Non ci sono più

Non ci sono
Hai ricomprato quella roba? Gennaro posò il sacchetto sul tavolo con un tonfo, e dentro qualcosa tintinnò. Te lho detto: niente Velura. È costoso e inutile.

Nina Serena stava alla finestra, guardando il cortile. Cera una bambina della casa accanto, avrà avuto sette anni, che inseguiva i piccioni sotto i tigli. Quelli si alzavano in volo, si disperdevano come nuvole incerte e poi tornavano a posarsi sullasfalto, come se niente fosse successo. Nina le osservava e pensava a quanto tempo fosse passato dallultima volta che si era concessa un acquisto per sé. Solo per il piacere di farlo.

È una crema per le mani, Gennaro. Dieci euro disse piano.

Dieci euro sono dieci euro. Hai dimenticato come si conta?

Non rispose. Si voltò, prese il sacchetto, estrasse il piccolo barattolo col tappo dorato e lo posò sul davanzale, accanto al geranio. Il geranio ormai non faceva più fiori. Nina continuava a dirsi che avrebbe dovuto capire il perché, ma non trovava mai il tempo.

Nina. Sto parlando con te.

Ti sento, Gennaro.

Andò in cucina, aprì il frigo, cominciò a pensare alla cena. Alle sue spalle sentiva solo i suoi passi pesanti, regolari, poi lo sbattere della porta dello studio. Sospirò.

Aveva cinquantotto anni. Viveva a Parma, in un appartamento di tre stanze su Via della Libertà, sposata con Gennaro Paolo Larosa da ventinove anni. Avevano un figlio adulto, Antonio, che abitava a Torino e chiamava la domenica, qualche volta saltava. Cera una casetta in campagna, quaranta chilometri fuori città, una macchina che guidava solo Gennaro, il lavoro alla biblioteca comunale, dove Nina era bibliotecaria da diciotto anni.

La vita cera. Nessuno glielaveva mai tolta.

Prese il petto di pollo, lo mise sul tagliere, afferrò il coltello. La bambina era ormai sparita, i piccioni volati via, il cortile deserto e grigio, lerba dellanno prima che spuntava dalle crepe del selciato.

Nina si rese conto che era lì, con il coltello in mano, immobile. Soltanto lì.

Posò il coltello, si avvicinò al davanzale, aprì il barattolo di crema. Il profumo era lieve, con una traccia di fiori dentro. Ne mise poco sul dorso della mano, la pelle assorbì in fretta; sembrava la carezza di qualcuno. Nina richiuse il barattolo e tornò al tagliere.

Quella sera fu come tante. Gennaro mangiò in silenzio, guardò il telegiornale, andò a letto. Nina rimase a lungo seduta in cucina con la tazza di tè ormai freddo, sfogliando svogliatamente una vecchia rivista sui giardini. Non leggeva. Soltanto sedeva.

Il mattino dopo arrivò in biblioteca e trovò Lidia Cravotto in lacrime dietro lo scaffale dei periodici.

Lidia, che succede?

Lidia Marino era di tre anni più vecchia di Nina, lavorava lì ancor prima, conosceva a memoria ogni ripiano, e Nina non laveva mai vista piangere.

Nulla, nulla, agitò la mano, mentre prendeva un fazzoletto. È una cosa personale.

Se vuoi parlare, sono qui.

Non cè molto da dire. Si soffiò il naso e rimise via il fazzoletto. Mia figlia mi ha chiamato ieri. Ha detto: mamma, sei superata. Proprio così. Superata.

In che senso?

Nel senso letterale. Le ho dato un consiglio su come parlare col marito, a modo mio, e lei mi ha detto che i miei consigli sono roba daltri tempi. Che non so come si vive oggi. Lidia aggiustò con attenzione una pila di riviste. Magari ha ragione lei.

Non ha ragione, disse Nina.

E tu come lo sai?

Nina non trovò risposta. Stettero vicine, in silenzio, tra lodore di carta e legno vecchio degli scaffali. Poi ciascuna tornò al proprio posto.

