Padrona a casa sua.
Annina, ti sei dimenticata ancora di coprire il burro! sospirò la signora Valentina Bruni, tirando rumorosamente una sedia per sedersi. Adesso per tutta la notte ha preso sapore di frigo. Luca, amore, meglio che ti spalmi il formaggino, lho comprato fresco ieri.
Anna strinse le dita intorno al coltello, tagliando il pane con attenzione, cercando di non farlo tremare. Fuori, una pioggerellina dottobre scivolava sui vetri, formando rigagnoli disordinati, e la cucina sembrava troppo piccola per tre adulti.
Mamma, dai, non ha niente il burro, bofonchiò Luca senza alzare gli occhi dal telefono, masticando distrattamente un panino.
Sì, sì, certo. Lo dico solo per voi. I giovani non ci pensano mai che il cibo si rovina, poi vi fa male la pancia, e chi vi deve rimettere in sesto?
Anna posò il piatto del pane sul tavolo e si sedette. Da stamattina le girava la testa e aveva in bocca uno strano sapore amaro. Si preparò un tè con la bustina Alba, sperando che qualcosa di caldo, almeno, laiutasse a placare la nausea.
Anna, non stai mangiando niente, continuò la suocera guardandola sopra gli occhiali. Sei dimagrita tantissimo. Luca, ma come pensi di fare dei figli con una donna così magra? Un bambino ha bisogno di una mamma sana.
Qualcosa dentro le si strinse. Anna bevve un sorso di tè bollente, costringendosi a sorridere.
Signora Valentina, semplicemente non ho fame di mattina, mi è sempre successo.
Sempre, sempre Ai miei tempi si andava a lavorare anche con la febbre, nessuno si lamentava. Adesso invece appena uno starnutisce vuole stare a casa. Io alla tua età già crescevo Luca da sola, eh, e intanto lavoravo e tenevo la casa in ordine.
Luca finalmente si staccò dal cellulare.
Mamma, che centra? Ieri Anny è rimasta in ufficio fino alle otto per finire la contabilità.
Ma io non contesto, anzi. Solo che mi preoccupo per voi. Siete una coppia giovane, ormai è ora di pensare a mettere su famiglia seriamente, ma se la salute è quella che è
Anna si alzò, portando la tazza ancora piena al lavandino. Nel riflesso della finestra vide la suocera appoggiare altro formaggio sul piatto del figlio, accarezzandogli la spalla come faceva da bambino. Dietro le sue spalle, la voce della signora Valentina, gentile e premurosa, era tutta per Luca.
Amore, non dimenticare che oggi hai quellincontro importante. Ti ho stirato la camicia azzurra, sta appesa alla sedia.
Anna stava al lavandino, stringendo la tazza ormai fredda. Aveva dentro una cosa pesante e sorda, simile a stanchezza, ma più profonda. Simile a unoffesa, solo peggio.
Eppure, solo tre mesi prima, era stata davvero contenta dellarrivo della suocera.
***
La signora Valentina era arrivata a fine luglio. Una sera tardi telefonò, la voce agitata, quasi rotta dal pianto. Un allagamento dai vicini del piano di sotto aveva rovinato il parquet e parte dei mobili, serviva una ristrutturazione seria. Gli operai avevano promesso una settimana, massimo dieci giorni.
Luca, posso stare da voi per una settimana? domandava. Lhotel costa troppo, e poi mi sentirei tanto sola.
Luca aveva accettato senza pensarci. E Anna, in fondo, era felice: la suocera viveva a Parma, si vedevano poco, solo durante le feste, e il loro rapporto era sempre stato sereno. Valentina le era sembrata una donna vivace, simpatica, un po invadente forse, ma di buon cuore. Rimasta vedova da cinque anni, aveva trovato rifugio tra i documenti dellarchivio comunale e le sue amate viole del pensiero.
Va bene, una settimana passa in fretta, aveva detto Anna al marito, già pensando come sistemare la stanza degli ospiti. Così avremo loccasione di passare un po di tempo insieme.
Luca laveva stretta.
Sei doro, davvero. Lo so che non è comodissimo, ma almeno così non è sola mentre ristrutturano.
Valentina arrivò con due enormi valigie e una scatola legata con un filo di spago. Anna e Luca la accolsero in stazione, aiutandola con i bagagli. La suocera pareva stravolta, gli occhi arrossati, la bocca serrata.
