla finestra e rimane un paio di minuti immobile. Dentro di lei, il respiro è finalmente quieto. Sa già che farà i piatti, chiamerà la mamma, risponderà allemail. Però, tra luna e laltra cosa, saprà ritagliarsi un angolo solo per sé una tazza di tè, una pagina letta, due passi attorno allisolato.
E questa consapevolezza, improvvisamente, conta più di tutto il resto.



