La moglie scomoda

Una moglie scomoda

Sofia risale lentamente dal torpore della sofferenza e dei rumori, come se venisse su dal fondo di un pozzo profondo.

Signora Sofia Andreoli, è cosciente. Lo vediamo dai monitor. Provi ad aprire gli occhi una voce maschile, estranea, rimbomba lontana.

Tenta di ubbidire, ma le palpebre sono di piombo. Il corpo non risponde, è estraneo, eppure ogni fibra pulsa di un dolore sordo, vischioso. Nelle orecchie insiste un fastidioso fischio.

Intorno, odore di ospedale disinfettante pungente e qualcosa di amarognolo che non si può scambiare con altro.

Così, brava, la voce si fa più vicina. Sta già respirando da sola, molto bene.

Sofia, con fatica, riesce a socchiudere gli occhi. La luce la acceca e li richiude subito. Tutto è confuso, sfocato come un acquerello sotto la pioggia: soffitto bianco, pareti bianche, un tubo che si infila nel braccio.

Sopra di lei, un viso maschile maturo e segnato di profonde rughe. Occhi severi sotto sopracciglia grigie la scrutano con attenzione. Un berretto bianco, mascherina abbassata sul mento.

Dove sono…, sussurra appena, la voce più debole di un soffio tra le foglie secche.

È in rianimazione, risponde luomo, sistemandole qualcosa accanto al letto. Ospedale Policlinico Centrale di Milano.

Un incidente…, mormora. Cè stato un incidente…

Il ricordo balena acceso e subito si spegne: sole accecante sul parabrezza, la strada… Ma dove stava andando?

Sì, un incidente. Ricorda qualcosa?

Stavo andando alla clinica per un controllo. Io e mio marito volevamo provare la fecondazione assistita. Non riuscivamo ad avere figli…

Esatto, annuisce il medico in camice bianco. Sono il suo medico curante, dottor Boris Ignazio. È stata vittima di un grave incidente stradale.

La coscienza si fa più lucida e la memoria ritorna, insieme alla paura.

Mio marito… Sa? Sta bene?

Sì, lo sa, la voce del dottor Ignazio si fa ancor più ruvida. Lui sta bene. Comunque, non era con lei in auto.

Sofia aggrotta le sopracciglia, sforzandosi di raccogliere i pezzi del ricordo. Già, Lorenzo doveva raggiungerla più tardi in clinica, dopo il lavoro. Era sola.

Da quanto sono qui? chiede, il gelo della paura che le si attorciglia al cuore.

Il medico distoglie un attimo lo sguardo e sospira. In mezzo al bip dei macchinari, è un rumore sconvolgente.

Deve farsi forza. Ma devo dirle la verità: quello che le rivelerò sarà uno shock.

Mi dica, sussurra Sofia.

Lincidente è avvenuto molto tempo fa. È rimasta incosciente a lungo.

Quanto? Una settimana? Due?

Sofia, è stata in coma per tre anni.

Il mondo crolla, lei ricade nellabisso da cui era riemersa un attimo fa.

No… le labbra tremano. Non è possibile. Ci sarà un errore…

Tre anni, taglia corto il dottor Ignazio. Grave trauma cranico, varie fratture. Solo per miracolo ce lha fatta. A dirla tutta, nessuno di noi sperava più in un suo risveglio. Era appesa a un filo sottilissimo.

Tre anni.

Sofia abbassa lo sguardo sulla propria mano posata sulle lenzuola. Pallida, magra, ma viva.

È stata fortunata, la voce del medico si fa un po più morbida. Gruppo sanguigno raro. Serviva una trasfusione massiccia durgenza. In banca non cera sufficienza.

Dopo una pausa, aggiunge:

Suo marito lha salvata. Aveva lo stesso gruppo. È stato donatore, ha dato tutto il possibile, anche di più. Un uomo davvero straordinario. Il suo sangue lha letteralmente riportata alla vita.

Le parole calano come una nebbia densa. Lorenzo…donatore… lha salvata…

Eppure la notizia non porta sollievo. Anzi, qualcosa di freddo e strano le serpeggia nellanima. Ricorda benissimo il proprio gruppo sanguigno e Lorenzo non aveva lo stesso.

Non ha la forza di ribattere. Sprofonda di nuovo nella sonnolenza indotta dai farmaci.

Quando riapre gli occhi, nella stanza cè silenzio. Il bip è ormai il suo sottofondo. Qualcuno è accanto al letto.