Annina, grazie di cuore che mi ospitate, disse abbracciando la nuora sulluscio. Sarò una presenza leggera, appena finiscono, torno a casa mia.
I primi giorni sembravano una pubblicità Mulino Bianco. Valentina cucinava pranzo, riassettava mentre loro erano in ufficio. La sera bevevano tè insieme, mangiando i biscotti Gentilini portati da Parma, e si raccontavano le novità. Luca era al settimo cielo, scherzava più del solito: era evidente quanto gli facesse piacere avere la madre vicino.
Ma verso la fine della seconda settimana, qualcosa cambiò.
Allinizio erano piccole cose. Valentina cambiò posto ai barattoli delle spezie, dicendo che così erano più funzionali. Poi sistemò da capo la biancheria nellarmadio, piegandola a modo suo. Anna trovava i suoi oggetti in posti diversi, ma evitava di dire qualcosa. Sciocchezze, si diceva.
Annina, ho notato un po di polvere sulle cornici, diceva la suocera mentre serviva la minestra. Sarà un po che non le pulisci, vero? Non è sano: può dare allergia, lo sai. Oggi le ho passate con uno straccio umido. Ora va meglio.
Grazie, signora Valentina, mormorava Anna, sentendo le guance rosse. In effetti, la polvere sulle cornici le sfuggiva ogni tanto. Il lavoro la prosciugava, la sera voleva solo divano e libro o Netflix.
Non ti sto accusando, figliola e sorrideva. Solo per aiutarti. Così ti alleggerisco un po.
Dopo tre settimane, gli operai di Parma avvisarono che la ristrutturazione sarebbe durata ancora: cerano problemi allimpianto elettrico, servivano almeno altri dieci giorni. Valentina era dispiaciuta ma cercava di non darlo a vedere.
Non vi do fastidio, vero ragazzi? Solo ancora un pochino, poi sparisco.
Ma va, mamma, Luca la abbracciò forte.
Anna li osservava in silenzio. Sentiva una lieve inquietudine, ma la respingeva: che sarà mai, una settimana ancora.
Poi passò un mese. Poi uno e mezzo. Valentina aveva ormai preso dimora stabile nel loro piccolo trilocale. Dormiva nello studiolo che era stato di Anna, ora ridotto a camera da letto con il divano letto e la scrivania per il computer. Anna lavorava con il portatile in cucina o sul letto, scomoda, ma non voleva reclamare la stanza: la riteneva una cosa da poco.
Ogni sera Valentina cucinava la cena. Buonissima, per carità, ma sempre le cose che piacevano a Luca: lasagna, polpette, risotto, arrosti. Anna preferiva cibi più leggeri, verdure, pesce. Ma le pareva poco delicato chiedere diversamente.
Annina, non stai mangiando niente di nuovo, scuoteva il capo Valentina. Luca, guarda tua moglie: è pelle e ossa. Forse è il caso di vedere un medico, magari è lo stomaco.
Anna, davvero ultimamente hai poco appetito, notava anche Luca.
Non ho fame, ripeteva Anna, e non era una scusa. Lappetito si era spento. Le mattine erano diventate un calvario, con nausea e debolezza inspiegabili. Ma non voleva andare dal medico, temeva si trattasse di stress, e temeva ancor di più ammetterlo. Perché ammettere lo stress significava confessare che la suocera la soffocava. E come si fa a dirlo?
***
A metà settembre al lavoro scoppiò il finimondo. LAgenzia delle Entrate richiedeva documenti e rettifiche, tutta la contabilità, e Anna coi colleghi restavano in ufficio fino a tardi. Tornava a casa dopo le nove, a volte anche dopo le dieci, distrutta e con lemicrania.
Ad accoglierla, la luce calda della cucina, il profumo della cena e la voce di Valentina, sempre:
Annina, finalmente! Con Luca abbiamo già mangiato, ti ho lasciato tutto in tegamino, scaldalo. Però occhio a non spostare i pentolini sul piano, li ho messi così di proposito, è più comodo.
Anna annuiva, andava in cucina, scaldava qualcosa che faceva fatica a mandare giù. Luca arrivava, la baciava, le raccontava del suo lavoro. Valentina sedeva lì accanto, lavorando a maglia o sfogliando Chi, sempre, sempre presente. Come se laria in casa fosse diventata più pesante.
