Avevo appena sistemato lultimo piatto e mi fermai per un istante a controllare il tavolo. Dodici posti, dodici bicchieri, dodici tovaglioli piegati a triangolo proprio come mi aveva insegnato mamma. Alle otto sarebbero arrivati i Rossi, più tardi Laura con suo marito. Casa piena, come piaceva tanto a mamma. La tovaglia era quella bianca con i piccoli cristalli di neve ricamati agli angoli era parte del corredo di mamma, la sua preferita. Lisciando le pieghe con la mano, mi ritrovai a pensare che era già il terzo Capodanno che preparavo da sola quella tavola. Senza di lei.
Nonna Nina, e la tredicesima sedia?
Sussultai. Sofia, la mia nipotina, era sulla soglia, stringendo un altro mazzetto di piatti contro il petto. Le guance le erano arrossate dal freddo probabilmente era appena rientrata dal cortile.
Che tredicesima? cercai di sviare.
La bisnonna la metteva sempre. Per lospite inatteso.
Mi voltai verso la finestra. Fuori nevicava fitto, i fiocchi grandi e lenti parevano batuffoli di cotone. Mamma adorava questo tipo di neve. Diceva che portava sempre un ospite. Non le avevo mai chiesto che tipo di ospite aspettasse. Credevo fosse solo un detto. Solo un gesto tramandato.
La bisnonna non cè già da tre anni, Sofi.
Proprio per questo.
La bambina mi guardava, diretta e senza rimprovero, ma con quella domanda nei suoi occhi che solo lei sapeva esprimere. A soli dieci anni era lunica in famiglia che si ricordava delle storie di mamma. Lunica che le ascoltasse davvero, mentre noi adulti rispondevamo per cortesia, troppo occupati con routine e bilanci. Ora che mamma non cera più, non avevo più a chi chiedere.
Va bene, sospirai. Prendi la sedia di legno che sta in cantina, appoggiata al muro.
Sofia sorrise e sparì. Andai al comò, aprii il cassetto sopra. Dentro, racchiusi in una scatolina di velluto, gli orecchini dambra di mamma, montati in argento. Lunico suo gioiello che porto. Marco dice che mi stanno bene. Io li porto solo perché, sfiorandomi il lobo e sentendo il freddo metallo, sembra quasi di avere mia madre vicino.
Mi infilai gli orecchini e mi guardai allo specchio. Cinquantadue anni. Le prime rughe agli occhi, i capelli che sbiancano alle tempie. Mia mamma alla mia età sembrava più giovane. O forse era solo una mia impressione?
La tredicesima sedia apparve in fondo al tavolo. Sofia la sistemò rivolta proprio verso la porta dingresso. Avrei voluto dirle che non era comodo, che lospite avrebbe avuto la schiena rivolta alla finestra ma tacqui. La mamma laveva sempre messa così. Sempre.
La bisnonna raccontava, disse Sofia mentre lisciava la tovaglia intorno al nuovo posto, che aveva un fratello. Lo zio Giosuè. Partì quando lei aveva ventisette anni. E non tornò più.
Rimasi immobile con linsalatiera in mano.
Come lo sai?
Me lo raccontava da piccola, quando restavo a dormire da lei. Eravamo abbracciate nel buio e lei parlava dei tempi antichi, della casa, dellinfanzia, di suo fratello. Diceva che un giorno sarebbe tornato. E così, ogni volta, preparava una sedia in più.
Quarantanni. Quarantanni che mamma metteva la tredicesima sedia, e io pensavo fosse solo una tradizione. Solo ospitalità. Solo una delle sue stranezze. Invece, lei aspettava. Ogni Capodanno, qualcuno in particolare.
Perché non me lo diceva?
Sofia alzò le spalle.
Forse pensava che lavresti chiesto tu.
Non lho mai chiesto. In cinquantadue anni, mai le ho domandato perché mettesse ostinatamente un coperto in più. Mai ho chiesto del suo passato, di quando era bambina, della famiglia, di ciò che veniva prima di me. Lho sempre data per scontata: la mamma è la mamma. Ed ora non cè più, e so così poco di lei.
