Mi sono ritrovata in un sogno confuso, dove nuotavo tra i ricordi dei miei quattro anni di maternità. Tutto era avvolto dalla luce dorata del pomeriggio a Napoli, dove sembrava non esserci differenza di età tra i miei bambini: erano piccoli angeli indaffarati che mi legavano dolcemente alle mie responsabilità. Mio marito, Giuseppe, lavorava come un mulino a vento due impieghi, un appartamento nostro, abbastanza euro per andare avanti.
Durante una cena sospesa tra il reale e lassurdo, mia suocera, la signora Rosalia, fissava il vuoto della stanza e sussurrava: “Cosa hai realizzato a venticinque anni? Avresti dovuto avere una carriera, come mia figlia Ludovica.”
Ludovica, la sorella di Giuseppe, danzava nei suoi sogni di successo. Non pensava minimamente a sposarsi; metteva la giovinezza e la bellezza in una bolla di cristallo. Non voleva sacrificare la sua primavera per figli e pentole, e mi sembrava che la seguisse unombra di gelosia. La carriera di Ludovica sembrava arrancare, eppure spargeva chiacchiere come coriandoli a Carnevale.
Ludovica, sempre avvolta in sciarpe colorate, viaggiava da Firenze a Palermo, viveva per gli aperitivi e le notti insonni. Poi, in una giornata irreale, si presentò da me, trafelata. La sua responsabile sarebbe andata in congedo maternità; cercavano una sostituta e bastava presentare il progetto migliore per ottenere la posizione di caporeparto. Ludovica detestava il computer e il foglio Excel era per lei un oracolo misterioso. Impossibile che riuscisse da sola.
Rosalia a quel punto mi schiacciò con le sue pressioni: avrei dovuto aiutare Ludovica, mentre lei si sarebbe occupata di tutto casa, bambini, persino il bucato. Accettai, trascinata da una logica dal sapore di vigneto.
Ma il giorno dopo, la voce di Rosalia mi colpì come un vento freddo: “Non posso prendere i bambini, devo andare in campagna dai parenti a fare le conserve. Ve la dovete cavare.” E svanì in una nuvola di marmellata e conserve dalbicocca.
Ludovica non si fece più vedere. Rimasi sola tra i pianti e i giocattoli, provando a lavorare al progetto tra sogni spezzati e briciole di pane sul divano. Lalba entrava fluida, ma io ero esausta. Nessuno, per tutto il tempo, aveva mai badato ai miei bambini.
Allora, perché non è pronto il progetto? Hai promesso! gridò Ludovica in un sogno incerto.
Tu e tua madre avete giurato che vi sareste occupate dei bimbi. Io non ho avuto il tempo di respirare o di lavorare davvero.
Ludovica si gonfiò dira come un palloncino, disse con fredda sicurezza che avrebbe fatto tutto da sola. Ma era la pigrizia a tessere la sua tela invisibile non fece nulla, e il nuovo posto svanì come neve al sole.
Rosalia, poi, mi accusò: Sei terribile! Hai tramato contro mia figlia, la invidi!
Nel sogno, io quasi sorridevo: nessuna spiegazione era necessaria. Contava solo che Giuseppe aveva compreso tutto e mi proibì di parlare ancora con la sorella. Così ora Ludovica resta con la sua libertà e indipendenza, in unItalia dai contorni sfumati, dove ognuno naviga tra le proprie illusioni come in un sogno che si scioglie con il primo sole di primavera.