Luca, ma tua madre non sembra voler andare via, secondo te? Anna glielo chiese una sera a letto, nel buio.
Ma la ristrutturazione non è finita, borbottò lui mezzo addormentato. Porta pazienza ancora un po. Lì non può tornarci, è un cantiere.
Sono già passati due mesi
Eh, ma è mia mamma, Anna. È sola. Cerca di capirla
Una fitta le attraversò il petto. Anna tacque, voltandosi verso il muro. Luca si addormentò subito, lei invece rimase a occhi aperti, mentre nellaltra stanza la suocera trafficava.
Il giorno seguente Valentina la aspettò con una proposta nuova.
Annina, ti aiuto io con le pulizie il sabato? Così ti alleggerisco. Da sola fai una fatica, lo vedo.
Anna avrebbe detto di no, ma Valentina aveva già portato secchio, mop e stracci. Così pulirono insieme, e la suocera non smise mai di commentare.
Oh, dietro al termosifone cè tutta polvere, meglio passare laspirapolvere qui. E le tende sono da lavare, guarda che grigie. E il frigo lo pulisci ogni quanto? Almeno ogni due settimane, sennò proliferano i batteri.
Anna ascoltava silenziosa, pulendo, ma sentiva crescere unirritazione profonda. Non riusciva a rispondere a tono. Valentina, in fondo, voleva solo aiutare. Come accusarla?
Verso fine settembre Anna si rese conto che, a casa sua, si sentiva ormai come unospite. Una persona poco pratica, goffa, mai allaltezza. Valentina aveva il comando della cucina, del bagno, perfino del bucato. Lavava lei i vestiti di Luca, piegandoli con una tecnica tutta sua, stirava le sue camicie usando lamido.
A lui piace la camicia croccante! sorrideva. È abituato così fin da piccolo.
Anna finiva col lavare le sue cose nei rari momenti in cui la lavatrice era libera. A volte di notte, silenziosamente, per non disturbare.
Di notte, Anna sognava di girovagare per corridoi senza fine, cercando una stanza che restava sempre chiusa a chiave. O la cucina, con pentole e piatti che sparivano ogni volta che li prendeva in mano.
Si svegliava sudata, col cuore a mille, ascoltando il respiro di Luca ormai addormentato. Spesso avrebbe voluto scuoterlo e confessare che non ce la faceva più, che si sentiva soffocare, ma le parole non uscivano. Come spiegare di sentirsi schiacciata dalla premura della suocera?
***
Il primo ottobre cominciarono davvero le stranezze.
Quella mattina, Anna fu colta da una nausea fortissima. Appena in tempo a correre in bagno, rimase piegata sul lavandino, pallida e tremante. Dal corridoio arrivò la voce preoccupata di Valentina.
Annina, tutto bene? Chiamo il dottore?
No, no, non serve avrà dato fastidio qualcosa.
Qualcosa? Ma ieri ho fatto le polpette col macinato fresco, e Luca le ha mangiate benissimo!
Ma non è quello, signora ho lo stomaco sensibile.
Anna trascorreva la giornata a fatica, incapace di concentrarsi. In ufficio, la collega Marina la prese da parte, preoccupata.
Anna, sei uno straccio. Vai a casa dai.
Non posso, dobbiamo presentare i bilanci.
La salute viene prima. Fatti vedere da un dottore.
Ma Anna non andò. Rientrò tardi; Valentina aveva lo sguardo grave.
Ero preoccupatissima. Anche Luca era in pensiero. Ti rendi conto che ci spaventi tutti così?
Cè tanto da fare in ufficio.
Sempre il lavoro, sempre. E la casa? La famiglia? Tuo marito è rimasto solo tutto il pomeriggio, per fortuna almeno io gli ho preparato una cena seria.
Anna si chiuse in camera, schiantandosi sul letto. La testa le batteva. Dal muro giungevano le loro voci, basse: la suocera che si lamentava, Luca che tentava di calmarla.
Si strinse il cuscino sul viso, pensando di urlare fino a svuotarsi, ma rimase, come sempre, in silenzio.
La mattina dopo, mentre si vestiva per andare in studio, notò che la camicetta bianca di seta aveva una macchia giallastra al colletto. La sera prima era pulita, ne era certa.
Signora Valentina, sa che fine ha fatto la mia camicetta? chiese entrando in cucina.
Quale camicetta?