La porta dellingresso sbatté. Marco entrò infreddolito, togliendosi la neve dal colletto. Dietro di lui Paolo con Claudia. La casa si riempì di voci, di risate, del rumore delle posate. Claudia aveva portato la sua famosa torta salata, Paolo una bottiglia di spumante. Marco mi abbracciò e mi baciò sulla tempia.
Hai apparecchiato meravigliosamente.
Sorrisi, prendevo cappotti, servivo il tè, ascoltavo chiacchiere di traffico e maltempo. Ma gli occhi cercavano sempre la tredicesima sedia. Vuota. In attesa.
Mamma aspettava qualcuno. Qualcuno di preciso. Per quarantanni. E io nemmeno lo sapevo.
Il campanello suonò che erano le sei di sera.
Avevamo appena finito gli antipasti. Paolo raccontava qualcosa sul lavoro, Claudia rideva alle sue battute. Marco stappava la seconda bottiglia. Sofia silenziosa, pensierosa, giocherellava col cibo. E poi il campanello, improvviso, secco.
Apro io! gridò Sofia, saltando dalla sedia.
Mi stavo asciugando le mani quando sentii la sua voce:
Nonna, cè un uomo.
Nel tono cera qualcosa che mi spinse verso lingresso.
Sulla soglia cera un vecchio. Barba bianca, spettinata, trasandata. Cappotto liso, i bottoni mal cuciti. Il cappello sformato dal tempo. Scarpe sfinite, una legata con uno spago invece dei lacci. Un senzatetto. Uno dei tanti che si incontrano nei pressi delle stazioni.
Eppure lui non ci guardava. Guardava la casa. Le finestre con gli scuri intagliati, la porta con la vernice scrostata, lalberello addobbato che avevamo sistemato in giardino. Guardava come chi cerca di ricordare. O di riconoscere.
Buonasera, disse infine, voce roca ma gentile. Scusate. Ho solo molto freddo. Posso riscaldarmi un po?
Marco mi si fece vicino. Sentivo la sua tensione.
Non facciamo elemosina, disse a bassa voce ma deciso. Le porto un tè caldo. Aspetti qui.
Facciamolo entrare, intervenne Sofia davanti a noi, con lo sguardo fermo. Nonna Nina, hai messo la sedia. La tredicesima. Per un ospite inatteso.
Guardai il vecchio. Non chiedeva nulla. Non si lamentava della vita o dei figli affamati, come spesso succede a chi chiede lelemosina per strada. Stava solo lì, guardando la casa. La mia casa. Quella di mamma.
E notai le sue mani.
Si tolse i guanti di lana, bucati al dito indice, e frizionò le mani per riscaldarsi. Aveva unghie pulite, corte, ben curate. La pelle ruvida, screpolata dal gelo ma le mani erano di chi è abituato a lavori di precisione. Dita lunghe, calli evidenti sui polpastrelli. Non da vagabondo. Mani da artigiano.
Entrate pure, dissi, senza sapere nemmeno io perché. Oggi è Capodanno. Non si lascia una persona al gelo.
Marco voleva protestare notai il tremito sul suo mento ma gli posai una mano sullavambraccio. Un gesto che usava anche mamma per calmare papà. Non falliva mai.
Va bene cedette Marco. Ma solo per poco.
Il vecchio varcò la soglia e rimase in piedi nellandrone. Esplorò con lo sguardo. Lentamente voltò la testa a destra, verso il corridoio che portava alla cucina. Poi a sinistra verso il salotto con lalbero di Natale. Nei suoi occhi lampeggiò qualcosa. Ricordo? Forse era solo unimpressione.
La cucina è a destra? chiese a nessuno in particolare.
Sì, fece Sofia con la testa. Ma come lo sa?
In queste case è quasi sempre così, fece lui dopo una pausa. Chiedo scusa, è da tanto che non entro in una vera casa.
Lo portammo in salotto. Paolo non gradiva la novità, Claudia si strinse a lui. Solo Sofia sorrideva agitandosi attorno al nuovo ospite.
Gli sistemai la sedia in fondo al tavolo. Lui si sedette cauto, temendo quasi di romperla. Le mani sulle ginocchia. La schiena dritta, nonostante la fatica degli anni.
