Non osare cantare
– Sorridi in modo sbagliato.
Non capii subito che quelle parole erano rivolte a me. Guardavo le mie mani poggiate sulle ginocchia, sopra un abito blu notte che non avrei mai scelto. Troppo stretto sulle spalle. Troppo lucido. Troppo estraneo.
– Bianca. Ho detto che sorridi male. Troppo tesa. La gente se ne accorge.
Gennaro parlava a mezza voce, senza voltarsi. Fissava la sala, dove gli invitati al ventennale della sua azienda prendevano posto. Venti anni di attività. Una grande festa. Una serata importante. Il mio ruolo, quella sera, era stato stabilito in anticipo, come un articolo di un contratto: sedermi accanto a lui, apparire decorosa, non parlare più del dovuto, non bere più di un bicchiere, non attaccare discorsi con i soci senza il suo consenso.
– Scusa, – sussurrai.
– Non scusarti, correggiti.
Quel ristorante era uno di quei luoghi in cui il denaro si percepisce fisicamente. Non ostentato, semplicemente presente. Nel peso delle tovaglie, nelle luci soffuse dei lampadari di vetro veneziano, nel modo in cui i camerieri si muovevano quasi senza rumore, come fluttuando nellaria. Non era la prima volta che venivo lì, ma ogni volta mi sentivo fuori posto. Non come moglie di un imprenditore di successo, ma come persona, come donna con un nome, una storia, qualcosa che un tempo viveva dentro.
Avevo cinquantacinque anni. Ventotto li avevo passati sposata con Gennaro Locatelli. Ci eravamo conosciuti quando stavo finendo il conservatorio. Allora ero brillante, piena di voce, innamorata di Verdi e Puccini. Lui era un giovane imprenditore, occhi brillanti e la sicurezza di poter comprare e modellare il mondo a suo piacimento. Mi aveva guardata come se fossi il suo mondo. Poi, capii che voleva solo rimodellare me.
– Gennaro, posso andare da Maria? La vedo là seduta da sola.
– Maria aspetterà. Non hai niente da fare al tavolo degli Alfieri.
– Ma la conosco da ventanni.
– Bianca. – La sua voce era calma, stanca, come quella di chi spiega sempre la stessa cosa a un bambino. – Stasera è importante. Siediti e sorridi.
Sorrisi. Correttamente. Come da istruzioni.
La sala si riempiva piano piano. Soci, clienti, assessori, le loro mogli. Tutti eleganti, tutti moderatamente animati, tutti intenti a parlare di argomenti consoni a quel tipo di serata. Ascoltavo a frammenti quelle conversazioni e mi chiedevo quando fosse stata lultima volta che avevo parlato davvero di ciò che mi interessava. Della musica. Di come si costruisce una fuga. Del perché il secondo concerto di Rachmaninov (che ascoltavo da ragazza) mi facesse ancora tremare dentro quando lo sentivo in radio.
Da noi la radio con la classica non si accendeva mai. Gennaro diceva che gli dava sui nervi.
Al tavolo vicino, una donna in un abito rosso rideva forte per una battuta. Era un riso vero, un po rauco, vivo. Mi sorpresi ad invidiarla. Non per labito, né perché fosse più giovane o bella. Solo per il suo riso libero, come di chi ne ha diritto. Senza chiedere permesso.
La cena procedeva. Brindisi, applausi, discorsi sui ventanni di successi e su un grande futuro. Gennaro fece il suo brindisi, breve e incisivo, come sempre. La sala applaudì. Sapeva tenere la sala, quello sì. Io applaudii insieme agli altri, pensando che un tempo, forse, sapevo farlo anchio. Stare davanti alla gente e cantare finché trattenevano il respiro.
Lultima volta che avevo cantato in pubblico era ventiquattro anni prima. Una sera al conservatorio: Gennaro mi aveva accompagnata e portata via prima che finisse, richiamato dagli affari.
Il presentatore annunciò un piccolo talent show, dopo il dessert. Un gioco: chiunque poteva salire sulla pedana in fondo alla sala e mostrare ciò che sapeva fare: una storiella, una magia, una canzone. Gennaro arricciò le labbra.
