Il Veleno dell’Invidia

Veleno di invidia

Davide, ho paura sussurrò Azzurra, torcendo il tovagliolino tra le dita, la voce tremava come un filo di seta al vento. Gli occhi, grandi e liquidi, fissavano luomo seduto di fronte, e dentro cera tutto il terrore di un sogno senza contorni. Ancora quei messaggi

Estrasse il telefono dalla piccola borsa di pelle chiara, lo schermo brillò blu oltremare tra le sue mani tremanti. Lo porse a Davide come se avesse estratto un animale ferito. Lui prese lo smartphone, le sopracciglia si serrarono mentre leggeva: Grazie per la splendida serata, Mi manchi già, Quando ci vediamo di nuovo?, Presto saremo ancora insieme, Ti aspetterò dopo il lavoro nel nostro posto. Molto presto, le parole danzarono nellaria come note di un mandolino impazzito.

Quando sono arrivati? domandò con una calma quasi irreale, restituendole il telefono, la voce piatta come il fiume Po in estate.

Lultimo proprio cinque minuti fa. Appena abbiamo ordinato, il respiro di Azzurra si fece corto, come sotto il peso di un mantello bagnato. Succede sempre quando siamo insieme. È come se qualcuno ci guardasse, sapesse tutto di noi.

Davide si lasciò scivolare indietro sullo schienale della sedia metallica del bar, tamburellando il mento con la mano. Il suo sguardo diventava affilato come una lama di mezzaluna, quasi già indagasse fra le ombre di una via milanese allalba.

Fammeli vedere tutti. Anche le date, ordinò deciso, la voce limpida e tagliente.

Azzurra scorrere i messaggi con le dita intirizzite. Davide studiò ogni frase, fissando ora lora, ora il nome, come un segugio in cerca di tracce sotto un cielo rosa di tramonto lombardo. Fra i messaggi, altri ancora: Non riesco a smettere di pensarti, Ricordi il nostro ultimo discorso? Aspetto il seguito, Sai dove trovarmi, se cambi idea. Invisibili fili di paura si intrecciavano intorno a loro, un reticolo invisibile che cercava di soffocare il poco ossigeno di quellistante.

È tutto così metodico, disse Davide dopo una lunga pausa, il tono divenne duro come il marmo delle piazze venete, uno squarcio tra le rughe del volto. Vogliono che sembri un tradimento, tutto troppo studiato. Qualcuno ci osserva, pianifica, crea illusioni.

Azzurra lasciò cadere le spalle, venticinque anni di sogni che improvvisamente si fecero pesantissimi. Lavorava come designer in un piccolo studio nel cuore di Bologna, aveva sempre desiderato una cosa semplice: qualcuno con cui costruire una vera complicità, senza intrighi, senza secondi fini. Davide, trentacinque anni, avvocato, le dava una pace rara, quella tranquillità che sembra fatta di panni stesi negli orti o di libri letti ad alta voce in un pomeriggio di pioggia. Lui sapeva ascoltare la musica piccola della sua quotidianità.

Stavano insieme da sei mesi, e in quel tempo lei aveva imparato ad apprezzare la sua ironia, la calma con cui affrontava il caos, la genuina curiosità che mostrava per i suoi racconti. Non aveva mai forzato il tempo, né lasciato intendere che volesse qualcosa di diverso da lei. Eppure, Azzurra si trovava spesso a fantasticare sullo stesso futuro, magari una casa affacciata sui tetti rossi di Firenze o sotto il glicine di un cortile segreto.

Non so chi possa essere, Davide. Non conosco nessuno che si comporterebbe così. Non ho ammiratori misteriosi e poi: il nostro posto, lultima conversazione sembra la sceneggiatura di una storia mai vissuta. Siamo manovrati come burattini di legno, senza fili visibili.

Ci penso io. Ho conoscenze, sai la tagliò lui, con quella rassicurante forza tipica di chi ha camminato su molti sanpietrini. Verificherò questi numeri. Non può essere stato fatto per caso; cè una regia dietro.

Nei giorni seguenti Davide non dormì quasi mai: la sua presenza era come una musica che si spegneva e tornava improvvisamente. Azzurra affogava nelle ore lavorative, nei caffè con le amiche, nelle vie affollate del centro di Bologna. Ma langoscia continuava a strisciare come una biscia tra i banchi del mercato, gelida e testarda. Ogni vibracall era un sussulto. Ogni silenzio, un sollievo temporaneo.