Vado a portarle qualcosa da mangiare, disse Sofia.
Grazie. Siete davvero gentili.
Parlava con voce chiara, senza inflessioni rozze. Non sembrava uno abituato alla strada.
Sofia gli portò un piatto di insalata, patate arrosto, una fetta di arrosto. Lui prese la forchetta e di nuovo guardai le sue mani. Il modo in cui la teneva corretto, con naturalezza. Mangiava piano, con gentilezza, senza fretta. Come chi è stato educato fin da bambino.
Come si chiama? chiese Sofia, accomodandosi di fronte.
Lui sollevò il capo.
Giosuè.
Quasi lasciai cadere il bicchiere. Le dita mi tremarono, il vino macchiò la tovaglia. Giosuè. Lo zio di cui aveva parlato Sofia. Ricordavo vagamente: un parente che era partito quando io ero ancora piccola. Nove anni avevo, e già allora veniva di rado lavorava fuori città. Il viso non lo ricordavo. Solo le lacrime di mamma quando lui se ne andò. Sarà una coincidenza, mi dissi. Di Giuseppe e Giosuè ce ne sono a milioni in Italia.
E il cognome? incalzò Sofia.
Andrea.
Le mie mani andarono da sole agli orecchini. Andrea. Mamma era figlia di Andrea Andrea Fabrizi. Morto prima che io nascessi, lo conoscevo solo dalle foto.
Era tutto davvero buonissimo, disse il vecchio dopo aver finito. Da tanto non mangiavo così.
Le porto ancora qualcosa? propose Sofia.
No, grazie. Va benissimo così.
Rimase a fissare lalbero di Natale. Guardava le luci, le decorazioni, la stella doro in cima. Gli occhi chiari, grigio-azzurri. Una strana familiarità in quello sguardo. Lo stesso sguardo che vedevo ogni giorno da cinquantadue anni negli occhi di mamma.
Ninuccia, disse a un tratto, fissandomi mi passi il sale?
Ninuccia.
Solo mamma mi chiamava così. Ninuccia, a tavola. Ninuccia, va a dormire. Nessun altro. Marco mi chiama Nina o Ninella, Paolo mamma, Sofia nonna Nina. Al lavoro sono la signora Nina Andrea.
Come fa a sapere come mi chiamavano da piccola?
Si era irrigidito, la forchetta a mezzaria. Qualcosa gli passò sul viso paura? O solo esitazione?
Ho sentito… qualcuno chiamarla così.
Nessuno mi aveva chiamato Ninuccia quella sera. Nemmeno per sbaglio.
Non dissi nulla. Porsi il sale. Mi voltai verso la finestra, fuori la neve continuava a cadere grande e lenta.
Ma continuai a osservare le sue mani.
A mezzanotte meno un quarto era tempo di brindisi. Marco pronunciò un discorso sulla famiglia, la salute, la serenità nellanno nuovo. Tutti brindammo. Il vecchio, Giosuè, lo fece silenziosamente, sorseggiando piano il suo spumante. Giusto un assaggio, per educazione.
Le campane segnarono la mezzanotte. Sofia strillò Buon anno!, Claudia abbracciò Paolo, Marco mi baciò. Io guardai il vecchio. Sedeva immobile, gli occhi fissi sullalbero. Le labbra si muovevano forse una preghiera? Forse seguiva mentalmente i rintocchi?
Dopo il brindisi, Sofia mise della musica. Paolo e Claudia andarono a ballare nella stanza accanto da lì arrivavano risate e canzoni italiane anni Sessanta. Marco si addormentò sulla poltrona, stanco dalla giornata. Sofia corse a telefonare agli amici per gli auguri.
Rimasi a sparecchiare.
Il nostro ospite non si era mosso. Schiena dritta, mani sulle ginocchia, lo sguardo allalbero.
Sentii uno scricchiolio lieve.
Giosuè si alzò. Lentamente, da anziano che conosce il dolore delle giunture. Si avvicinò allalbero. Allungò la mano e toccò la stella sulla punta. Quella vecchia, tutta scrostata, appartenuta già alla nonna.