Un aroma familiare, amarognolo: il profumo di Lorenzo.

Lorenzo, capisce subito, prima ancora di vederlo.

Si avvicina stesso profilo impeccabile, mento marcato, capelli neri lucidi. Eppure qualcosa è diverso.

Il volto è stravolto, non più maschera gentile, ma qualcosa di freddo, quasi sprezzante.

Una donna robusta, occhi buoni e stanchi, sistema la flebo. Si chiama Valentina, se non ricorda male.

Lorenzo si china così vicino che Sofia sente il suo respiro gelido.

Cara, la voce è bassa e tagliente, quasi solo per lei. Che piacere rivederti.

Sogghigna.

Mentre tu qui sonnecchiavi per tre anni, io sono diventato erede.

Sofia non comprende.

Erede…? Di cosa parli…?

Dei documenti, Sofia. Quelli che hai firmato con tanta grazia prima del tuo viaggio. Dimenticato? Firmavi sempre senza leggere. Delega per tutto.

Io… non…

Grazie, davvero, continua con veleno. Non pensavo che la tua ingenuità mi regalasse tanto.

Infine, un lampo nella memoria: il pronto soccorso, dolore, Lorenzo che le porge una pila di fogli.

Firma, Sofi, voce dolce e affrettata. È solo il consenso alloperazione. Una formalità.

La sua mano tremante firma, senza leggere.

Il business di tuo padre, spiega ora Lorenzo. Ti ricordi? Lazienda di logistica che hai ereditato. Ti sembrava piccola cosa. In tre anni lho fatta crescere molto, sai.

Sorride.

E ora è tutta mia. Completamente.

Il terrore immobilizza Sofia più di qualsiasi ferita. Questo non è il Lorenzo che ha sposato. Non è suo marito.

Non puoi… sussurra.

Ho potuto, risponde indolente e lho fatto.

Si raddrizza, sistema i polsini. Fa cenno alla infermiera:

Occupatene tu, Valentina.

Sofia finge di dormire. Non vuole più guardarlo. Le lacrime scendono, bruciandole le tempie.

I passi di Lorenzo si allontanano, il rumore lucido delle sue scarpe sul pavimento. Va via, lasciandola nel suo incubo.

Una mano calda le asciuga le guance.

Su, piccina, sussurra Valentina. Non sprecare lacrime per uno così. Non ne vale la pena.

Grazie…, riesce a mormorare Sofia, soffocando un singhiozzo.

Poco dopo, mentre Valentina cambia la benda, si avvicina a un orecchio:

Coraggio. Sei forte. Se sei uscita da tutto questo, supererai anche il resto. E guarda che non sei né la prima, né lultima donna imbrogliata così. Limportante è rimetterti. Poi si vedrà.

Parole semplici, da donna del popolo, ma per Sofia sono un raggio di luce nello sconforto.

Valentina… chiama piano.

Sì, tesoro?

Il medico ha detto… che Lorenzo è stato donatore.

Il volto di Valentina si irrigidisce.

Chi lha detto?

Il dottor Ignazio.

Valentina scuote la testa.

Ascolta bene, abbassa la voce. Tuo marito non ha mai donato sangue a nessuno. Lui nemmeno sa il suo gruppo. Ero di turno quel giorno. Tre volte gli ho chiesto, lui mi ha riso in faccia.

Ma il medico…

Avrà fatto confusione. O magari qualcuno lo ha aiutato a confondersi. Tuo marito adora fare la parte delleroe. Ha raccontato a tutti che ti ha salvata. Il dottor Ignazio è bravissimo, ma con le scartoffie si perde. Se gli dici che il marito è il donatore, prende per buono e firma.

E allora il sangue…?

Venne dallemoteca, da un donatore anonimo, risponde categorica. È arrivato allultimo secondo. Sei stata fortunata.

Le tocca la spalla.

Non devi niente a quel tipo. Proprio niente. Hai capito?

Sofia annuisce. Tutto, bugia. Il suo eroismo era falso come la dolcezza di un tempo.

La notte, con il bip sempre forte, sta sveglia e cerca di capire come ha fatto a sbagliarsi tanto su un uomo. Come il suo Lorenzo, un tempo amato, sia diventato questo freddo calcolatore.

E il ricordo la punge crudelmente: il primo giorno che lha visto.

Quattro anni fa unaltra vita.