– Che volgarità, – mormorò.
Non risposi. Guardavo la scena. Un microfono. Accanto, un pianista giovane, viso gentile; suonava pezzi di sottofondo durante la cena. Lo avevo notato allinizio: mani lunghe, un modo buffo di dondolare la testa a tempo anche sotto voce.
Uscirono due persone. Uno raccontò una barzelletta, laltro suonò larmonica. Applausi benevoli, nessun entusiasmo. Il presentatore richiamò altri. La sala si fece leggermente più silenziosa.
Senti qualcosa smuoversi dentro, piano, come una porta chiusa che riceve un colpo lieve. Poggiai il tovagliolo sul tavolo. Mi alzai.
– Dove vai? – chiese Gennaro.
– In bagno.
Ma non andai in bagno. Mi avvicinai al presentatore e gli sussurrai qualcosa allorecchio. Lui alzò le sopracciglia, poi annuì. Poi mi avvicinai al pianista: parlammo appena un minuto. Annunciò che aveva capito, nei suoi occhi brillò un lampo curioso.
Quando chiamò il mio nome, Gennaro non capì subito. Poi sì. Lo vidi con la coda dellocchio, mentre salivo sulla pedana. Non guardavo lui però. Guardavo il microfono.
Cerano tre gradini. Salii. Davanti a me, tavoli pieni di gente, abiti costosi e vestiti da sera. Alcuni chiacchieravano ancora tra loro. Altri, attenti, aspettavano: vediamo che succede.
Feci un cenno al pianista.
Lui attaccò i primi accordi, la sala divenne più attenta: non era una canzonetta da festa. Era Rachmaninov. Il Vocalise. Una delle arie più difficili e belle che avevo cantato al diploma. Senza parole. Soltanto la voce, la musica.
Cominciai. E nei primi istanti non ci credevo nemmeno io. La voce cera. Non era morta in tutti quegli anni di silenzio, non si era seccata, annullata. Esisteva. Un po diversa, più scura, ma ancora viva.
La sala ammutolì, alla terza frase. Non gradualmente, ma rapida: la gente smise di parlare, posò i bicchieri, voltò il viso verso me. Io quasi non ci feci caso. Volevo solo non perdere il controllo, reggere il fiato, non pensare a Gennaro, al suo sguardo, a ciò che sarebbe venuto dopo.
Dopo, poco importava. Ora c’era solo questo.
Al termine, ci fu un attimo di silenzio. Poi la sala si alzò in piedi. Non tutti, ma molti. Gli applausi erano veri, non di cortesia. La signora in rosso gridava brava!. Il pianista mi guardava da sotto con lespressione di chi ha assistito a una rarità.
Scendendo, le gambe tremavano un poco. Il cuore correva, ma in modo regolare. Tornai al tavolo vedendo già il volto di Gennaro.
Non applaudiva.
– Siediti, – disse.
Mi sedetti.
– Sai che hai fatto?
– Ho cantato.
– Non fare la furba. – Il tono era freddissimo. – Ti sei messa in mostra alla mia festa. Senza il mio permesso. Ti rendi conto di come appare?
– Come appare?
– Come se mia moglie avesse bisogno di attenzione. Come se non le bastasse mai. – Prese il bicchiere e lo posò con calma. – Andiamo a casa. Dieci minuti e si parte.
– Gennaro, non è…
– Dieci minuti, Bianca.
Mi si avvicinarono in tre. La signora in rosso, che si chiamava Teresa, mi strinse la mano: Eccezionale, da dove vieni?. Un vecchio con la barba da professore mi guardò e disse solo: Meravigliosa. Chi ti ha insegnato? Maria, la mia vecchia amica, corse ad abbracciarmi: sapeva di casa, e per poco non scoppiavo a piangere lì.
– Bianca, dove eri finita? Cantavi come…
– Maria, andiamo, – disse Gennaro, facendo finta di essere gentile, ma stringeva il mio braccio fino a far male. – Scusate, Bianca ha mal di testa. Dobbiamo andare.