E la girò. Appena un po, sulla sinistra. Di pochi centimetri.
Mi mancò il fiato.
Quel gesto. Quella piccola rotazione. Mamma lo faceva ogni Capodanno. Ogni volta, appena finivamo di decorare, sistemava la stella due centimetri a sinistra. Sempre. Quando le chiedevo il motivo, sorrideva: Così va bene, Ninuccia. Così è giusto.
Mi avvicinai. Il cuore mi batteva fortissimo.
Perché lha fatto?
Ritirò la mano. Mi guardò, un lampo di paura.
Abitudine.
Di chi?
Silenzio. I suoi occhi grigio-azzurri su di me. Rughe, barba bianca, stanchezza. Ma quegli occhi… erano quelli che vedevo ogni mattina nello specchio. Gli stessi di mamma.
Lei conosceva mia madre, non era una domanda.
Abbassò lo sguardo.
Zina Andrea? Sì. La conoscevo bene.
Da dove?
Silenzio lunghissimo. Guardava lalbero come in cerca di una risposta.
Siamo cresciuti insieme, sussurrò.
Il cuore perse un battito. Siamo cresciuti insieme. Chiunque può dirlo. Vecchi amici, parenti lontani.
In questa casa? sussurrai, sapendo già la risposta.
Sì.
Mi mancava il fiato. Feci un passo avanti.
Chi è lei davvero?
Taceva.
Là, dove ora cè il ripostiglio, cera una cameretta per bambini. Con la finestra sul giardino. In inverno si formavano disegni di ghiaccio sui vetri io e Zina li guardavamo e inventavamo a chi assomigliassero.
Ora lì cè il ripostiglio.
Lo so. Pausa. Io e Zina… si interruppe.
Cosa?
Scosse la testa.
Niente. Scusi. Ho bisogno daria.
Uscì in giardino senza prendere il cappotto.
Lo trovai mezzora dopo.
Era sulla vecchia panca vicino alla recinzione, a fissare le finestre illuminate della casa. La neve candida gli si posava sulle spalle, sul berretto, sulla barba. Non si muoveva. Solo guardava.
Indossai il piumino di mamma quello storico, ancora dellepoca in cui le cose si facevano per durare e lo raggiunsi.
Congelerà qui fuori.
Non sarebbe la prima volta.
Mi sedetti accanto. La panca era gelida anche sotto il piumino. I fiocchi cadevano umidi sulla faccia.
Mi racconti.
Cosa?
Tutto. Chi è, come conosceva mamma, perché è venuto.
Lungo silenzio. Guardava le sue mani quelle stesse mani ordinate, con i polpastrelli segnati.
Zina era mia sorella minore, disse infine, la voce rotta. Io me ne andai quando lei aveva ventisette anni. Io trenta.
Sentii la terra scivolare sotto i piedi. Mi tenni salda alla panca.
Lei… è davvero zio Giosuè?
Si scosse, mi fissò.
Lei parlava di me?
Con Sofia. La nipotina. Proprio oggi me lha raccontato. Diceva che la bisnonna la aspettava. E metteva una sedia in più ogni anno. Per quarantanni.
Si coprì il volto con le mani. Le spalle scosse dal pianto.
Quarantatré anni. Ho avuto paura di tornare.
Perché?
Si asciugò le lacrime, ghiacciate nella barba.
Papà. Avevamo litigato forte. Gli dissi cose troppo gravi. Che mi aveva rovinato la vita. Che non avrei mai più messo piede in questa casa. E sono partito. Al nord, per lavorare nei cantieri. Pensavo di tornare dopo un anno. Passarono cinque anni, poi dieci, poi venti… Col tempo mi vergognavo troppo. Fino a convincermi che per tutti era meglio se mi credessero morto.
E Zina? Mia madre?
Pensavo anche lei mi odiasse. Pensavo che fosse dalla parte del padre. Non le ho mai scritto una lettera, mai telefonato. Ho avuto paura che mi dicesse di non tornare.
Mamma la aspettava, sussurrai, con la gola chiusa. Ogni Capodanno metteva una sedia in più. Per quarantanni. Sperava che tornasse.
Mi fissò.