Il quinto giorno, una chiamata. Il tramonto Roma colorata da nuvole rosa pesca.

Azzurra, ora sappiamo chi è, la voce di Davide era seria, senza il solito abbraccio caldo. I messaggi provenivano da più SIM, comprate cash. Abbiamo scoperto chi: Elena.

Per poco il telefono non sfuggì ad Azzurra. Elena. La sua amica delluniversità. Ventotto anni, separata, due figli. Una vita di reciproci appoggi e confessioni, lacrime, risate, sigarette nei cortili bui dopo le lezioni. Di recente, però, tutto sembrava aver perso elasticità, come un maglione usato troppe volte. Elena si lamentava spesso della fatica quotidiana, degli uomini che la lasciavano appena si accorgevano dei bagagli. Sempre io, sempre i problemi, ripeteva.

Elena? Ma perché? Come può essere stata lei?

Invidia, rispose Davide, la voce amara come il fondo di una tazzina di caffè. La tua libertà, il successo, la serenità che hai raggiunto le pesano come una maledizione. Voleva che io dubitassi di te, metterti allangolo, crepare la tua felicità.

Due settimane prima: una festa tra amici a Torino. La sala illuminata da lampadari a gocce. Profumo di parmigiana, prosecco nel bicchiere. Gente che ride e si abbraccia come in una tela vivente. Azzurra, in un vestito di seta verde smeraldo, sembrava una sirena uscita dal Po. Davide era sempre lì, le tendeva un calice, la abbracciava con gesti impercettibili.

Siete davvero la copertina perfetta, Elena si avvicinò, le braccia incrociate, il maglione beige tirato nervosamente. Tutto al posto giusto: abito, compagno Che fortuna.

Grazie ho avuto anchio i miei giorni grigi, disse Azzurra sorridendo, credendo davvero a quelle parole.

Beata te. Io, tra pannolini e mutui lultima cosa che mi posso permettere è un vestito del genere.

Elena, davvero, stai bene anche tu. Hai stile!

Elena sollevò le spalle, lo sguardo puntato su una macchia invisibile sul parquet. Qualcuno balla la tarantella, altri fanno la calza, mormorò. E quando la conversazione scivolò altrove, Elena si nascose dietro la tenda, osservando i due che ballavano come ombre su una parete bagnata dalla luna. I suoi occhi erano pieni di nostalgia, più che veleno.

Un segnale ancora più chiaro era arrivato pochi giorni dopo, davanti a due marrocchini serviti in una piccola caffetteria sotto i portici napoletani. Pioggia, bimbi che disegnano cuori appannati sui vetri. Azzurra raccontava entusiasta di una gita in montagna tra le Dolomiti, risate, salsicce arrostite, le mani fredde intrecciate intorno a un fuoco profumato di resina.

Sembra magia, Elena girava il cucchiaino nel cappuccino, rabbiosa, come a voler scavare il fondo della tazza.

Vorresti venire la prossima volta? Davide insegna a sciare, puoi portare i bambini

A me serve tempo, babysitter, euro che volano. Tu ti puoi permettere tutto. Io programmo la mia solitudine.

Azzurra sentì un dolore sottile, come una puntura di zanzara. Provò a prenderle la mano: Potremmo organizzare qualcosa tutti insieme. Al parco. Passeggiate, pane e mortadella

Elena si sfilò lentamente: Non fa per noi. Meglio così. Goditi la tua leggerezza fin che puoi.

Non cerano state stranezze evidenti, solo dettagli. Elena abbassava gli occhi quando la felicità di Azzurra si faceva troppo splendente. I suoi complimenti suonavano come piombo in una tasca leggera. Adesso, linsieme di quelle piccole crepe dipingeva un quadro nuovo.

Cosa facciamo? sibilò Azzurra, la paura e la forza nello stesso respiro.

Andiamo subito da lei. Basta sogni rotti, Davide era solido e fermo come un leone di pietra.

Suonarono il campanello della casa di Elena, dietro la stazione di Bologna. Lei aprì la porta. Sbiancò; le mani si chiusero a pugno.

Cosa fate qui? sembrava galleggiare tra il terrore e la vergogna.

Smettila di fingere, disse Davide. Abbiamo prove che sei tu.

Elena fece un passo indietro, le spalle contro il muro, gli occhi di ceramica crepata.