Correva giù per la scalinata della metro a Milano. Pioveva, traffico, ora di punta. Doveva arrivare a un colloquio importante in unagenzia di traduzioni. Proprio nel caos il tacco si rompe.

Ma dai…, sbotta aggrappandosi a un corrimano.

La scarpa penzola. Arriva in banchina, si sente ridicola: una scarpa sola, ombrello rotto, capelli arruffati.

Mi sa che Cenerentola ha perso la pazienza più che la scarpetta, una voce calda e ironica di fianco.

Alza lo sguardo. Un uomo in soprabito scuro, profumo di successo. Non classico, ma magnetico, sicuro di sé.

Credo che Cenerentola stia per mettersi a piangere, dice lei, sorridendo storto. Ho il colloquio tra un quarto dora…

Lui la squadra rapido.

Non ti prenderanno, secco.

Grazie del supporto, sbotta lei.

Sono pratico, non gentile, porge la mano. Lorenzo.

Sofia, risponde quasi senza pensarci.

Dai, sali. A questora la metro ti farà solo perdere tempo.

Scusi?

Ti accompagno io, e sulla strada sistemiamo la scarpa.

Non posso… Non la conosco nemmeno…

Ora sì sorride, e quel sorriso conquista. Consideralo un investimento nel tuo futuro. Fai traduzioni, giusto? Ho indovinato?

Sì, ma…

Niente ma. Poco tempo, grande decisione.

Lorenzo è sempre stato così: determinato e incisivo. Quel giorno davvero la porta al colloquio, passando in negozio a comprare delle décolleté.

Sono care da morire, sussurra lei.

Il costo di un buon lavoro, risponde lui.

Ottiene limpiego. La sera, Lorenzo la chiama:

Come vanno le scarpe nuove? Portano fortuna?

Ma come ha avuto il mio numero?

Sofia, so tutto, ride. Usciamo a cena?

Il silenzio cade e lo interrompe lei:

Sì.

Così una cena diventa una catena di appuntamenti. La loro relazione cresce in fretta. Lorenzo la conquista come nessuno prima: mazzi di fiori rari, cene lussuose, weekend a sorpresa.

La avvolge di premura e lei si scioglie.

Sua sorella Anna, spettatrice, osserva con distacco e pensa che il proverbio “al cuore non si comanda” sia stato scritto da chi ne ha viste molte.

Poi l’incontro coi suoceri.

Il padre, Dario Andreoli, severo, taciturno. La squadra fisso.

Traduttrice, borbotta a cena. Lavoro poco serio. Una donna deve occuparsi della casa, fare figli.

Papà…, sbuffa Lorenzo. Stiamo provando.

Provate, ribatte. Noi ai nostri tempi non provavamo, si faceva e basta.

La madre, Lucia, garbata insegnante di lettere, la accoglie con calore.

Anchio sono quasi collega, sorride tenera. Una vita fra i romanzi.

Ha insegnato? chiede Sofia, stupita.

Sì ma qui nessuno ci fa caso, interviene il marito. A scuola, per due lire.

Non è vero, difende la moglie. Era una vocazione.

Sorridendo a Sofia:

Lo vedo dai suoi occhi: ama le parole e la lingua.

Moltissimo, ammette Sofia, rilassandosi.

Parlano tutta la sera di libri. La suocera la sente affine. Il suocero resta freddo.

Bella ma vuota, sente Sofia mentre esce dalla cucina. Non adatta alla famiglia.

Lorenzo insiste perché lasci il lavoro.

Sei fatta per cose migliori, le bacia le dita. Sarai la regina della nostra casa.

Ma il lavoro mi piace…

Ti piacerà di più la nuova vita.

Sofia gli crede. Si licenzia. Diventa perfetta padrona di casa, regina di ricevimenti, party.

Poi desiderano un figlio.

Un anno di tentativi, due. La sentenza: infertilità.

È colpa mia, piange Sofia.

Sciocchezze, lui la abbraccia, ma ormai è un gesto meccanico. Non preoccuparti dei soldi. Cè la PMA, troveremo la clinica migliore. Avremo il nostro erede.

Lo vuole disperatamente e si aggrappa a questa speranza, fino a perdere di vista tutto: il gelo negli occhi di lui, i viaggi di lavoro, lirritazione crescente.

Intanto suo padre, Andrea, si ammala gravemente.