In macchina non disse nulla. Silenzio per tutto il tragitto; peggio di qualsiasi parola. Io guardavo fuori, la Milano di notte, le insegne, i lampioni. Sentivo una sorta di strana calma. Non gioia, non paura. Qualcosa di terzo. Come se avessi appena ricordato il mio nome.
A casa si tolse la giacca, la appese e si girò verso di me.
– Quindi, – disse. – Capisco che ti annoi, capisco che tu voglia qualcosa per te. Ma esistono dei limiti. Ci sono cose appropriate e cose che non lo sono. Oggi mi hai messo in imbarazzo di fronte a chi dà da vivere alla mia azienda.
– Ho cantato. La gente ha applaudito.
– Ti sei fatta passare per artista a una serata aziendale. Capiamo la differenza?
– No, – mi stupii sentire quanto fosse ferma la mia voce. – Spiegamelo.
Mi fissò a lungo, poi disse:
– Hai tutto. Casa, agio, posizione. Non capisco cosa ti manca. E, sinceramente, non ho più voglia di capirlo.
– Te lo dico io cosa mi manca. Mi manco io.
– Cosa significa?
– Lo sai bene.
Me ne andai in camera e chiusi la porta. Mi stesi sul letto, vestita, fissando il soffitto bianco. Sentii Gennaro muoversi in casa, aprire e chiudere larmadio. Poi silenzio.
Non dormii fino al mattino. Pensavo. Ricordavo di quando, quindici anni prima, avevo accettato di lasciare la scuola di musica dove insegnavo canto. Gennaro diceva che non era adatto per la moglie di un imprenditore, che lo stipendio era ridicolo, che non ce nera bisogno. Accettai, pensando che avrei trovato altro. Ma altro non arrivò mai: ogni volta che provavo qualcosa, Gennaro trovava una ragione perché anche quello non andasse bene, non fosse degno, o fosse solo una perdita di tempo.
Non mi picchiava. Non urlava. Spiegava, pacatamente, cosa era giusto e cosa no. E in ventotto anni mi ero abituata tanto a sentire spiegazioni altrui, da non riconoscere più la mia stessa voce. Davvero. Nemmeno nella testa.
Fino alla sera prima.
La mattina, mentre faceva la doccia, presi una vecchia borsa dalla soffitta. Ci misi i documenti. Il passaporto, il diploma di conservatorio (trovato in fondo a un cassetto), qualche foto. Il cellulare. Un po di contanti che mettevo da parte in segreto da tre anni, per caso di bisogno. Non sapevo nemmeno allora, per quale necessità. Ma ora lo sapevo.
Mi vestii semplice. Jeans, maglione, giacca. Quando uscì dal bagno, ero già allingresso.
– Dove vai?
– Via.
Silenzio lungo.
– Non dire sciocchezze.
– Non dico sciocchezze. Me ne vado.
– Bianca. – Si asciugava le mani, lo sguardo di chi è stanco dei pianti altrui. – Sei agitata. Rilassati, la sera ne parliamo.
– Non cè più nulla da dire.
– Non hai soldi, non hai lavoro. Dove pensi di andare?
– Troverò dove.
– Sei ridicola. Hai cinquantacinque anni. Dove…
Aprii la porta e uscii. Sentii la sua voce dietro, le parole indistinte. Lascensore scendeva lento, io fissavo il mio riflesso nelle porte di metallo. Un volto stanco, un po gonfio, ma quasi sorridente.
Andai a piedi. Camminai nella città, respirando. Era autunno, aria secca e fredda, odore di foglie e caffè proveniente da una torrefazione. Entrai, ordinai un caffè, mi sedetti accanto alla vetrina e presi il telefono. Chiamai lunica persona a cui avrei potuto rivolgermi così.
– Maria, ho bisogno di aiuto.
– Oddio. Che è successo?
– Ho lasciato Gennaro.
Silenzio. Poi:
– Dove sei ora?
Maria viveva da sola in un trilocale allestremità della città. I figli ormai grandi, il marito scomparso anni fa. Aprì la porta, mi vide con una sola borsa, e non domandò nulla. Semplicemente, si fece da parte: – Entra. Il bollitore è già sul fuoco.