In pausa pranzo Nina uscì. Aprile era ancora freddo, ma il sole cera e lei camminò fino alla piazzetta, si sedette su una panchina chiuse gli occhi. Sopra le palpebre filtrava una luce arancione. Pensò a Lidia, a sua figlia, a quel termine, superata.

Poi pensò a sé stessa.

Nina Serena Larosa, nata Galli, era venuta al mondo a Parma nel 1966. Era diplomata al liceo pedagogico, poi laurea in lettere moderne. Sposata a ventinove anni, tardi per quei tempi. Gennaro faceva lingegnere, persona solida, sembrava affidabile. Un anno dopo era nato Antonio. Nina prese il congedo, poi ricominciò part-time; poi accudì la madre finché mancò, poi tornò al lavoro. La vita si componeva. Senza eccessi, ordinata.

E in quella compostezza, da qualche parte, qualcosa si era perso. Non sapeva più dargli un nome, ma ne sentiva la mancanza.

Aprì gli occhi. Dallaltra parte della piazza un susino era in fiore, coperto di piccoli petali bianchi, delicati fino allincredibile. Nina guardava e pensava che non disegnava più da trentanni. Alluniversità disegnava. Per sé. A pastello. Poi mancava il tempo, poi la vergogna, poi il tempo era passato.

Prese il cellulare e chiamò il figlio. Antonio rispose al terzo squillo, dalla voce si capiva che era occupato.

Ciao, mamma. Tutto bene?

Tutto bene. Chiamavo così.

Senti, sono quasi in riunione ti richiamo stasera?

Certo. Richiamami tu.

Non richiamò. Anche questo ormai era normale.

Nina tornò in biblioteca, lavorò fino alle sei, poi andò a prendere il pane dal fornaio, e mentre tornava a casa pensava che faceva la stessa strada da diciotto anni, ogni giorno, la conosceva benissimo, ogni crepa, ogni svolta.

A casa Gennaro era già lì. Al computer, a leggere qualcosa. Lei si tolse il cappotto e andò in cucina.

Vuoi cenare?

Dopo.

Mise lacqua sul fuoco, trovò nel frigo gli avanzi di zuppa. Mentre scaldava, guardava la crema ancora sul davanzale. Il barattolo era piccolo, bello. Nina pensò che Gennaro aveva ragione. Dieci euro. Perché mai?

Poi pensò che il profumo era buono.

E lasciò lì il barattolo.

Passarono due settimane senza novità. La vita seguiva il suo corso. Poi, in biblioteca, arrivò Silvia.

Nina la vide subito. Sui quarantacinque anni, cappotto color amarena, capelli corti, postura fiera. Si avvicinò al banco, chiese liscrizione e chiese anche qualche libro di psicologia e, se cera, qualcosa sullacquerello.

Acquerello? domandò Nina sorpresa.

Sì. Da bambina dipingevo, vorrei riprovare.

Nina le fece la tessera, mostrò gli scaffali. Silvia si aggirava sicura, sfogliava libri, li riponeva, ne prendeva altri. Nina la osservava di sottecchi, cercando di capire cosa la colpisse in quella donna. Una forza tranquilla. Pareva bastare a sé stessa.

Dopo mezzora Silvia tornò con due libri e chiese:

Ma lei legge questi?

Indicava la sezione psicologia.

Qualche volta.

Lavora qui da tanto?

Diciotto anni.

Silvia la guardò, senza giudizio, solo ascoltando veramente.

È tanto, disse.

Sì.

Le piace?

Nina esitò. La domanda era semplice, la risposta meno.

Sì, mi piace. Mi piacciono i libri, le persone. È un posto a cui sono abituata.

Abituata, ripeté Silvia, quasi assaporando la parola. Capisco.

Prese i libri e uscì.

La settimana dopo tornò, restituì un volumetto e chiese se cera altro sulle tecniche ad acquerello. Nina trovò un piccolo album di riproduzioni, lo propose. Silvia accettò, poi improvvisamente chiese:

Vuole provare?

Cosa?

A dipingere. Frequento un corso di acquerello, il sabato mattina. Un gruppo piccolo, ambiente informale. Venga.

Nina avrebbe voluto dire di no, quasi lo fece, ma invece domandò:

Dove?

