Vittoria camminava svelta verso casa, le braccia indolenzite dal peso delle borse della spesa.
La testa era già altrove: doveva preparare la cena, sfamare i ragazzi, controllare i compiti al piccolo.
Già entrando nel cortile vide che davanti al portone sostava unambulanza. Il cuore le balzò in gola e accelerò il passo: suo marito, Carlo, era di salute cagionevole; non sarà che aveva avuto un malore tanto grave da dover chiamare durgenza i soccorsi?
Deve andare al quindicesimo? chiese al conducente, la voce tremante per la preoccupazione.
No, al quattordici. Unanziana signora si è sentita male rispose luomo.
Vittoria tirò un sospiro di sollievo. Non era per loro. Dunque erano arrivati per la vicina, la signora Nina Ferrante. Anche questo le dispiaceva molto: la signora Nina era sola, e la sua età ormai sfiorava gli ottantanni.
Oh, ma la signora Ferrante ha la sua gatta Se la portano in ospedale, qualcuno dovrebbe occuparsi dellanimale pensava Vittoria, salendo le scale.
Davanti allappartamento della vicina cera fermento. La porta spalancata, la barella, e Carlo, suo marito, che aiutava linfermiere con la signora anziana.
Arriva subito anche il guidatore, così facciamo in fretta diceva linfermiere.
Nina Ferrante, vedendo Vittoria, la accolse con un sorriso dolce:
Vittoria cara, mi stanno portando in ospedale. Ti lascio le chiavi di casa, puoi badare tu a Minù? Il cibo è in cucina sul tavolo, la lettiera cè già. Non aver problemi, basta cambiarla una volta al giorno. Spero di tornare per Capodanno fece scivolare le chiavi tra le mani di Vittoria.
Certo che penserò a Minù, voi concentratevi a rimettervi in salute! rispose Vittoria, stringendo con calore le mani della vicina.
Si sdrai bene, niente movimenti la rimproverò linfermiere. Ecco, arriva anche lautista, ci siamo tutti
Aspettate aggiunse Nina Ferrante. Vittoria, avrei ancora un favore. Nel corridoio, sulla credenza, cè un foglio con un numero di telefono. Se dovesse succedermi qualcosa di grave, chiama quel numero. È mia figlia, Simonetta. Sono anni che non ci parliamo, dopo una brutta lite
Vittoria la rassicurò che tutto sarebbe andato per il meglio. Quando portarono via la signora Nina, lei prese il bigliettino, si accertò che Minù stesse bene, poi chiuse la porta.
Ti rendi conto, abitiamo qui da una vita, e io non sapevo nemmeno che Nina Ferrante avesse una figlia raccontò a Carlo una volta tornato.
Mai vista entrare nessuno da lei confermò Carlo. Ceniamo?
Vittoria si scosse, si immerse nelle faccende di casa; finita la cena e messi i ragazzi a letto, tornò col pensiero alla figlia della vicina. Guardò i numeri, stilati in fretta su un foglietto da agenda, e meditò.
Era già tardi; meglio non chiamare: se anche fosse riuscita a parlare con quella Simonetta, non lavrebbero lasciata entrare in ospedale a quellora.
Il giorno dopo, mentre dava da mangiare a Minù, ripensò al favore chiesto dalla signora Nina. La gatta le si strusciava sulle ginocchia, grata, ma Vittoria era indecisa: chiamare o no quella sconosciuta Simonetta?
Si decise infine:
Pronto, Simonetta? domandò quando dallaltro capo risposero. Sono la vicina di sua madre. Ieri lhanno portata durgenza in ospedale. Forse dovrebbe farle visita.
Non mimporta nulla di quella donna, rispose Simonetta gelida. È anni che per me non è più una madre.
Ma davvero, signora? si indignò Vittoria. Capisco che abbiate litigato, ma la vita è breve E se la signora Nina non tornasse più a casa? Possibile che lei sia tanto ferita da non volerla nemmeno vedere?
Sono affari miei! ribatté Simonetta.
Lei è senza cuore! Se potessi vedere mia madre anche solo per un attimo, darei metà della vita! Quando non ci sarà più, capirà tante cose. Io ho assistito mia madre sei anni, e creda, non è stato facile!
A volte, confesso, era quasi insopportabile. Non sa cosa vuol dire occuparsi di chi non può più muoversi da solo. E ora, che sono quasi dieci anni che non cè più, darei qualunque cosa per riaverla qui ancora per dieci anni!
Vittoria, ancora accalorata, chiuse la telefonata.