Restammo in cucina fino a tardi. Raccontavo, Maria ascoltava, mai una parola fuori posto, mai un sospiro, solo ogni tanto mi versava altro tè. Quando smisi di parlare, disse:
– Sei uscita. Questo è ciò che conta. Il resto si risolve.
– Bloccherà tutto. Lo avrà già fatto.
– Blocca?
– Sì, mi aveva già avvisato lanno scorso durante una lite: prova a lasciare, vedrai.
– Vedremo lui allora, – disse Maria stringendo le labbra.
Gennaro non si fece attendere. In serata il telefono iniziò a squillare: prima lui, poi la sua segretaria, poi mia madre, evidentemente già influenzata da lui. Lei piangeva, mi diceva che Gennaro aveva chiamato raccontando che ero fuori controllo, che ero uscita di casa in uno stato di agitazione, che serviva un medico.
– Mamma, non sto male.
– Biancuccia, lui è così preoccupato. Ha detto che ieri hai avuto una crisi, che andrebbe visto un dottore…
– Mamma, ero su un palco. Ho solo cantato. Non è una crisi.
– Dice che era molto imbarazzante, che lhai fatto vergognare…
– Mamma, sto bene. Sono da Maria. Ti richiamerò domani.
I conti erano davvero bloccati. Lo scoprii a uno sportello bancomat: la carta non funzionava più. I miei pochi contanti finirono presto; Maria non voleva i miei soldi, ma non potevo approfittare troppo a lungo.
Tre giorni dopo, Gennaro fece recapitare le mie cose. Non venne di persona: inviò due estranei, che portarono a casa di Maria alcune borse. Le aprii in ingresso. Dentro, vestiti estivi (era ottobre), scarpe con tacco, qualche soprammobile, nulla di davvero utile. Neanche un libro caldo o la sciarpa di lana preferita. Era un messaggio, anche quello.
Il giorno successivo chiamò mia madre per dirmi che Gennaro era andato a trovarla. Aveva bevuto il tè, raccontando che ero sempre stata fragile, che faceva di tutto per me ma che non lo apprezzavo, che si preoccupava ma che forse avrei bisogno di uno specialista. Mia madre ascoltava. Ha sempre ascoltato chi sapeva parlare calmo e sicuro.
– Bianca, forse dovresti tornare, parlarne…
– Mamma, mi blocca i soldi e va dicendo in giro che sono pazza. Ti rendi conto?
Silenzio.
– È un uomo, Bianca. Gli uomini reagiscono così quando si sentono feriti.
Chiusi la telefonata, fissando il vetro della finestra. Presi dalla borsa il diploma e lo poggiai sul tavolo. Copertina blu notte, lettere dorate. Bianca Locatelli. Diploma di canto. Specialità: lirica. Non lo toccavo da forse quindici anni.
Il mattino dopo chiamai il conservatorio. Domandai del maestro Arcangelo Bellini, mio insegnante. Pensavo non ci fosse più. Invece sì, insegnava ancora, aveva più di settantanni. Mi dettero il suo numero.
– Maestro Bellini? Sono Bianca Locatelli. Mi ricorda?
Lunga pausa.
– Locatelli? Del quarto anno?
– Sì.
– Certo che mi ricordo. Dove sei sparita, ragazza?
– …Sono sparita. È vero. Maestro, ho bisogno del suo aiuto.
Ci vedemmo due giorni dopo al conservatorio, in unaula al terzo piano. Il maestro era proprio come lo ricordavo: mingherlino, occhi vivaci, sempre le mani giunte sulle ginocchia. Mi guardò con attenzione:
– Siete invecchiata.
– Anche lei.
– È naturale. – Sorrise, di sbieco. – Canta.
– Adesso?
– A cosa aspetti?
Cantai. Esitante, i polmoni che non tenevano il fiato, la voce tremula su alcuni acuti. Il maestro ascoltava, muto. Quando finii, aspettò.
