Guarda, ti racconto questa cosa come la racconterei a te davanti a un caffè.
Una notte mi suona il telefono e non ti dico che spavento: era mia mamma, con la voce rotta dal pianto: Figlia mia, cè un incendio, stiamo bruciando. Senza pensarci, sono saltata giù dal letto. Casa dei miei sta a poco più di dieci chilometri da Firenze, grande, ma vecchia come il cucco. La città si sta espandendo, il paese ormai quasi si attacca alle sue ultime case. E io, mentre correvo in auto con Nicola, pensavo a quanti anni avesse, quella casa ce ne aveva ormai abbastanza.
Laveva costruita il bisnonno di papà e il nonno aveva tirato su il secondo piano estivo, trasformato dopo in una parte più abitabile. Poi lavevano ancora allungata, ci avevano appiccicato una veranda di lato. A vederla sembrava solida, ma era solo apparenza: dinverno ci morivi di freddo, destate la muffa non ti dava tregua.
La casa era marcia dentro, stava crollando piano piano. Lo sapevamo tutti. E da almeno un paio danni dicevo a mamma che era meglio buttarla giù, farsene una nuova. Ma lei, niente: Io voglio aggiustare, il denaro che ho è per il restauro, mica per costruire tutto da capo. Lei era la padrona di casa, papà non cera più, la decisione spettava a lei.
Mamma, davvero ti serve tutta questa casa? Con quei soldi fai qualcosa di nuovo, magari più piccolo, su due piani, con tutto lo spazio che vuoi per i tuoi fiori la imploravo sempre.
Ed ecco che saltava fuori mio fratello Federico: Giulia, ma non capisci? È la casa di famiglia, delle nostre radici! Qualunque altra cosa sarebbe uno schiaffo al passato. Ristrutturare e via, come nuova.
Federico era sempre dalla parte di mamma, e mamma dalla sua. I miei consigli finivano sempre per essere respinti, anche se io avevo sempre pensato che il buonsenso stesse dalla mia. Ormai ci avevo fatto il callo: se mamma e Federico volevano rischiare progetti campati in aria, potevo solo lasciarli fare.
Restauro? Fate restauro, allora.
Ma ovviamente, la piccola richiesta daiuto arrivava sempre: Giulia, qualche soldo ti servirà darcelo anche tu. Poco, solo se ci mancherà la quota e via discorrendo. Le avevano dato dei soldi vendendo la casa che mia zia, sua sorella, aveva lasciato in eredità, diceva che tanto era in capo al mondo e a lei non sarebbe mai servita.
Quando ho scoperto che aveva venduto la metà della casa a Roma che aveva, e pure a prezzo stracciato, per sistemare quella rovina di casa, sono rimasta incredula.
Mamma, ma non serve, non devi svenderti persino la casa a Roma le dicevo accettiamolo, questa casa è andata.
Ma cè la famiglia, cè la storia nostra
Lascia stare, ti dico: alla fine ho lasciato perdere e ho detto: fate come vi pare. Che tanto, quando la casa è andata in fumo, non mi hanno più chiamata.
Un mese dopo quella notte, io e Nicola siamo arrivati lì, cerano già i pompieri che spegnevano le ultime fiamme. Non era rimasto niente.
Nicola, pratico più di me: Giulia, perché non offriamo a tua mamma la nostra casa in via Verdi? Quella piccola che sta vicino al mercato, dove stavano i nostri inquilini. Perfetta per lei, sistemata, e cè già tutto. Io, che non volevo pestargli i piedi, allinizio ci pensavo su.
Giulia, è casa nostra, tutte e due, non serve stare a distinguere. Tua mamma sta meglio qui che affannarsi. I mobili ci sono, se manca qualcosa compriamo noi.