Quella bianca. Era pulita, ora ha una macchia.
Io non la tocco la tua roba. Forse te la sei macchiata tu e hai dimenticato?
Anna la guardò: occhi grandi, innocenti. Fu certa che stesse mentendo. Lo sapeva. Era stata lei.
Ma senza prove, preferì tacere. Metté un altro maglione e uscì con il peso addosso.
Poi sparirono altri oggetti: la sua tazza preferita, regalo di Luca per il compleanno; mai più trovata. Valentina faceva spallucce.
Magari è caduta e tu lhai buttata, io non ne so niente.
Poi, una mattina, lo shampoo ancora quasi nuovo era svanito. Valentina: Boh, magari è uscito dal tappo? Capita con queste bottigliette
Anna smise di fare domande. Si sentiva sempre più spenta, sprofondando in una routine impalpabile. Lavoro, casa, laptop in cucina. Luca diventava più nervoso, qualche volta discutevano.
Anna, sei sempre nervosa ultimamente. È per il lavoro?
No. Non per quello.
E allora per cosa?
Avrebbe voluto dirglielo. Che la presenza costante della madre lo stava rovinando tutto, che lei soffocava, che non si sentiva più a casa sua. Ma le sembrava di affogare anche solo a pensarci.
Sono solo stanca. Scusami.
Luca la abbracciò, la baciò sulla fronte.
Porta pazienza ancora. Mamma mi ha detto che manca poco. Ormai la ristrutturazione è agli sgoccioli.
Ma la ristrutturazione non finiva mai. Ogni settimana Valentina chiamava gli operai; ogni volta tornava con nuove scuse.
Giurano che manca pochissimo. Mettono la carta da parati, fissano i battiscopa. Una settimana al massimo e tolgo il disturbo.
Ma le settimane diventavano mesi.
***
A fine ottobre Anna smise praticamente di dormire. O meglio, dormiva male, con sogni ansiogeni, e al mattino era uno zombie. Occhiaie scure, le mani tremanti.
Una notte, verso le tre, la svegliò un rumore strano. Un fruscio, uno strascico, dalla cameretta della suocera. Si sollevò sul gomito, in ascolto. Poi tutto tacque.
Al mattino chiese a Valentina se avesse sentito anche lei qualcosa.
Macché, dormo come un sasso. Sarà stato un sogno, figlia mia! Lo dico sempre: dovresti farti vedere da uno bravo.
Poi, qualche giorno dopo, Anna sentì un odore insolito in casa. Dolce, di cera, come dincenso. Si mise a controllare tutte le stanze: laroma era più intenso vicino alla camera della suocera.
Signora Valentina, accende candele? domandò quella sera.
Candele? Ma va! E per cosa dovrei accenderle?
Sento odore di cera.
Non so, Annina. Forse viene dai vicini, dal condotto dellaria.
Ma lodore tornava, sempre la notte, sempre lieve e inquietante. Anna iniziava a svegliarsi per quello, restando in ascolto nel buio, con quella sensazione di gelo dentro.
Un giorno, quando Valentina uscì a fare la spesa, Anna entrò in quella stanza. Tutto sembrava in ordine: il divano rifatto, pile di giornali sul tavolo, le violette sul davanzale. Aprì larmadio: i vestiti appesi perfetti, sotto i bagagli e la famosa scatola legata col cordino.
Si abbassò, stava per toccare la scatola quando sentì la porta dingresso che si apriva. Si ritrasse di corsa. Valentina entrava allegra, con le borse.
Annina, sei già a casa? Pensavo ti fermassi in ufficio.
Mi sento poco bene. Ho chiesto un permesso.
Oh, poverina. Vieni che preparo una tisana.
In serata tornò ancora quellodore di cera. Uscendo dal bagno, Anna notò di sfuggita una loro foto di coppia sulla mensola: era quella che di solito stava in camera da letto. Si avvicinò. Il vetro intatto, ma il suo volto era graffiato, solcato da righe fini, come se qualcuno vi fosse passato sopra con uno spillo.
Il cuore prese a batterle forte. Rimase lì, la cornice in mano, fissando quei graffi.
Anna, che hai? Luca uscì dalla camera da letto sbadigliando.
Luca guarda qui.
Lui prese la cornice, si accigliò.
Cosè successo?
Non lo so. Lho trovata poco fa. Era sulla libreria.
Strano. Forse è caduta, si è rovinato il vetro?