– La voce cè, – disse infine. – La tecnica è scadente. Il respiro va allenato. Ma la voce cè. Questo conta. Il resto si recupera.
– In quanto tempo?
– Dipende da lei. Se lavora sodo, in due o tre mesi torniamo a qualcosa di serio. – Un attimo di esitazione. – Perché hai lasciato?
– Mi sono sposata.
– E tuo marito te lo ha vietato?
– Non vietato. Solo… è successo. Un po alla volta.
Il maestro mi fissò.
– Un po alla volta, – ripeté. – Capisco. Bene, Locatelli. Cominciamo.
Studiavamo ogni giorno. Arrivavo in conservatorio alle nove e ne uscivo verso le due, a volte più tardi. La voce tornava piano: un giorno tutto bene, il giorno dopo sembrava di ricominciare daccapo. Il maestro Bellini era severo, non faceva sconti per letà o per il lungo silenzio. Diceva: La voce non ha età. Esistono tecnica e volontà. Il resto sono scuse.
Maria mi trovò una supplenza: tenere un laboratorio di canto per anziani nel centro culturale di quartiere. Pagavano poco, ma erano soldi miei. Tre volte la settimana. Mi piaceva. Cerano donne di settantanni che cantavano solo per amore della musica, senza ambizioni, solo per sé. Guardarle era una medicina.
Nel frattempo Gennaro continuava. Mi arrivavano voci da conoscenti: diceva che ero scappata per un insegnante, insinuava la mia instabilità, che aveva sopportato i miei capricci per anni e alla fine aveva dovuto lasciarmi andare. Cambiava i dettagli secondo lascoltatore, il senso era lo stesso: lei è pazza, io la vittima. Alcuni amici ci credevano, altri tacevano. Mia madre chiamava di rado, circospetta, come scegliendo ogni parola.
– Pensi mai al futuro? E alla casa?
– Sì, mamma.
– Dice che si può parlare tranquillamente, se torni.
– Non torno.
– Forse potreste trovare un accordo. Dividersi i beni…
– Mamma, lui mi ha bloccato i soldi e racconta a tutti che sono instabile. Con quel tipo di persone non si tratta, si chiude. Del tutto.
Mamma sospirava e cambiava argomento. Non potevo arrabbiarmi con lei: aveva vissuto in un altro mondo, in unaltra idea di matrimonio e sopportazione. Impossibile arrabbiarsi con chi non ha mai imparato una lingua nuova.
Dopo un mese, il maestro Bellini mi disse una cosa importante. Stavo sistemando le partiture, lui parlava ancora guardando le note.
– Tra due mesi il Comune organizza un grande concerto di beneficenza. Programma classico. Cercano soliste. Potrei raccomandarti.
Mi bloccai.
– Maestro, non salgo su un palco da ventiquattro anni.
– Lo so.
– Sarà un pubblico importante?
– Il concerto va in diretta su TeleLombardia. Lincasso va allospedale dei bambini. Sì, pubblico serio.
Esitai.
– Ci penso.
– Pensi in fretta. Non aspettano.
Due giorni dopo accettai. Il maestro annuì, come se già avesse saputo che sarebbe andata così.
Le sei settimane successive furono le più intense della mia vita dai tempi delluniversità. Studiavamo la scaletta: arie dopera, qualche romanzo, e nel finale, ancora Rachmaninov, un brano ancora più impegnativo. Crollavo la sera sul divano di Maria, a volte senza neanche cenare. Ma era una fatica diversa da quella che sentivo negli ultimi anni di matrimonio: lì era una stanchezza grigia, densa. Ora era viva.
Maria mi curava come una chioccia, mi riempiva il piatto e brontolava che mangiavo troppo poco e lavoravo troppo. Ridevo, dicevo che andava bene così. In quei mesi diventammo più amiche di quanto lo fossimo state in ventanni: vivere senza maschere, così, avvicina in fretta.
Tre settimane prima del concerto, cominciarono i problemi. Il giovane amministratore del concerto mi telefonò: Ci sono delle questioni sul suo nome, signora Locatelli. Era vago, incerto. Chiesi chiaramente:
– Le è arrivata una chiamata da Locatelli?
