Giovanni tornò a casa quella sera. Entrò in cucina e trovò la cena pronta sul tavolo. “Strano, dovè Caterina?” pensò tra sé e sé. Attraversò il corridoio e la vide in camera da letto, seduta per terra, intenta a mettere dei vestiti in una borsa da viaggio.
Parti per qualche parte? domandai.
Mi hanno dato una visita: devo andare allospedale di Firenze, per dei controlli. Ho dei sospetti brutti disse Caterina allimprovviso, abbassando lo sguardo.
Che tipo di sospetti? risposi col fiato sospeso. Non vorrai mica dire Quella malattia di cui è morta tua madre
Rimasi fermo, incredulo davanti a mia moglie. La verità mi sembrava impossibile.
Già da diversi giorni non riuscivo a trovare pace. Mi preoccupavo molto per Caterina, che si era dovuta recare in città per dei controlli importanti. Io ero rimasto nel nostro piccolo paese sulle colline senesi, in attesa con ansia di sue notizie.
Caterina non era tipo da lamentarsi: io avevo sempre pensato che stesse bene. Da trentanni eravamo sposati, avevamo cresciuto due figli insieme. La casa poggiava tutta sulle spalle di mia moglie: cucinare, pulire, sistemare. Io ero convinto che fosse normale così: lavare i piatti, cucinare cose da donne, pensavo. Non era lavoro da uomo.
Eppure Caterina lavorava anche come impiegata amministrativa nella stessa azienda in cui lavoravo io. E quando rincasavo, non mancavo mai di lamentarmi della stanchezza, sdraiandomi sul divano davanti alla TV. Lei invece subito si buttava in cucina, preparava la cena e il pranzo per il giorno dopo, lavava i piatti, sistemava la casa, stirava
A casa nostra cera sempre ordine e calore. Cibo buono e fresco non mancava mai. Io, poi, non sopportavo mangiare la stessa cosa due giorni di fila, così Caterina passava ore ai fornelli senza mai protestare. Non mi chiedeva aiuto, e io non le offrivo niente: non mi sfiorava nemmeno il pensiero. Perché mai? Non è roba da uomini.
Quando Caterina chiese ferie per andare a farsi controllare, la cosa mi sorprese.
Che succede? le domandai. Ti sei ammalata?
Spero di no mi rispose. È solo che non mi sento benissimo ultimamente.
Forse ti servono delle vitamine suggerii. Dopotutto, è primavera
Forse disse lei con disinvoltura.
Quella sera, tornando dal lavoro, Caterina mi annunciò che doveva andare a Firenze per farsi vedere.
Come? Ma perché?
Ci sono sospetti seri sulla mia salute. Per questo mi mandano allospedale grande.
Ma che dici balbettai. Hai hai proprio quella malattia?
Sono solo ipotesi cercò di rassicurarmi, anche se capivo che era agitata, e forse aveva anche già pianto mentre ero fuori. Ho comprato il biglietto dellautobus, domani alle otto parto. Mangia pure da solo, cè il pollo e il riso sul fornello, in tavola linsalata. Ora devo finire di preparare le cose e andare a dormire presto.
Hai già cenato?
Non mi va, non ho fame rispose lei, continuando a preparare la borsa.
Guardavo quella valigia e nella testa mi tornarono ricordi di qualche anno prima, quando dovevamo andare al mare per la prima volta. Caterina aveva comprato quella stessa borsa, era così contenta! Due costumi colorati, un vestito nuovo, un cappello di paglia Alla fine però non ci siamo mai andati: allultimo momenti mi chiesero di sostituire un collega malato al lavoro, e il direttore mi promise un buon premio in euro. Pensai che tanto valeva rinunciare: la camera da letto aveva bisogno di una ristrutturazione, avrebbe fatto comodo quella somma.
In quelloccasione, pensavo che Caterina fosse daccordo con me, anche felice. Poi, quella notte la sentii piangere piano, e lei mi disse che aveva fatto un brutto sogno. Solo ora compresi che piangeva perché il viaggio al mare quello che desiderava da anni era sfumato.
Lanno dopo fu lo stesso, e Caterina smise semplicemente di parlarne. A me andava più che bene: non avevo voglia di viaggiare. Cera la casa in campagna, ogni fine settimana da dedicare allorto o alle grigliate con gli amici; cera anche un fiume vicino dove andare a nuotare. Perché sprecare soldi o allontanarsi quando si può star bene anche così?
E ora Caterina riempiva la stessa valigia, ma non per andare al mare: doveva partire per controlli in ospedale. Mi sentivo gelare.
Quella sera non toccai cena e la notte non riuscivo a prendere sonno: accanto a me Caterina singhiozzava piano, e io avrei voluto abbracciarla e confortarla, ma non ebbi il coraggio di farlo.
Allalba la accompagnai alla stazione degli autobus. Prima che salisse, la strinsi forte e sentii che non volevo lasciarla andare. Rimasi lì finché lautobus sparì tra le colline, gli occhi pieni di lacrime.
Caterina sussurrai quasi senza voce, ti prego, che vada tutto bene
Mi sentivo vuoto, ma dovetti farmi forza e andare al lavoro. Solo grazie agli impegni riuscii a distrarmi un po, ma appena tornato a casa, la tristezza si ripresentò tutta intera. Senza di lei, la casa appariva vuota e fredda. Mi costrinsi a scaldare la cena rimasta e mangiare qualcosa.