Il vetro è intatto. È la foto che è graffiata.
Sarà stato un difetto in stampa, non ci avevamo mai fatto caso.
Luca, non è un difetto! Qualcuno ci ha inciso sopra con uno spillo
Qualcuno chi?
Anna tacque. Entrambi sapevano chi poteva essere. Ma dirlo ad alta voce era folle.
Forse sto sbagliando io. Scusa.
Quella notte non dormì. Restò a fissare il soffitto, ascoltando il respiro pesante di Luca e il fruscio oltre il muro.
***
Novembre iniziò con un freddo pungente. Anna era sempre infreddolita. Stava col cardigan addosso anche in casa, ma il gelo le veniva da dentro. La nausea mattutina era peggiorata. Non mangiava quasi niente, solo qualche biscotto di nascosto, per non sentire i commenti di Valentina.
Annina, sembri proprio malata, diceva la suocera. Nei suoi occhi cera una scintilla diversa, quasi di soddisfazione.
In ufficio, la titolare la convocò per parlare:
Anna, negli ultimi giorni hai fatto diversi errori nei rapporti. Tu non sbagli mai così, tutto bene?
Sì, dottoressa. Mi scusi, non si ripeterà.
Sicura che sia tutto a posto? Se hai bisogno di qualche giorno di ferie
Ferie. Anna si immaginò qualche giorno di riposo in quellappartamento invaso dalla suocera e sentì il cuore stringersi.
No, grazie. Meglio che tenga duro.
In realtà, sentiva di sprofondare ogni giorno di più. Lavorava in automatico, la sera si trascinava in cucina, vuota. Luca provava a parlarle, ma lei rispondeva poco e nulla. Lui si seccava, si chiudeva anche lui.
Anna, non ti capisco più. Ti stai allontanando da me, sei sempre assente
Scusa. Sono stanca, tutto qui.
Forse davvero è il caso che vada da un medico. Mamma dice che non mangi mai.
Mamma dice. Anna lo guardò negli occhi.
Tua madre dice tante cose.
Eh? Che vuol dire?
Nulla. Non importa.
Si alzò e si chiuse in camera. Luca non la seguì.
Qualche giorno dopo la cosa arrivò al limite.
Anna tornò un po prima dal lavoro, erano le sei. Di solito a quellora Valentina guardava le soap opera in cucina o telefonava alle amiche. Ma quel pomeriggio la casa era stranamente muta.
Anna quasi si tolse le scarpe in silenzio. Andò in bagno, si lavò la faccia, quando sentì un sussurro da dietro la porta della cameretta della suocera.
Rimase immobile. Era una voce, bassa e monotona. Un sussurrio inquietante, più simile a una cantilena che a una preghiera.
Si avvicinò piano. La porta era socchiusa. Una luce calda allinterno, il bordo del tavolo in vista: sopra, due candele da chiesa, spesse, bruciavano fiamme gialle.
Il cuore di Anna sembrava esploderle. Aprì la porta di scatto.
Valentina era di spalle, china sul tavolo. Davanti aveva una foto grande di Luca del giorno della laurea. Vicino, una foto di Anna con il volto tracciato da una croce nera fatta con il pennarello.
Anna la vide muovere la mano sopra le fotografie, mugugnando. In mano, uno spillone da cucito brillava al riflesso.
Signora Valentina, la voce le uscì roca e sconosciuta.
La suocera trasalì e si girò, il volto pallido e gli occhi spalancati.
Annina non pensavo che tornassi…
Cosa sta facendo?
Valentina nascondeva lo spillone dietro la schiena. Dal viso le passò prima lo smarrimento, poi una rabbia gelida.
Niente. Non sono affari tuoi!
Candele, foto, spilloni che cosè tutto questo?
Ti ho detto che non sono affari tuoi! Esci dalla mia stanza.
Qualcosa in Anna si spezzò. Tutto quello che aveva chiuso dentro, la stanchezza, la rabbia, il peso di quella presenza, venne fuori dun colpo.
Nella sua stanza?! gridò, avanzando a passi tremanti. Questa è casa MIA! È la MIA stanza, dove vivo da tre mesi come se fossi unospite!
Anna, non gridare
Grido eccome! Lei qui accende candele, punge le mie foto, mi rovina le cose, mi avvelena la vita!
