Ho sempre portato dentro di me il peso di un’infanzia difficile. Sono cresciuta in un orfanotrofio a Torino i miei genitori erano mancati troppo presto, senza che ci fosse alcun parente disposto a prendersi cura di me. Quando ho compiuto diciottanni, ho lasciato listituto senza esitare e mi sono messa subito a lavorare. Andare alluniversità era un sogno troppo costoso, fuori dalla mia portata. Non sono mai stata una persona che si tira indietro davanti alla fatica, ho sempre accettato qualsiasi impiego con dignità.
Poi è arrivato Matteo nella mia vita. Ci siamo innamorati, come succede nei film che danno la domenica su Rai1, e abbiamo deciso di andare a vivere insieme, in un piccolo bilocale non lontano da Porta Susa. Tra di noi cè sempre stata comprensione ed affetto. Non ci sono mai state grandi discussioni, solo una quotidianità piena di rispetto e piccoli gesti daiuto.
Cera però una ferita che non si rimarginava. Matteo non ha mai voluto sposarmi, mentre io sognavo una famiglia tutta mia quella che non avevo mai avuto. Dopo quattro anni insieme, sono rimasta incinta. La reazione di lui è stata immediata ma devastante: è sparito, lasciandomi solo un biglietto in cui mi diceva che non era pronto, che non voleva figli e che i suoi genitori mi avrebbero dato dei soldi perché me ne liberassi.
Ed effettivamente quei soldi sono arrivati qualche migliaio di euro in una busta, come se fosse la soluzione di tutti i mali. Ma io sapevo bene che mai avrei potuto fare del male al mio bambino. Avrei lavorato ancora di più, sopportato ogni sacrificio, ma non avrei mai rinunciato a lui.
Ricordo il giorno in cui la mia vicina mi ha fermato sulle scale, vedendo la pancia ormai evidente:
Te lho detto, Francesca, mi ha detto con tono pungente con gli uomini solo dopo il matrimonio! E adesso? Che farai? Farai la madre da sola, è questo che vuoi?
Quelle parole mi hanno trafitto, più delle difficoltà pratiche. Era dura già di suo, ma quei giudizi mi pesavano addosso come macigni. Ha continuato per settimane a farmi sentire la sua disapprovazione.
Nel frattempo, la vita si era fatta molto più dura; durante la gravidanza lavoravo più di prima per mettere via qualche soldo in più. Lunica nota positiva era il mio capo finalmente qualcuno che capiva la mia situazione e che, ogni tanto, mi dava una piccola gratifica oltre lo stipendio. Quello che non avrei mai immaginato, però, era laiuto che mi sarebbe arrivato da persone che nemmeno conoscevo bene.
Un pomeriggio, mentre stavo riposando, hanno suonato alla porta. Era una donna del palazzo, con una grossa borsa piena di roba per bambini. Poi ho scoperto che la mia vicina aveva chiesto a tutte le altre donne dello stabile di darmi una mano: da allora hanno iniziato a portarmi vestitini, giochi, coperte, pannolini. Addirittura il portinaio, un uomo anziano e sempre silenzioso, mi lasciava qualche banconota ogni tanto, per il piccolo, come diceva lui.
Non avrei mai immaginato che, in un momento tanto difficile, persone quasi sconosciute avrebbero fatto tanto per me. Persino la padrona di casa, una donna solitamente severa, ha deciso di abbassarmi laffitto per darmi un po di respiro.
Grazie a questa rete di solidarietà improvvisata, sono riuscita a portare avanti la gravidanza con meno ansie e a crescere mio figlio, Alessandro, circondata da piccoli gesti daffetto quotidiani. In un certo senso, è stato come se tutto il palazzo si fosse preso cura di noi.
Ora sono passati molti anni. Il padre di Alessandro vorrebbe rivederlo. Non si è mai costruito una famiglia, e anche i suoi chiedono notizie di questo nipotino mai conosciuto. Mi tormento nel cuore: dovrei concedergli questa possibilità? O lasciar stare tutto comè? Forse nessuno può dirmi cosa sia giusto. O forse lo capirò solo lasciando passare ancora un po di tempo.