Così labbiamo sistemata lì, con tutto quello che poteva servirle. Ma un giorno sono passata senza avvisare, volevo vedere come si trovava. E sai che trovo? La TV che le avevamo regalato per i suoi cinquantanni, perfettamente funzionante, anche la macchina del caffè. Ma come le chiedo non era bruciato tutto? Ma no mi dice abbiamo portato via tutto prima dei lavori! E poi, la roba che a me non serviva lho lasciata a Federico, tanto la sua casa aveva ancora bisogno di mobili.
E il bello è che Federico si era comprato un appartamentino nuovo in città. Con quali soldi? Boh, diceva che non voleva sapere, che lui si arrangiava, e che se aveva debiti era pure sfortunato.
Sai bene che mamma per Federico avrebbe fatto di tutto. Lui è sempre stato sfortunato, gli altri gli fregano tutto, diceva lei. E io mi sentivo lunica fregata per davvero.
La mamma poi decide di vendere tutto: il terreno dove era la vecchia casa, con i soldi pensava di tirar su qualcosa di nuovo, ma sempre per Federico, perché ha debiti, poverino. Ma lei una casa per sé non se la voleva comprare.
Io e Nicola, invece, finalmente ci siamo decisi: tutta la fatica e i risparmi, più un mutuo, e abbiamo messo su una bella villetta là, dove una volta cera la casa vecchia, con il giardino dove papà si sedeva sotto la vecchia quercia (che mi è anche dispiaciuto che sia morta, pensa te).
La mamma veniva spesso a trovarci, e ogni volta partiva con la solita storia: Comè spaziosa qui Ma da Federico lo spazio non basta, i figli crescono, ci vorrebbe una stanza in più. E io, che le dicevo: Mamma, te lavevo detto, potevamo costruire per tutti, ti avremmo aiutata!. Ma lei, niente. Poi una proposta assurda: Vi ridò la casa in città e io torno qui, magari anche Federico viene a vivere con me. Perché il figlio maschio deve sempre avere la casa di famiglia.
Mamma, davvero pensi che dopo tutto quello che abbiamo fatto, la casa debba andare a Federico? Se fosse stato per lui, avrebbe già venduto tutto anni fa
Ma così vuole la tradizione, sono cose che si fanno da sempre. Sì, da sempre La casa aveva ottantanni, mica secoli! Non cera verso, la discussione si chiudeva sempre lì.
Anche quando si è trattato di mettere per iscritto che la casa era nostra, per sicurezza ho voluto fare tutto a norma di legge, perché temevo lei potesse pensarci su e provare a rimangiarsi la parola dopo. E figurati dare di nascosto tutto a Federico, che nel frattempo aveva bruciato i soldi della casa, quelli del terreno, pure leventuale assicurazione dellincendio se lera giocata.
Vabbè, col tempo io e Nicola abbiamo tirato avanti, tra la scuola dei bimbi, il lavoro, qualche visita di tanto in tanto della mamma (che aveva sempre qualcosa che non le tornava nelle gambe o nella testa), Federico troppo preso dai suoi casini (lo fregano sempre, le solite scuse).
Poi un giorno ci ha fatto visita Damiano, cugino di Roma. Era curioso di vedere la casa nuova, dopo che sua madre mia zia aveva raccontato in giro che stavamo tutti alla canna del gas. Gli ho raccontato la verità: tra mutuo, affitto degli altri appartamenti e sacrifici, ce labbiamo fatta. Damiano mi ha anche riportato un paio di orecchini della nonna, che sua madre aveva tenuto da parte per me, perché non si fidava chissà con chi finissero, visto landazzo di casa nostra.
Glielo ha detto chiaro: Non dare tutto a Federico, che tanto non gli basta mai. Noi qui si lavora, lui aspetta che la mamma gli porti la pappa pronta.
Alla fine, ognuno si fa la sua strada: chi si danna a lavorare, chi aspetta la botta di fortuna, chi si lamenta. Io e Nicola siamo felici, i bambini pure, Damiano ogni tanto ci fa visita e la vita va avanti. Ecco, tutto qui.