Non ti avveleno niente! urlò Valentina, il volto tirato dalla collera. Sei tu che rovini tutto! Hai reso mio figlio infelice. Unaltra ormai gli avrebbe dato dei figli, costruito una vera famiglia, invece tu lavoro, lavoro, lavoro! Non sei una moglie, sei un peso!
Quelle parole le colpirono in pieno volto. Anna si avvicinò al tavolo, buttò a terra le candele. Ne raccolse la sua foto con la croce, la strappò a metà.
Se ne vada disse piano ma con una voce ferma come non mai. Vada via da casa mia. Ora!
Che cosa? Non puoi permetterti
Altroché posso! Sono io la padrona qui dentro, e le dico che deve andarsene!
Luca non te lo perdonerà!
Lo deciderò io con Luca! Ma lei, qui, non deve restare nemmeno un minuto di più!
La porta sbatté. Luca era appena rientrato. Sentendo le voci corse in camera.
Che succede qui?
Valentina corse dal figlio, aggrappandosi a lui.
Luca, tua moglie mi caccia di casa! Mi tratta come una pezza da piedi!
Luca guardò la madre, poi Anna: lei con la foto strappata, le lacrime sul viso.
Luca disse Anna, con la voce tremante guarda. Guarda cosa faceva.
Luca osservò il tavolo, le candele, le foto segnate, la spilla. Tacque, il volto cambiò: prima stupito, poi sconvolto.
Mamma cosè questa storia?
Niente, pregavo per te…
Con uno spillone? Fotografie graffiate? Mamma, per favore!
Volevo aiutare. Lei non è per te, lo vedo!
Basta! urlò Luca, e Valentina si ritrasse spaventata. Anche Anna. Non lo aveva mai visto così.
Prese la valigia dallarmadio, la buttò sul letto.
Prepara la roba. Ti accompagno in stazione. Adesso.
Ma Luca
Ho detto: adesso!
***
Dopo unora Valentina stava già andando via. Mise via le sue cose in silenzio, il viso di pietra. Luca la aiutò, muti entrambi. Anna era ferma sulluscio, senza più forze.
Quando la valigia fu chiusa, Valentina si fermò davanti ad Anna, uno sguardo duro.
Vedrai che te ne pentirai.
Anna non rispose. Luca prese le valigie e uscì. Valentina dietro. La porta si chiuse.
Anna rimase sola.
Il silenzio in casa era assordante. Andò nella camera lasciata libera, guardò: resti di candele, fotografie, un paio di riviste. Portò tutto sul balcone e lo gettò nella raccolta indifferenziata.
Poi spalancò la finestra, facendo entrare il vento umido di novembre. Restò lì, a fissare i tetti bagnati e le nuvole scure, e per la prima volta dopo mesi respirò profondamente.
Luca rientrò tardi, esausto, e si lasciò cadere sul letto.
Lho accompagnata. Lho fatta salire sul treno per Parma.
Anna si sedette accanto a lui, gli prese la mano.
Mi dispiace.
Per cosa?
Per tutto. Per come è finita.
No, Anna, sono io che devo chiederti scusa. Non capivo, pensavo fossi solo stressata dal lavoro. E invece
Coprendosi il volto con le mani, aggiunse:
È come se fosse impazzita. Non immaginavo
Luca, è sola, ha perso tuo padre, tu sei tutta la sua vita.
Va bene. Ma quello che ha fatto non è normale.
Restarono abbracciati. Poi Luca strinse Anna forte; lei sentì che stava tremando.
Avevo paura di perderti mormorò. Credevo che ti fossi allontanata per colpa mia.
No. Solo mi sentivo soffocare.
Non succederà più. Te lo prometto.
La mattina dopo Anna si svegliò con il sole che filtrava dalle tende. Si mise seduta, ascoltò: silenzio. Niente passi in cucina, niente pentole, nessuna voce di Valentina.
Passeggiò in pigiama per casa. Aprì la porta della cameretta. Vuota. Solo il vecchio divano, la scrivania, qualche fiore. Era di nuovo la SUA stanza.
Sul piano cucina, Luca preparava il caffè.
Buongiorno.
Buongiorno.
Fecero colazione insieme, in silenzio ma senza tensione. Anna mangiò un toast col burro: nessuna nausea, per la prima volta dopo giorni.
Anny, davvero dovresti andarci dal dottore, disse Luca. Sei pallida. Vuoi che ti prenoti una visita?