Seppi che era morta un anno fa, per caso. Vidi il necrologio su un quotidiano alla stazione. La foto. Il nome. Zina Andrea Fabrizi. La mia Zina, anziana. Sotto: dopo lunga malattia. Capì che avevo aspettato troppo. Quarantatré anni, e arrivavo tardi.
E allora perché è venuto?
Perché lei mi aspettava. Anno dopo anno, lasciava la sedia pronta. Io… dovevo almeno rivedere la nostra casa. Dove eravamo felici. Che io… interruppe la voce.
Per un attimo nessuno parlò. La neve ci copriva e io non me ne curavo. Il piumino di mamma odorava ancora del suo profumo quello che aveva usato tutta la vita.
Non le credo, confessai, non per cattiveria, ma per paura di essere ingannato. Mi scusi. Ma non posso credere a chiunque venga e si dica fratello.
Capisco.
Ha una prova?
Rimase in silenzio, a guardare le finestre illuminate.
Nella cameretta, ora ripostiglio. Io e Zina da bambini incidemmo una scritta sul muro, con un chiodo. Era il 62. Avevo undici anni, lei otto.
Abbiamo cambiato la carta da parati almeno cinque volte.
Lo so. Ma la scritta deve essere sulla parete, vicino langolo a destra della finestra. Ad altezza bambino. Salimmo sulla sedia per arrivarci.
Mi alzai. Le gambe mi tremavano.
Andiamo.
Il ripostiglio aveva odore di vecchie cose scialli, libri, polvere. Accesi una flebile lampadina e mi avvicinai alla finestra.
Angolo destro. Altezza bambino. Un metro dal pavimento.
Qui?
Sì, forse un po più in alto. Sulla sedia.
Cercai qualcosa per sollevare la carta da parati. Trovai vecchie forbici arrugginite. Andavano bene.
Iniziai delicatamente a sollevare uno strato. Primo, beige messo cinque anni fa. Sotto, verdino, degli anni Novanta, con piccoli fiori. Poi lazzurro degli Ottanta da bambino. Il giallo dei Settanta ancora prima di me. Rosso anni Sessanta, ormai sbiadito.
Sotto, la parete. Grigia, screpolata.
Accesi la torcia del telefono, mani che tremavano.
Cerano lettere. Incise, incerte, da bambini. Qui siamo stati. Giosuè e Zina, 1962.
La mano mi tremò. Il telefono cadde, rotolò. Caddi in ginocchio, le dita sulla scritta. Sessantadue anni fa. Cinque strati di carta nascosti. Un segreto custodito.
Sono stato io a scriverlo, mormorò Giosuè. Zina aveva paura che la mamma lo scoprisse. Io le avevo detto che nessuno lo avrebbe mai visto, che era il nostro segreto.
Mi voltai. Lui era in piedi sulla soglia anziano, sfinito eppure improvvisamente familiare. Il fratello di mamma. Lo zio che lei aveva aspettato quarantanni.
Sei davvero zio Giosuè.
Sì, Ninuccia. Sono proprio io. Eri piccolina quando me ne andai, nove anni avevi. Ma ti ho tenuta in braccio tante volte. Zina ti diceva: Ninuccia, vai dallo zio Giosuè. Stasera mi è venuto spontaneo.
Rimanemmo svegli in cucina fino allalba.
Preparai il tè forte, con il timo come piaceva a mamma. Tirai fuori la marmellata di lamponi che aveva fatto lei lestate prima di ammalarsi.
Giosuè raccontò. Del Nord Aosta, Valtellina, i cantieri. Anche della galera, tre anni per una sciocchezza da ragazzo. Dei tempi da barbone stazioni, dormitori, cantine. Del suo terrore di tornare che cresceva ogni anno.
Facevo lorologiaio, mi mostrò le mani. Prima di andarmene. Avevo una bottega in centro. Aggiustavo orologi, sveglie, meccanismi. Le mani ancora lo ricordano. I calli sono per quello, dal cacciavite, dalla pinzetta. Vedi?
Mi mostrò i palmi. Le stesse mani che avevo notato fin dal primo incontro.