Silvia scrisse lindirizzo: Spazio Artistico Luce Bianca, Via Carducci, sabato alle undici.

Tutta la sera Nina guardò quel foglietto, prima nella tasca del grembiule, poi sul davanzale, vicino alla crema. Gennaro non chiese nulla, come sempre. Lui domandava solo di soldi o faccende di casa.

Venerdì sera, durante cena, Nina si fece coraggio:

Domattina vado a un laboratorio di acquerello.

Gennaro alzò lo sguardo dal piatto.

Dove?

Su via Carducci. Acquerello. Mi invita una signora conosciuta in biblioteca.

E quanto costa?

Non ho ancora chiesto.

Capito. Vai pure, se proprio non hai niente di meglio da fare.

Nina lo guardò. Aveva detto esattamente quelle parole: se proprio non hai niente di meglio da fare. Era da ventinove anni che sentiva Perché di nuovo?, Perché?, Quanto costa?, Sei senza niente da fare.

Va bene, disse soltanto. Vado.

La mattina seguente si alzò alle otto, si lavò, indossò un maglione grigio e pantaloni blu scuro. Si guardò allo specchio. Non lo faceva davvero da molto. Di solito sfuggiva, senza fermarsi. Ora invece guardò: il viso non era giovane, ma dignitoso, gli occhi grigi, vivi. I capelli con fili bianchi ma ancora folti. Ci passò la mano, li sistemò diversamente. Poi aprì la crema, la mise sulle mani e un poco anche sul collo.

Uscì alle nove, con calma.

Lo Spazio Luce Bianca era sul secondo piano di una vecchia casa borghese: da fuori normale, dentro tutto bianco, pavimenti di legno e grandi finestre. Nina salì le scale, spinse la porta.

Silvia era già lì, con altre quattro donne e un uomo sulla cinquantina, robusto, in camicia a quadri. Si sedevano attorno a un lungo tavolo, davanti fogli e bicchieri dacqua.

Nina! Silvia la salutò sorridendo. Che bello che sia venuta!

Nina si sedette vicino a lei. Zoya, la giovane insegnante, spiegò che avrebbero dipinto un ramo di glicine. Nina prese il pennello, la mano tremava appena, non per paura ma perché non era abituata.

Non pensate alla bellezza, disse Zoya. Pensate allacqua e al colore.

Nina fece una prima pennellata. Il viola si sparse sulla carta bagnata, mescolandosi con lazzurro. Poi la seconda, la terza. Guardava la vernice andare dove voleva, non sempre dove lei sperava, e le sembrava interessante, strano. Silvia era tutta concentrata, luomo con la camicia disegnava nervoso con un pennellino minuscolo ed era insoddisfatto.

Dopo unora Nina guardò il foglio. Non sembrava un glicine: una macchia violaceo-azzurra, indefinita. Ma qualcosa di vivo cera. Qualcosa che era suo.

Bello, disse la signora anziana accanto, si chiamava Giulia.

Non penso, rispose Nina.

Invece sì. Ha dentro dellatmosfera.

Nina riguardò e pensò: forse sì.

Dopo il corso, Silvia propose un caffè. Si sedettero nella piccola caffetteria vicino, al tavolino vicino alla finestra.

Le è piaciuto?

Sì. Non me lo aspettavo.

Lo avevo intuito disse Silvia stringendo la tazza con entrambe le mani. A volte ha uno sguardo… come se vedesse qualcosa, ma avesse timore di guardare dritto.

Nina non rispose subito. Poi chiese:

Da quanto è a Parma?

Tre anni. Venivo da Bologna, dopo la separazione.

Capisco.

Allinizio è dura. Poi migliora. Poi anche interessante.

Interessante?

Sì. Vivere per se stessi. Non avevo idea di chi fossi, davvero. Sorrise, senza ironia. Lei è sposata?

Ventinove anni.

Si trova bene?

Nina mescolò il caffè.

A volte sì, a volte meno.

Silvia annuì, non chiese altro. Anche questo, in lei, era un bene.

Nina tornò a casa verso luna e mezza. Gennaro guardava la partita, non domandò nulla. Lei scaldò la zuppa, mangiò da sola. Prese il foglio col glicine, che Zoya le aveva regalato, e lo appese vicino al geranio.