Va bene.
Lui prenotò una visita in ambulatorio per lindomani. Anna andò in ufficio, sentendosi finalmente un po più leggera.
A sera, sul divano, Luca la prese fra le braccia.
Anna, ci ho pensato. A mamma. Non ha ancora chiamato.
Pensi che ce labbia con te?
Sicuro. Ma Anna, non posso tagliare fuori mia madre del tutto. È mia madre. Però tu per me sei tutto.
Lo so.
Se un domani volesse venire a trovarci per il bambino, può venire. In visita, solo per un giorno. Non per stare qui a vivere. Sei daccordo?
Anna annuì. Aveva ancora dentro la paura, ma sapeva che non poteva pretendere una rottura totale fra Luca e la madre. Era la sua famiglia, anche lei.
***
Il giorno dopo Anna andò dalla dottoressa. Unanziana, gentile, che le chiese dei sintomi. Poi le domandò:
Lultimo ciclo, quando lha avuto?
Anna ci pensò. E si rese conto che era passato più di un mese.
Da un bel po.
Facciamo un test di gravidanza.
Anna rimase immobile. Incinta? Non ci aveva pensato: era tutto così complicato, che non se ne era resa conto. Eppure, lei e Luca non prendevano precauzioni. Avevano sempre detto: Quando sarà, sarà.
Il test, positivo.
Congratulazioni, le sorrise la dottoressa. Sei alla sesta settimana, direi. La nausea e la stanchezza, tutto normale. Ora vai dalla ginecologa per i controlli.
Anna uscì in corridoio e si nascose a piangere: di sollievo, gioia e paura insieme.
La sera lo disse a Luca. Lui prima aprì la bocca senza far uscire un suono, poi la sollevò gridando per casa.
Davvero? Sul serio?
Sì. Sei settimane.
Non so cosa dire! Anna, è la cosa più bella che mi potessi dare!
Restarono in cucina, a tenersi per mano, a comunicarsi con uno sguardo tutto quello che non serviva esprimere a parole.
***
Passarono tre settimane. Valentina non si fece mai più sentire. Una volta rispose a un messaggio di Luca: Sto bene, non preoccuparti. E basta.
Anna piano piano si riprese. Il malessere andava meglio, ricominciò a mangiare e recuperò un po di energia. La sera, con Luca, riordinava il suo studiolo e sistemavano i mobili, buttando via ogni ricordo sgradito dellingombrante ospite. Misero festoni e tende nuove, cambiarono aria.
La casa era cambiata. Era tornata loro, leggera, luminosa. Anna tornò anche in cucina e preparava piatti che piacciono a se stessa. Luca aiutava, ridevano tra i fornelli come un tempo.
Una sera mentre erano sdraiati sul divano, Luca abbracciò Anna forte.
Amore, ci ho pensato: quando nascerà la bimba, mamma vorrà venire.
Forse.
Ti darà fastidio?
Anna ci pensò. Poi lo guardò negli occhi.
Potrà venire solo in visita. Mai più in casa per più di un giorno.
Daccordo.
E, almeno allinizio, non la lascerò sola col bambino. Solo col tempo. Quando avrò visto che sarà cambiata, allora magari.
Ti capisco. Sono daccordo.
Luca, non voglio casini, non voglio litigare con lei. Ma nemmeno farmi portare via la serenità. Non voglio che nostro figlio cresca col malumore in casa.
Non succederà. Terrò il punto: poche regole ma chiare. O le accetta, o pace. Ma la tranquillità di casa è nostra, non sua.
Anna si strinse a lui, chiuse gli occhi. Fuori, la pioggia batteva sui vetri, ma dentro cera calore.
Pensi che ce la faremo? chiese sottovoce.
Ce la faremo, perché siamo insieme. E ora sappiamo cosa non vogliamo più.
Anna annuì. Dentro, la paura restava. Non sapeva come sarebbe andata con Valentina Bruni, né se lei avrebbe mai davvero accettato. Ma, in quel momento, Anna si sentiva forte. Per la prima volta aveva detto no, aveva difeso la sua casa, la sua vita, il suo posto.
Luca, disse mettendo la mano sul piccolo ventre che già custodiva una nuova vita promettimi che se mai si farà di nuovo pesante, tu mi ascolterai. Non farai più finta di niente.
Te lo giuro. Ti ascolterò. Sempre.