Provai a rilassarmi accendendo la televisione, ma niente mi interessava: la spensi subito. Così presi lalbum di fotografie dalla credenza e cominciai a sfogliare le pagine.
Ecco qui, proprio dopo il nostro matrimonio. Quanto era bella, magra, elegante. Era bella anche adesso, certo, ma allora La vidi e mi innamorai subito. Se qualcuno mi avesse detto una cosa così, avrei riso. Amore a prima vista, che sciocchezza! E invece, successo.
Ci conoscemmo alla festa di compleanno di un mio amico. Caterina era arrivata accompagnata da un ragazzo. Io ero lì con una ragazza, ma appena vidi Caterina persi la testa. La mia ragazza, Martina, se ne accorse subito: mi trascinò fuori e mi fece una scenata. Le dissi semplicemente che era ora di lasciarci: non lavevo mai amata.
Martina finì per mettersi con un altro la settimana dopo. Caterina invece non fu facile da conquistare: anche dopo aver lasciato il suo ragazzo di allora, non si buttò subito tra le mie braccia. Ma alla fine il mio corteggiamento intenso vinse.
Rivedevo le foto e rivivevo in mente i momenti più belli passati con lei. Quanto ero stato fortunato, quanto poco lavevo capito in tutti quegli anni Quando le avevo detto lultima volta che lamavo? Le avevo mai fatto un complimento? Forse nemmeno la ringraziavo per la cena. Era ovvio, pensavo: una moglie deve occuparsi del marito, no?
Solo ora capivo: Caterina aveva portato tutto il peso della casa sulle sue spalle, e io pensavo che fosse talmente forte da non sentire mai fatica. Quando mi ammalavo, si prendeva sempre cura di me; se invece si ammalava lei, beveva qualcosa ed andava comunque a lavorare.
Era terribile pensare di poterla perdere. In quei giorni vissi come un automa, telefonandoci ogni sera, attendendo con il cuore in gola che dicesse qualcosa di certo. Ma ancora nessuna risposta.
Mi rimproveravo di essere stato troppo distratto, troppo egoista, un marito che dava tutto per scontato. Se potessi solo tornare indietro
Una sera, finalmente, ricevetti la sua chiamata:
Giovanni, ho delle belle notizie. Nulla di grave, le paure non si sono confermate. Certo, qualche problemino cè, ma niente di tanto brutto.
Davvero? gridai quasi di gioia. Non puoi capire quanto sono felice, Caterina!
Qualche giorno dopo, la attesi alla stazione del paese. Avevo in mano un mazzo di gigli bianchi, i suoi preferiti.
Giovanni, non dovevi spendere per i fiori! disse sorpresa, ma il sorriso non riusciva a nasconderlo. Però grazie, mi fa tanto piacere.
Quanto ho avuto paura per te le sussurrai stringendola Ti amo così tanto Perdonami
Perdonarti? E di cosa mai? Mi hai forse tradita?
Ma figurati! esclamai Solo che non ti ho dato abbastanza attenzioni, non ti ho aiutata. Ma ora sarà diverso. E poi, ho una sorpresa!
Dimmi!
Ho preso i biglietti: tra un mese è il nostro turno di ferie, e partiamo insieme per il mare.
Il mare? E la casa in campagna?
Ma che ce ne facciamo? dissi scrollando le spalle Magari la vendiamo anche. Gli ortaggi li compriamo al mercato, no?
Non ti riconosco più, Giovanni!
Neanche io mi riconosco, Caterina. Ho avuto così paura di perderti Dora in poi ti custodirò come il bene più prezioso. Ti amo davvero tanto
Ah, Giovanni sorrise Caterina Forse servivano proprio tutte queste cose perché tu mi dicessi parole così belle. Dai, rientriamo a casa Anche io ti amoCi abbracciammo lì, in mezzo alla piazza, mentre la brezza tiepida di maggio portava il profumo dellerba nuova e delle viole. Restammo così, stretti sotto il portico, come due innamorati alle prime uscite, senza fretta di andare, senza paura che qualcuno ci vedesse. A un certo punto, Caterina appoggiò la testa sulla mia spalla e sospirò.
Non so se merito tutto questo amore disse piano.
Lo meriti mille volte, e io sono stato sciocco a non dirtelo prima risposi.
La vidi sorridere, e in quel momento mi resi conto che cera una luce nuova nei suoi occhi: serena, felice. Forse la paura aveva cambiato qualcosa, ma adesso davanti a me cera una donna che guardava al futuro senza rancore.
Tornammo a casa insieme, mano nella mano, e quella sera fummo noi a preparare la cena. Cucinammo ridendo tra spruzzi dacqua e profumo di basilico. Mangiammo tardi, chiacchierando fitto, e persino il vecchio orologio appeso in cucina mi parve battere un tempo più dolce.
Prima di andare a dormire, mentre Caterina riponeva i piatti, mi accostai a lei e la presi per mano.
Promettiamoci di non lasciarci più soli, neanche nei pensieri dissi.
Promesso sorride lei.
Quella notte mi addormentai ascoltando il suo respiro accanto al mio, più lieve di una carezza. E capii che la felicità, spesso, sta tutta in quelle piccole cose che avevo imparato troppo tardi a custodire. Ma ora sapevo: non le avrei più lasciate scivolare via.