Il geranio sembrava più vivo. Nina notò un piccolo bocciolo rosso su uno stelo. Non laveva visto prima.

Il sabato dopo tornò al corso. Poi ancora. Silvia veniva sempre; a poco a poco cominciarono a parlare dopo, prima mezzora, poi unora intera. Nina raccontava della biblioteca, dei lettori, dei libri che amava. Silvia della sua azienda edile, della figlia rimasta col padre a Bologna a studiare inglese.

Un giorno Nina chiese:

Non si sente sola qui?

A volte. Ma è una solitudine diversa, non quella di prima.

In che senso?

Silvia rifletté.

Prima stavo con qualcuno, eppure ero sola. È la peggiore delle solitudini. Ora sono sola, ma non mi sento sola. Capisce la differenza?

Nina capiva. Non lo disse, ma qualcosa dentro si mosse, come i ghiacci a marzo sul Po: lentamente, ma inevitabile.

A maggio in biblioteca ci fu un concorso culturale. Il Comune chiedeva un evento. La direttrice, Marina Luigi, convocò lo staff.

Idee?

Tutti in silenzio. Nina pure, ma qualcosa girava in testa.

Potremmo fare una serata letteraria? propose Lidia. Letture, discussione.

Come ogni anno. Ci vuole altro.

E se fosse una sera sulle donne? disse Nina.

Tutti la guardarono.

Cioè?

Le storie vere delle donne. Invitiamo donne del quartiere, di età diverse, a raccontare la loro esperienza. Anche mostrare qualcosa: chi disegna, chi lavora a maglia, chi fa ceramica.

Silenzio.

Insolito, commentò Marina.

Ma vivo.

Se ne occuperà lei?

Sì, rispose Nina, sorpresa di sé stessa.

Marina la fissò.

Benissimo, signora Serena. Proviamoci.

Nina uscì e subito chiamò Silvia, che rise.

Ma dai. Proprio tu?

Io. Non so nemmeno perché. Mi è uscito così.

Questo è il più sincero. Io partecipo. E chiediamo a Giulia: fa ceramica.

Giulia aveva sessantadue anni, in pensione da tre, faceva statuette di uccelli che ogni tanto vendeva al mercato. Accettò senza esitazioni: Solo, non troppo a lungo, mi impappino.

Nina mise insieme il programma, nei pomeriggi, quando Gennaro si chiudeva nello studio. Si sedeva in cucina, taccuino e biro, scriveva, cancellava, riscriveva. Era una sensazione nuova, quella di creare qualcosa. Non solo mantenere, ma proprio creare.

Una sera, Gennaro entrò per bere un bicchier dacqua e la vide.

Che scrivi?

Lavoro. Organizzo la serata.

Sempre la solita biblioteca.

Sì, biblioteca.

Lui si servì, rimase un po.

Oggi la cena era fredda.

Scusa. La prossima sarà diversa.

Se ne andò. Nina lo guardò andare via. Aveva parlato della cena fredda. Non del suo cambiamento, della vitalità. Solo la cena fredda.

Tornò al taccuino.

La serata fu fissata per la terza settimana di giugno. Le partecipanti erano quattro: Silvia e Giulia, poi Maria, ex insegnante ora poetessa, mai letta in pubblico, e infine Zoya, la più giovane.

Nina fece i volantini, li attaccò nel quartiere, scrisse allinserto locale. Temette che non sarebbe venuto nessuno, invece la sala si riempì: più di trenta persone, donne giovani e anziane, perfino una signora in sedia a rotelle accompagnata dalla figlia.

Nina condusse la serata, senza lunghi discorsi. Solo qualche parola sullascoltare e poi iniziò. Giulia parlò della pensione e dei pomeriggi vuoti, finché prese in mano largilla. Mi sono accorta di avere ancora le mani, raccontò. La sala rise, una risata buona, senza presa in giro.

Silvia raccontò del trasferimento, della paura e poi della sorpresa. Alla fine avevo paura dellabitudine, non del nuovo. Nina se lo appuntò nel cuore.