Sofia e Anna vegliano su di lui, alternandosi. La mamma non cè più da anni: una banale influenza si era complicata.

Andrea, ex operaio diventato piccolo imprenditore, era orgoglioso ma non ricco.

Muore tre giorni prima del cinquantesimo compleanno che preparava con entusiasmo.

I funerali restano un velo nebbioso per Sofia. Lorenzo sempre cortese, ma parla solo di successione.

Ora, dal letto dospedale, capisce quanto sia stata ingenua nel trascurare i dettagli.

Il suocero aveva ragione dal primo giorno: sembrava proprio una bambola a fianco di un marito benestante.

Trascorrono due giorni in clinica, tutti uguali. Suo marito non si vede più. Quando le condizioni migliorano, la spostano in una stanza comune. Qui cè movimento, odore di cibo, un brulichio di vita che distrae dalla tristezza.

Il primo giorno arriva Anna.

Entra e Sofia fa fatica a riconoscerla. Gli anni e le preoccupazioni lhanno fatta crescere in fretta.

Sofia… la sorella le si butta al collo e scoppia a piangere.

Calmati, sussurra Sofia, accarezzandole i capelli. Che succede? Sei cambiata…

Tre anni, Sofia, trema la voce di Anna. Ho avuto tanto paura…

Si calma e si siede sul bordo del letto.

Ho brutte notizie.

Di peggio? abbozza Sofia.

Tuo marito… Anna sussulta. Mi ha cacciata. Di casa. Da casa di papà.

Sofia resta immobile.

Come ha fatto? È anche casa tua! Secondo il testamento…

Ha detto che ormai è tutta sua. Tre anni fa gli avevi firmato la quota. Non ci credevo, ma ho visto le carte. Cambiato tutte le serrature. Tornando dalluniversità ho trovato le mie cose nei sacchi, fuori.

I documenti. Sempre quei documenti.

E non è tutto, Anna tira fuori una busta stropicciata. Ha chiesto il divorzio.

Sofia prende la busta, la mano trema.

Cosa cè scritto?

Ti accusa, la voce di Anna vibra di rabbia, di incapacità morale e ingratitudine. Dopo che ti ha salvato la vita da eroe. Tutti sanno che ti ha donato il sangue.

Sorprendente… dice Sofia. E tu… dove stai adesso?

In studentato, sospira Anna. Divido la stanza con una compagna. Sofia, ha preso tutto. Non ci resta nulla.

Vediamo…, mormora Sofia, sentendo dentro nascere una testardaggine nuova. Basta avere un po di forza.

Anna si stringe nelle spalle, timorosa che tutto questo peggiori l’umore della sorella.

Il tempo in clinica si trascina. Per fortuna, giovane comè, il corpo di Sofia si riprende, dando fiducia a tutti.

Lorenzo non si vede più. Raccoglie le informazioni dal dottore, evitando di incontrarla.

Sofia ormai ha capito: il marito ha sempre aspettato solo che il tracciato dellECG diventasse una linea piatta.

Dopo due settimane la dimettono.

Sta davanti alluscita con una borsa. Valentina le ha preparato tutto in segreto. Riconsegna il camice, prende un respiro, chiama Lorenzo.

Ah, sei già fuori, lui sembra quasi di buon umore. Ottimo.

Lorenzo, non ho soldi. Le mie carte…

Bloccate, taglia corto. Dopo tre anni, era il minimo. Tutto congelato.

Pausa, poi più secco:

Preparati per il divorzio. Scusami, ma aspettarti dal limbo non era nei miei piani. Il mio avvocato ti contatterà. Non chiamarmi più.

Il tono si fa silenzio.

Sofia si accascia su una panchina. Maggio. Tre anni di vita, tre primavere, dissolti.

Dopo poco arriva Anna, con dei vecchi jeans e una maglietta.

Vieni da me, la invita.

Sofia sospira: fuori dalla clinica si sente persa come una bambina.

La stanzetta in studentato: due letti, un solo tavolo coperto di tessuti e schizzi. Anna studia design.

Sofia, pallida e ancora fragile, fissa il finestrino. Tutto: la vita di moglie brillante, la villa, gli abiti, i party ora sono cartapesta sbriciolata in un attimo.

Devo trovare un lavoro, dice la sera.

Ma sei debole! protesta Anna.

Bastano solo riposo e pazienza, ha detto il medico. E noi dobbiamo vivere. Conosco tre lingue straniere!