Ecco qui, Minù parlò alla gatta se la tua padrona non dovesse guarire, ti porteremo a casa con noi. Spero solo che ti intenderai con il nostro Simba Oggi ho chiamato anche in ospedale, ma la signora Nina non sta migliorando
Si avvicinava Capodanno. Vittoria e Carlo tornavano dal mercato, lui reggeva una densa pianta di abete.
Aspetta un attimo, mi tieni la porta? Vittoria chiese, andando verso il portone in cui stavano entrando due donne, poi si girò verso Carlo:
Carlo, muoviti!
Con lalbero tra le braccia, Carlo svelto accorciò le distanze.
A un tratto, Vittoria guardò meglio le due donne che si affrettavano verso lascensore. Rimase di sasso.
O mamma, ma siete voi?! esclamò. Signora Nina, vi hanno già dimessa?!
Eh sì, mi sono fatta lasciare andare. Mi sento meglio, e così torno per il Capodanno. Ah, vi presento Simonetta, mia figlia! il sorriso radioso di Nina Ferrante illuminò tutto il pianerottolo.
Ci conosciamo già più o meno! rise Simonetta.
Salirono tutti insieme, Simonetta che sorreggeva con affetto la madre. Poi, più tardi, sussurrò a Vittoria:
Grazie, davvero, per avermi aperto gli occhi. Posso passare dopo da te?
Naturalmente Vittoria annuì, sorpresa.
Mezzora più tardi, Simonetta si presentò alla porta di Vittoria e Carlo con una torta in mano. Bevvero del tè, mentre Simonetta raccontava:
È stato dieci anni fa. Una sciocchezza, nemmeno ricordo cosera. Lei, ex-maestra, ha sempre voluto insegnarmi come vivere. Quella volta ho perso la pazienza. Ci siamo offese. Un anno intero senza parlarci, entrambe testarde. Poi solo auguri, di rito, alle feste, per telefono.
Arrivai a dirle che sarebbe stato meglio non ci fosse più, piuttosto che sentirmi sempre criticata.
Quando mi ha chiamata, Vittoria, sapendo che la mamma era in ospedale, quasi mi sono sentita sollevata.
Ma poi, dopo che mi ha parlato di sua madre, mi sono impaurita. Se davvero si spegne, con lei se ne va tutta la mia infanzia, non avrò più nessuna da chiamare mamma, resterò sola…
Simonetta raccontò che aveva riflettuto a lungo sulle parole di Vittoria, poi, accantonando lorgoglio, si era recata in ospedale dalla madre.
Non potete immaginare, dopo che sono andata a trovarla, è migliorata quasi subito. Non la lascerò più sola! Simonetta salutò con calore i vicini e corse dalla madre.
Ma cosa le hai detto, di preciso? chiese Carlo dopo, stupito.
Solo la verità, forse sussurrò Vittoria. Alla fine, è solo la verità che può aprire il cuore di una persona. Dai, caro, ricordati di chiamare tua madre stasera. O, meglio ancora, andiamo da lei a festeggiare lanno nuovo. Dopotutto, ormai è rimasta solo una mamma per entrambiCarlo sorrise, poi prese il telefono e, guardando Vittoria negli occhi, disse:
Hai proprio ragione. Le parole giuste cambiano le cose.
Mentre Vittoria sistemava le ultime decorazioni sul vecchio abete profumato, pensò che forse il nuovo anno avrebbe portato più di una riconciliazione entro quelle mura: non solo tra madre e figlia, ma anche tra tutti coloro che, senza saperlo, erano legati da piccoli gesti di attenzione e gentilezza.
Quella sera, dietro ogni finestra illuminata della palazzina, cerano tavole apparecchiate, risate, chiamate che colmavano distanze improvvisamente superabili.
E mentre il rumore lontano dei primi fuochi dartificio salutava il futuro in arrivo, Vittoria aprì la porta di casa per chiamare Minù, che miagolava curiosa nellandrone. La gatta entrò, seguita da Carlo, e i ragazzi corsero a spiarla tra le gambe.
Tutto era come sempre, eppure tutto era nuovo. Nel tepore domestico della sera, Vittoria sentì che, finché si trova il coraggio di tendere la mano, non sarà mai troppo tardi per ricominciare.
La gatta fece le fusa, il telefono squillò di auguri, e per un attimo tra odore di abete, voci familiari e la promessa di giorni migliori il cuore di ognuno parve colmo e leggero, pronto ad accogliere il nuovo anno che stava già bussando alla porta.