Maria lesse due poesie, tremava, ma la voce alla fine si fece ferma. Una in terza fila iniziò ad applaudire; tutte seguirono.

Dopo la serata, Nina e Lidia misero a posto. Lidia le disse:

È venuta proprio bene, Nina.

Inaspettatamente bene.

Non tanto. Tu sai parlare alla gente. Sempre saputo, solo che non ti sei mai permessa.

Nina la guardò.

Dici?

Lo so. Lavoro accanto a te da diciotto anni.

Nina prese una sciarpa lasciata da qualcuno, la appese allingresso. Pensò che Lidia avesse ragione. Era una gioia e insieme, un piccolo dolore. Perché in diciotto anni era la prima volta?

A casa Gennaro già dormiva. Lei si svestì piano, andò in cucina, bevve un bicchiere dacqua. Sul davanzale cerano la crema e lacquerello col ramo di glicine. Il geranio era, per la prima volta dopo anni, in piena fioritura: quattro grappoli rossi.

Nina si prese il tempo di spalmare bene la crema sulle mani. Guardava il geranio e pensava a Silvia. Avevo paura dellabitudine, non del nuovo.

Al mattino, Gennaro chiese:

Comè andata la serata?

Bene, molta gente.

Hai mangiato qualcosa almeno?

Cera tè.

Il tè non è cibo. Affondò gli occhi nel telefono.

Nina si versò un caffè e uscì sul balcone. Era presto, il cortile vuoto, profumo di pioppi. E pensava: Gennaro aveva chiesto se avesse mangiato. Era una forma di cura, forse. Era il suo modo. Per ventinove anni Nina aveva preso quella forma per consistenza, senza accorgersi che il contenuto non era più quello, o che magari non cera più.

Non sapeva. Stava appena iniziando a guardare dritto.

A luglio chiamò Antonio. Non di domenica, di mercoledì; una stranezza.

Ciao, mamma. Come va?

Tutto bene, Anto. Tutto a posto?

Sì, sì, niente, solo mi ha scritto Silvia.

Nina si immobilizzò, il frigo aperto.

Quale Silvia?

Quella tua amica di qui. Mi ha trovato sui social, ha scritto che sei stata bravissima con levento in biblioteca. Io non lo sapevo.

Non hai mai chiesto.

Silenzio.

Scusami, mamma. Non ho chiesto davvero. Raccontami.

E Nina raccontò. Del corso, di Giulia con le sue ceramiche, di Maria coi versi, di quanta gente era accorsa. Antonio ascoltava serio. Poi disse:

Sei stata in gamba, lo sai?

Grazie.

Lo fai spesso?

No, era la prima volta.

Dovevi provarci prima.

Già, ammise lei.

Pausa.

Mamma, tu e papà tutto a posto?

Nina guardò fuori. Cortile pieno di luce estiva e due ragazzi che giocavano col pallone.

Abitudine, rispose.

È un bene o un male?

Non lo so ancora.

Antonio non chiese altro. Disse che sarebbe venuto ad agosto, si misero daccordo. Nina chiuse la chiamata e rimase un po a fissare il cortile.

Ad agosto Antonio arrivò per quattro giorni. Somigliava molto al padre, ma aveva uno sguardo attento che era tutto di Nina. Portò formaggi e noci, sedeva ad ascoltarla davvero, con attenzione.

Una mattina, mentre Gennaro era in campagna, rimasero soli in cucina.

Mamma, sei cambiata.

In che senso?

Non lo so spiegare. Sembra che tu sia più grande. Si mise a ridere. Suona strano.

No, suona bene.

Sei felice?

Nina avvolse le mani nella tazza. Il caffè era bollente.

Sì. Un po fa paura.

Paura di che?

Quando inizi a vedere meglio te stessa, vedi meglio anche il mondo intorno. Non sempre fa piacere.

Antonio annuì. Poi:

Papà se ne accorge?

Papà si accorge solo della cena fredda, mormorò Nina. Subito se ne pentì. Scusa, non è giusto dirlo.

Invece sì. Antonio la fissò. Ne avete parlato?

Di cosa?

Di cosa ti serve.

Nina guardò fuori. Lestate era già fiacca, erba gialla ai bordi.