Sai perché avevo tanta paura? Non per la vergogna. Ma perché temevo che Zina non mi avrebbe perdonato. Troppi anni senza scriverle o chiamarla. Potevo cercarla. Ma… non lho fatto, per timore sentirmi dire: vattene, per me sei morto.
Non lavrebbe mai detto.
Come fai a saperlo?
Metteva la sedia per te, le mie dita accarezzarono la tovaglia. Ogni anno. Fino alla fine. Anche quando ormai era a letto, mi chiedeva di sistemarla. Non lho mai capita. Ora sì.
Tacque a lungo. Fuori lalba si faceva rosa.
Gli orecchini dambra, disse infine. Li avevo regalati io, alla sua maggiore età. Avevo risparmiato mesi dal mio primo stipendo da apprendista orologiaio. Era felice, li amava moltissimo.
Istintivamente li toccai. Gocce calde dambra nel metallo freddo. Ora sapevo tutto.
Non li ha mai tolti, dissi. Neppure in ospedale.
Giosuè scoppiò a piangere. Silenzioso, solo le lacrime scorrevano nella barba.
Mi alzai. Presi dal ripiano la sciarpa di lana che aveva fatto mamma. Sapeva ancora di lei e della casa.
Gliela posai sulle spalle.
Buon anno, zio Giosuè.
Mi prese la mano e la strinse alla guancia. Mi lasciò la pelle bagnata di lacrime.
Non ce lho fatta in tempo, sussurrò. Tre anni in ritardo. Se solo fossi tornato prima…
Sei tornato. Anche se tardi. È quello che aspettavamo.
Mi guardò, gli occhi gonfi e rossi.
Lei vorrebbe che restassi qui.
Restassi?
Sì. Qui, con noi.
Rimase in silenzio. Il sole invernale saliva deciso.
La mattina, con le finestre ancora decorate dal gelo, entrai in salotto.
Zio Giosuè sedeva alla tredicesima sedia. Davanti a lui una tazza di tè ancora calda, accanto Sofia, che gli raccontava qualcosa agitando le braccia. Forse per la prima volta dopo anni, lui sorrideva sul serio.
La stella sullalbero era spostata a sinistra di due centimetri. Proprio come faceva mamma. Era il loro segreto, di fratello e sorella. E finalmente, qualcuno laveva capita.
Paolo, seduto in un angolo, guardava lo zio con sospetto. Non aveva ancora veramente compreso. Claudia trafficava in cucina. Per lei, forse, tutto rientrava nella normalità. Uno sconosciuto in più, qualche faccenda da sbrigare.
Marco mi abbracciò da dietro.
Dunque, resta?
Sì.
Nina Sei sicura? Non lo conosciamo. Sai, uno sconosciuto…
Sa della scritta sotto cinque carte da parati. Qui siamo stati. Giosuè e Zina, 1962. Nessuno avrebbe potuto saperlo.
Marco sospirò. Era un uomo buono, prudente. E mi amava abbastanza da accettare le mie scelte.
Va bene. Ma lho detto.
Guardai zio Giosuè. Stringeva la sua tazza con mani precise, abituate a lavori di precisione. Mani dorologiaio. Quelle mani che con la sorella avevano inciso un segreto sul muro.
Mamma aspettava qualcuno su quella sedia quarantanni, dissi. Da tre era vuota. Ora basta.
Sofia si voltò, allegra.
Nonna Nina! Zio Giosuè dice che sa riparare orologi! I miei pendoli non funzionano da una vita. Mi aiuterà!
Mi sedetti accanto. Poggiai una mano sulla spalla di Giosuè, come mamma faceva coi suoi ospiti, per rassicurare papà, per proteggere me da bambina. Ora quel gesto era mio.
Buon anno, zio, buon inizio.
Mi coprì la mano con la sua. Era calda.
Grazie, Ninuccia. La voce spezzata. Grazie di cuore.
Fuori la neve cadeva lenta e grande. Mamma diceva che con quella neve arrivano gli ospiti attesi.
Aveva ragione, anche stavolta.
Per quarantanni aveva aspettato. Tre anni dopo, finalmente, lui era tornato.
E la tredicesima sedia non fu mai più vuota.