Si siede al vecchio portatile della sorella, apre un sito in inglese. Scorre qualche riga, comprende tutto.

Vedi che ricordo tutto, si rincuora Sofia.

Apre un editor per tradurre un testo, ma si blocca.

Nella testa, tutte le parole straniere cerano ma non riusciva a renderle in italiano. I termini si confondevano, scivolavano via come sabbia tra le mani.

Cosa mi succede…? bisbiglia, provando anche col francese.

Stesso problema: capisce il testo, ma non riesce a tradurlo come una lastra di vetro tra mente e dita.

La mattina dopo torna in clinica.

Il dottor Ignazio la ascolta, la testa, poi conclude:

È una conseguenza del trauma. Il danno sul centro del linguaggio: una forma di afasia.

Dunque, sono invalida? mormora.

No, per fortuna è reversibile. Capisce tutto, quindi con esercizio e calma passerà.

Ma ho bisogno di lavorare… Ora!

Non forzi, dice con gentilezza.

La sera, Sofia chiede ad Anna:

Se non posso più tradurre, cosa so fare?

Hai sempre gestito tutta la casa ricorda Anna. E sei bravissima a cucinare, a creare un ambiente accogliente.

Gestione della casa…, sospira Sofia. Conta come abilità.

Il giorno dopo va in unagenzia di personale domestico.

La signora alla reception la squadra.

Esperienza lavorativa?

Ho gestito una grande casa, risponde con cautela.

Scriviamo casalinga. Non è una professione. Altro?

Poi nota la cicatrice.

Quella?

Sono stata dimessa da poco, incidente, risponde.

Ah…, la donna storce il naso. Sinceramente non appari molto in forma. Cerchiamo gente attiva. Le faremo sapere.

La prego…, Sofia stringe le mani. Mi serve davvero un lavoro. Qualunque cosa. Sono ordinata, brava con i bambini e con le pulizie.

La donna si impietosisce.

Cè unoccasione. Ma difficile. Famiglia di un chirurgo, Leone Marchetti. Cercano una governante per la figlia di nove anni.

Accetto.

Non corra. Tenga conto che le ultime tre sono scappate dopo un giorno. La madre è morta in un incidente, il padre lavora sempre, la bambina è chiusa, parla poco. Vedrà da sé.

Lappartamento vicino ai Navigli è elegante e triste.

Il Dottor Marchetti è un uomo alto, severo, occhi grigi e stanchi.

Lei è Sofia Andreoli, dice senza emozioni. Lagenzia mi ha avvisato.

Indica il corridoio:

Stanza in fondo. Lì c’è Elisa, la bambina. Prego, ambienti.

E sparisce nel suo studio.

Sofia bussa timida.

Elisa?

Nessuna risposta. Apre piano la porta.

La bimba, magra e due trecce, siede sul tappeto con un tablet. Neppure la guarda.

Ciao Elisa, dice dolcemente. Sono Sofia. Posso aiutarti con i compiti.

Silenzio. Lei si irrigidisce, senza distogliere lo sguardo dallo schermo.

Sofia sospira. Sarà dura.

I primi giorni sono un banco di prova.

Il padre via dalla mattina alla sera. Elisa, muta e ostinata, mangia, si lava, fa i compiti e via, in stanza col tablet.

Sofia, reduce da tradimenti e dolori, sente tutta la tristezza di questa bambina.

Al terzo sera entra senza bussare.

Elisa, abbastanza tablet, dolce ma ferma.

La bambina la guarda con sospetto, quasi come un animaletto prudente.

Da piccola amavo impastare la creta. Credo che tu abbia del pongo sullo scaffale.

Da lì prende della creta, siede accanto a lei.

Costruiamo un castello da principessa? Con le torri alte.

Inizia a impastare. Le mani ci mettono un po, ma ricordano i gesti. Le parole balbettano, ma le dita lavorano.

Elisa osserva da sotto la frangia.

È sbagliato, dice di colpo con una voce sottile.

Sofia sussulta.

Come sarebbe?

La torre deve essere più alta.

Aggiunge un pezzo di creta.

Stanno mute, impastando insieme.

La sera, sistemando i giochi, Sofia trova sotto il letto un album vecchio.

Cosè? si interessa.

Non toccare! Elisa afferra lalbum. È di mamma.

Tua mamma disegnava?

La bambina annuisce e, con tenerezza, sfoglia la prima pagina.