Non sono brava a parlare di certe cose.

Prova.

Partì. Nina rifece il letto, pensava a quelle parole: prova. In ventinove anni non aveva mai provato completamente. Parlava, ma non diceva il vero. Perché era comodo. Sicuro. Gennaro sapeva guardare in modo da chiudere ogni discussione.

A settembre Marina Luigi la chiamò: la municipalità voleva ripetere levento in grande, per tutte le biblioteche del quartiere. Si aspettavano che Nina si occupasse della cosa.

Ora è serio, Nina Serena. Più lavoro, ma potranno darti anche un aumento.

Accetto volentieri.

Marina sorrise.

Da questestate sei cambiata. Posso dirlo?

Certo.

Sei più viva.

Nina tornò al suo banco, salutò un lettore venuto per un giallo, fece il prestito, segnò tutto. Poi si fermò a contemplare la sala: le scaffalature, i tavoli con le vecchie lampade, il grande finestrone pieno di luce settembrina.

Diciotto anni lì, e solo ora si sentiva a casa. Non di passaggio, ma proprio casa.

In autunno qualcosa cambiò anche a casa. Non allimprovviso, ma gradualmente.

Gennaro si accorse che Nina tornava spesso tardi; che il sabato mattina usciva presto; che vedeva donne che lui non conosceva.

Chi è sta Silvia?

Una mia amica.

Da quando hai unamica?

Da febbraio. In biblioteca.

E ci vedi ogni settimana?

Più o meno.

Gennaro la fissava. In quello sguardo non cera irritazione, né sufficienza. Qualcosa di nuovo, che Nina non sapeva nominare. Improvvisamente capì: smarrimento.

Non ti proibisco niente, disse lui. Solo non sono abituato.

A cosa?

A tutto quello che fai.

Nina gli si mise davanti. Per la prima volta lo guardò senza filtri, come si guarda uno sconosciuto condividendo la vita da trentanni.

Gennaro disse sei contento che io faccia qualcosa, oltre casa e lavoro?

Lui esitò.

Non so. Forse sì.

Forse sì?

È strano, tutto qui. Si alzò, andò alla finestra. Prima eri qui, con me. Ora sei sempre fuori.

Non sono fuori. Sono qui.

Sei qui, ma cambiata.

Nina guardò la sua schiena larga, un poco curva, i sessantun anni che pesavano. Anche lui era invecchiato, senza che lei se ne rendesse conto.

Gennaro, da quanto non parliamo davvero? Non delle cene o dellauto. Davvero?

Lui la guardò.

Ma parliamo.

Di cosa?

Non rispose. Guardava altrove.

Ecco, disse lei piano.

Novembre arrivò con il freddo e la grande serata in biblioteca. Nina si preparò tre settimane: otto donne, una mini mostra di quadri di un artista locale; Silvia aiutò in tutto, ormai si vedevano quasi ogni giorno. A volte prendevano il caffè, a volte passeggiavano lungo il Parma, quando il tempo lo permetteva.

Un giorno Nina si fermò, fissando lacqua grigia di novembre.

Non capisco come vivevo prima.

Vivevi, tutto qui disse Silvia.

No. Mi abitavo dentro, dietro mille strati. Perché?

Non è un perché. Ti ci trovi.

Ma si poteva fare diversamente.

Certo. Silvia fissava il fiume. Ma diversamente inizia quando deve iniziare. Non prima.

Ho cinquantotto anni.

E allora?

È tardi.

Parli sul serio?

Sul serio.

Allora ti rispondo sul serio. Conosco donne che a trentacinque si sentono finite, pronte per una teca. E vedo te che inizi a cinquantotto: mi sembra letà giusta, non trovi?

Guardava il fiume. Passava una chiatta, lenta e lontana.

Sa che sono nove mesi che dipingo ogni settimana?

Lo so.

Stamattina ho scritto il testo di presentazione per la serata. Mie parole, non copiate.

Me lha letto.

E mi sembra buono.

È vivo, meglio che buono.

La serata fu un successo: più di settanta persone, sala piena, gente in piedi lungo i muri. Nina aprì leggendo le proprie parole: disse che in ogni donna cera qualcosa che aspetta solo di essere visto; che letà non chiude porte, a volte le apre. Lo disse senza morale, ma come chi lha appena compreso da sola.