Sì, sono stata io! Credi che sia facile guardare te che hai tutto e io, sempre, con la mia fatica? Tu non capisci come ci si sente a non essere mai abbastanza per nessuno. Volevo solo che provassi a stare nel mio inferno anche tu!

Azzurra ascoltava, ferita dentro. Elena, la sorella di tutti quei pomeriggi al sole, si era trasformata in una statua rotta, dalle lacrime salate di rabbia e pentimento.

Hai voluto distruggermi per la tua invidia? chiese, la voce sottile come una nota di flauto.

Non capisci, non puoi per te è sempre stato tutto semplice. Io volevo solo che il tuo castello crollasse. Che anche tu sentissi il nodo in gola, lincubo che non passa mai.

Davide si frappose tra le due, una barriera silenziosa di protezione.

Basta, dichiarò. Elena, la tua invidia ti ha fatto scegliere una via velenosa. Dovrai fartene carico.

Per un attimo, la maschera di Elena cadde. Poi, però, tornò il rancore: E ora? Mi denunciate? E a cosa vi serve? Chi? Chi vi crederebbe?

Non è questo, Davide rispose. Ora basta, però. Lascia Azzurra in pace. Nientaltro.

Elena guardò Azzurra negli occhi. In fondo al suo sguardo, la tristezza di una città vuota a Ferragosto. Lo hai sempre saputo che ti invidiavo, vero? Anche al mio compleanno lanno scorso, tutti parlavano di te, del tuo nuovo lavoro, tu che ridevi, io con il dolce in mano Nessuno mi ha chiesto come stessi. Nessuno.

Azzurra rammentò quella sera: i brindisi, le risate, la musica. E una sagoma in ombra, in fondo alla stanza.

Non volevo, sussurrò. Sei sempre stata importante, Elena. Non pensavo fosse una gara.

Per me era così io con i miei drammi, tu sempre un passo avanti. Mi hai lasciata sola.

Davide ascoltava, serio.

Linvidia nasce dentro, ma invece di affrontarla hai scelto di colpire chi ti tendeva la mano, disse. Non è degno.

Il pianto esplose dagli occhi di Elena, silenzioso e brutto come la pioggia marcia a novembre.

Scusatemi non volevo. Credevo che, togliendo un poco a te, avrei avuto un po di luce anchio. Non sapevo più dove sbattere la testa.

E proprio lì, un altro ricordo si insinuò nella mente di Azzurra: una mattinata, Elena che diceva: Tu vivi una vita parallela alla mia. Tutto ti riesce, io annaspo sempre. Lei aveva cercato di tirarla su e offrirle aiuto, ma quellinvidia aveva scavato troppo a lungo.

Elena, la voce di Azzurra era gelida di lacrime, se avessi parlato, forse avremmo trovato una soluzione. Ma così adesso è difficile perdonare.

Capisco, annuì Elena, le dita che si asciugavano le guance. Ho sbagliato, lasciami solo il ricordo di quando ridevamo, almeno quello.

Davide posò una mano sulla schiena di Azzurra.

È finita. Vai avanti, disse con dolcezza.

Azzurra esitò, combattuta tra affetto antico e una ferita fresca.

Capisco che hai agito da un abisso, non perché volevi farmi del male, ma perché eri distrutta. Ma la fiducia si è spezzata. Ti auguro di ritrovare la pace, davvero.

Elena annuì. Non ci furono più parole.

Scivolarono fuori nellaria tiepida, lungo i portici. La città odorava di asfalto bagnato e castagne. Prime luci gialle si riflettevano sui marciapiedi, la pioggia ormai un ricordo. Azzurra respirò piano.

Sono svuotata, Davide. È come se avessi perso qualcuno che non saprò più incontrare.

È normale, lui la abbracciò forte, cullandola di promesse leggere. Hai la verità, puoi solo guarire ora. Non sei sola. Ci sono io, sempre.

Insieme, sorrise Azzurra, una lacrima ancora, ma già vaporosa. Nonostante tutto, insieme.

Si incamminarono tra i lampioni accesi, la notte apriva strade nuove sotto le scarpe, e Azzurra sentì, in fondo al cuore, che la felicità per quanto fragile era ancora possibile, magari proprio perché la vita resta strana come un sogno, perfetta nella sua imperfezione senza logica, in quella lunga notte italiana.

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