Non è un album di fotografie. Schizzi vivi: animali fantastici, giocattoli modulari, stoffe. Quasi reali.

Splendido…, sussurra Sofia, rapita.

Sono progetti di giocattoli educativi, come indica lultima pagina: un logo a uccellino che tiene un cubo e la scritta Studio Elena. Giochi per bambini speciali.

Speciali…? Sofia non comprende.

Mamma voleva uno studio, Elisa si commuove. Per bambini come Michele.

Chi sarebbe?

Mio amico, figlio dellamica di mamma. Non parla. Mamma diceva che servono altri giochi, per aiutarli. Papà invece diceva che erano sciocchezze.

Sofia le accarezza i capelli, osservando i disegni. Capisce che non era un hobby, ma una vocazione.

Quella notte non dorme, pensando allalbum, a Elena, e a Elisa che soffre la mancanza.

E decide: va realizzato.

La sera dopo aspetta il padre di ritorno. Il medico entra, si sfrega gli occhi.

Elisa dorme? chiede.

Sì. Ma… devo parlarle.

Dica pure, versa un bicchier dacqua, mostrando poca voglia.

Sofia posa silenziosa lalbum davanti.

La mano di Leone si blocca dun colpo.

Dove lha trovato? tono freddissimo.

Labbiamo scoperto insieme… È geniale, dottore.

Lo rimetta a posto, ordina. Subito. Non era compito suo.

Si sbaglia, replica Sofia, inaspettatamente decisa. È il sogno di sua moglie. E di sua figlia.

Non osi parlare di mia moglie! Lei non sa niente.

Forse no, ribatte. Ma so di Elisa. Quando sfoglia lalbum, torna a vivere.

In quel momento Elisa compare in pigiama.

Papà, perché gridi con Sofia?

Il viso di Leone si scioglie nel dolore.

Amore, vai a letto.

È lalbum di mamma, la bambina lo abbraccia. Io e Sofia faremo i suoi giochi.

Nei suoi occhi, Sofia vede una fiamma viva.

Il medico la guarda, si arrende.

Fate pure quello che volete, mormora. Ma non chiedete soldi. Io non mi impiccio.

Se ne va.

Sofia non demorde.

Quella sera chiama la sorella.

Anna, tu sei designer. Ci aiuti?

Con cosa?

Abbiamo un progetto da realizzare.

Cominciano da sole.

Nella stanzetta degli ospiti, Anna porta il portatile e la tavoletta grafica. Comprano assi, colori, stoffe. Sofia ci mette il gusto e la manualità, Anna il disegno. Fanno i primi prototipi.

Il dottor Marchetti allinizio finge di nulla.

Un giorno Sofia sente la sua voce al telefono, dalla stanza vicina:

Marina, ciao. È Leone. Qui la governante ha una strana idea… sì, giochi per bimbi speciali. Come voleva Elena. Vieni a vedere.

Il giorno dopo si presenta una signora di quarantanni dagli occhi caldi. Alla sua gonna si aggrappa un bambino di sette anni, che dondola muto.

Piacere, Marina, psicologa dellinfanzia, collega di Leone. Lui mi ha detto che lavorate ai giochi.

Questo è Michele, spiega. Ha disturbi dello spettro autistico.

Sofia annuisce e porge un puzzle ad arco fatto il giorno prima.

Michele, che di solito ignora tutto, si immobilizza. Prende un pezzo, lo osserva, lo incastra.

Marina soffoca il pianto.

Era impossibile che… balbetta tra le lacrime.

Il bambino resta assorto.

Sofia…, la psicologa la guarda beata. Servono questi giochi. Lo dirò agli altri genitori.

Per Marina è un miracolo, per Sofia una vittoria.

Marina diventa la sostenitrice principale. Porta altre mamme. Lattività cresce.

Anna, mi sa che dobbiamo registrarci come partite IVA, dice dopo una settimana.

Che bello!, Anna si illumina.

Quella sera Leone rientra e trova una scena buffa: la sala è laboratorio tra trucioli, stoffe e disegni, Sofia, Anna e Elisa ridono impacchettando il primo ordine in carta da pacco.

Si ferma sulla soglia.

Sofia lo guarda. Nei suoi occhi non cè più paura, ma solo sicurezza. E questa volta Leone non distoglie lo sguardo.

Marina, ne sei sicura? chiede Sofia con in mano un foglio di ordini scritti a mano…

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