Finita la serata, si avvicinò la signora più anziana, accompagnata dalla figlia. Si chiamava Eudossia Matteucci, ottantatré anni.

Figliola disse parlava di me stasera?

Di tutte noi, signora.

No, proprio di me. Per anni ricamavo fermaposti; poi basta, pensavo fosse sciocco. Ma stasera magari riprovo. Ottantatré anni: fa ridere, no?

Per niente.

Davvero?

Davvero.

Eudossia se ne andò. Nina le seguiva con lo sguardo: la figlia le reggeva il braccio, andavano piano, ma non vuote: portavano qualcosa con sé.

Dicembre cominciò quieto. Nina ora gestiva da sola un piccolo circolo letterario, ogni mercoledì: sei-sette persone, letture e discussioni vivaci.

A casa cera tensione, sottile ma presente. Gennaro taciturno, perso nei pensieri. Nina sentiva che covava qualcosa, ma che non sapeva dirlo. Nemmeno lei aspettava più che fosse lui a parlare.

A metà dicembre, di domenica sera, lo raggiunse nello studio.

Gennaro, dobbiamo parlare.

Allora parla.

Non così. Chiuse la porta e sedette vicino a lui. Seriamente.

Lui chiuse il libro.

Coshai?

Niente. Devo solo dirti qualcosa che non ho mai detto. O forse non abbastanza.

Gennaro aveva unespressione tesa.

Per tanto tempo ho vissuto come se quasi non esistessi. Facevo tutto: minestra, lavoro, gite, quello che si doveva. Ma dentro, io, quasi non cero. È stato anche per colpa mia: lho permesso. Ma è anche colpa nostra. Di come funzioniamo insieme.

Lui la fissava.

Vuoi lasciarmi?

Non lo so. So solo che dobbiamo parlare sul serio. Che per me è importante che tu mi veda. Non la cena, non la camicia pulita. Me.

Lunga pausa. Fuori nevicava.

Non ne sono capace, Nina, mormorò infine. Non mi hanno insegnato.

Lo so. Guardava le sue mani sulle ginocchia. Non ti accuso. Sto solo dicendo che vorrei provarci in modo nuovo. E capire se vuoi anche tu.

Lui non rispose subito; fissava la neve, poi Nina. Cera quello smarrimento, vivo.

Sei cambiata tanto, questanno.

Sì.

Non ti capisco sempre.

Lo so.

Ma non vorrei Si interruppe, cercando le parole. Non vorrei perderti. Non perderti di casa, non perderti davvero.

Nina lo guardava. Sessantuno anni, spalle curve, volto confuso di chi si aggrappa allabitudine e teme il nuovo.

Proviamo, disse. Non sarà facile, ma proviamo.

Gennaio venne gelido. Nina lavorava in biblioteca, conduceva il circolo, dipingeva il sabato. Aveva già tanti disegni; alcuni li aveva dati a Silvia, altri li appendeva in cucina. Il geranio rifioriva, finalmente Nina capì come curarlo: lo travasò in un vaso grande.

Sentiva meno Silvia: era presa dai problemi al lavoro, ma si sentivano spesso.

Un giorno Silvia domandò:

Pensi di continuare con gli eventi a primavera?

Sì. Vorrei un vero festival, di più giorni.

È unenormità di lavoro.

Lo so. Nina sorrise. Ma mi piace.

Silvia rise.

Chi lavrebbe mai detto, un anno fa?

Già!

Con Gennaro era ancora difficile. Parlavano più spesso era qualcosa a volte bene, a volte lui si chiudeva, e Nina non lo forzava, aspettava o si dedicava al proprio.

Un giorno, durante cena, Gennaro disse:

Sono stato dal medico la settimana scorsa per un controllo.

Andava tutto bene?

Giusto per sicurezza, pressione alta. Prescritto qualcosa.

Bene che sei andato.

Non mi chiedi perché non te lho detto?

Nina posò il cucchiaio.

Perché?

Non volevo preoccuparti. Alzò gli occhi. È unabitudine.

Di non preoccupare me?

Sì. Sei sempre occupata.

Nina sentiva che queste parole avevano un senso, anche se sfuggiva ancora.

Gennaro, io voglio sapere quando stai male. Dai medici, tutto. Voglio sapere.

Va bene. Annui. Lo farò.

Anchio.

Restarono in silenzio. Fuori, febbraio portava vento e neve, ma la cucina era calda e odorava di minestra. Sul davanzale stavano la crema e un acquerello nuovo: rami di melo, bianchi e teneri.

Bel disegno disse Gennaro. Lhai fatto tu?

Sì.

Guardò ancora.

Sei brava.

Sto imparando.

A fine febbraio Lidia chiamò alle nove di sera.

Nina, scusa lora. Mia figlia è venuta.

Va meglio?

Sì. Ci siamo chiarite. Ha detto che aveva torto su quella storia del superata.

Sei contenta?

Molto. Senti, potrei venire anchio al corso dacquerello?

Ma certo. Sabato alle undici.

Ho paura di fare brutta figura.

Allinizio è così per tutti. È questo il bello.

Sabato Lidia arrivò. Impugnava il pennello maldestra, lo teneva come una penna; Zoya la corresse. La prima pennellata era troppo scura, la seconda troppo trasparente. Lidia si agitò.

Nina, guarda che disastro.

Guardo. Mi piace.

Ma non è un ramo, è una macchia.

È il primo tentativo.

Non ti vergogni a rincuorarmi?

Te lo dico sul serio. Col prossimo pennello, sarà diverso.

Lidia guardò il suo foglio e si mise a ridere.

Va bene, alla prossima allora.

Marzo portò il primo tepore. Nina presentò domanda per il festival primaverile, la direzione diede lok. Antonio scrisse che sarebbe venuto in aprile al festival.

Una sera, quando Gennaro già dormiva, Nina era in cucina a scrivere idee. Fuori, la neve scioglieva e lacqua colava dai tetti; la primavera tentava la sua forza. Sul davanzale il geranio era gonfio, verde, tre fiori rossi e un bocciolo pronto ad aprirsi.

Guardò il barattolo: era vuoto da settimane, ma lo teneva ancora. Ne aveva già comprato un altro uguale, Velura, dieci euro. Gennaro non commentava più.

Aprì il taccuino su una pagina bianca e scrisse in alto: Cosa so ora che non sapevo un anno fa. Guardò, pensò, poi chiuse. Era nel cuore, non serviva scrivere.

Il telefono squillò. Tardi, quasi le undici. Sullo schermo: Silvia.

Tutto bene? chiese subito Nina.

Meglio del previsto. La voce di Silvia era diversa, vibrava. Nina, devo dirti una cosa. Mi hanno offerto un posto a Bologna. È ottimo, paga buona. Lì cè mia figlia. Sto pensando.

Nina fu in silenzio un attimo.

Vuoi andarci?

Non so ancora. Per questo ti chiamo. Dicci qualcosa.

Cosa dovrei dire?

Cosa pensi.

Nina guardava fuori. Aprile, nero e vivo.

Io credo che dentro di te già sai la risposta. Devi solo dirtela ad alta voce.

Silenzio breve.

Forse sì.

Allora di coshai paura?

Di ciò che lascio qui: il corso, te, Giulia con le statuine, Maria coi versi.

Non ci perdiamo.

Parma è lontana da Bologna, Nina.

Silvia. Nina prese una penna dalla tavola e la fece girare fra le dita. Ricordi cosa mi hai detto una volta sul lungofiume, a novembre?

Cosa?

Il cambiamento inizia quando deve.

Silvia rise, con tenerezza.

Ero saggia.

Lo sei ancora.

Nina, posso chiederti una cosa? Ma davvero.

Sì.

Sei felice?

Nina guardava il geranio, il barattolo, i disegni, il blocco ancora bianco.

Sono diventata me stessa, rispose. Credo che sia più importante.

È questa la risposta?

Sì.

Silvia fece una pausa.

Allora sono felice per te.

Ed io per te.

Nina…

Sì?

E se io andassi via?

Nina guardò la pagina bianca.

Continuo, disse.

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