Pausa lunga.
– Non posso dire…
– Ho capito.
Chiamai Bellini. Mi ascoltò, poi disse: Domani venga da me. Mi occuperò degli organizzatori.
E così fece. Non so come, ma restai in scaletta. Ma la storia non finì lì. Una settimana prima, Maria mi chiamò agitata:
– Bianca, sono passati due di quelli che dicevano di essere amici di Gennaro. Volevano sapere se abiti qui.
– Cosa hai detto?
– Che non conosco nessuna Bianca. Ma stanno ancora lì sotto. Fai attenzione.
Senti un gelo nello stomaco. Non paura vera, quanto la consapevolezza: lui non avrebbe mollato facilmente. Era abituato ad avere tutto. Il mio lasciare era per lui una rottura dellordine, non un dolore personale.
Raccontai tutto a Bellini. Lui si tolse gli occhiali, li pulì, li rimise.
– Quindi cercherà di impedire il concerto.
– Credo di sì.
– Hai paura?
Pensai onestamente.
– No. Sono troppo stanca per aver paura.
– Bene. – Fece una pausa. – Al concerto verrà anche Vittorio Stradella.
– Chi è?
– Un produttore importante, collabora con molte sale. Lho invitato. Ha sentito parlare di te dopo quella serata al ristorante. Uno dei suoi era presente. Vuole ascoltarti. Quindi canta bene, Locatelli.
Lo guardai.
– Ha organizzato tutto lei?
– Insegno da quarantanni, – disse il maestro. – Solo tre allieve avevano vera voce. Una è andata allestero e ha fatto fortuna. Una è morta giovane. E la terza si è sposata e svanita. Ho sempre pensato a quella terza. Sono contento che si sia ritrovata.
Il giorno del concerto era grigio. Arrivai alla Scala due ore prima, passeggiai sul palco vuoto, ascoltai il silenzio in sala. Grande sala, ottocento posti. Amo quei momenti: palco deserto, la scena che aspetta.
Unora prima dellinizio, lamministratore mi avvicinò sottovoce:
– Signora Locatelli, fuori ci sono due uomini. Dicono di avere delega da suo marito. Chiedono di portarla fuori.
– Non è mio marito. Lex marito.
– Dicono di avere un certificato medico che attesta bisogno di ricovero urgente.
Rimasi in silenzio qualche secondo.
– Possono dire quello che vogliono. Io canto. Fateli entrare, se vogliono ascoltare.
Lui stava per replicare, ma lo bloccai:
– È il mio concerto. Nessuno ha diritto di fermarmi. Capisce?
– Capisco, ma…
– Chiami Bellini.
Bellini risolse anche quella. Non so cosa abbia detto, ma i due non entrarono mai. Poco prima dellinizio, vidi nel foyer un uomo alto, cappotto elegante, che parlava col maestro. Era sicuramente Stradella.
Salii terza in programma. Sala piena. Telecamere di lato. Indossavo un abito semplice, scuro, scelto da me. Nessun fronzolo. Mi posizionai al microfono, guardai la platea.
E cantai.
Il primo pezzo scorse leggero, quasi gioioso. Il secondo fu fatica, stavo per perdere la linea ma la recuperai. Al terzo, smisi di pensare al pubblico, alle telecamere, a cosa accadeva fuori. Potevo pensare solo alla musica. Al mio posto. Al mio essere.
Quando parte lultimo pezzo di Rachmaninov, si creò quel silenzio denso che solo accade quando il pubblico ascolta sul serio. Io cantavo e provavo qualcosa simile a ciò che forse si sente dopo una lunga infermità: apri la finestra e scopri che il cielo è ancora azzurro. Che ti aspettava.
Stavo terminando la frase, quando vidi Gennaro entrare dalla porta laterale.
Lo vidi, avanzare deciso verso il palco, urlando alladdetto, gesticolando. Il volto paonazzo di rabbia. Dietro di lui, unaltra persona.
Io finii la frase. Tutta. Nessuna nota mancata.
La sala si alzò.
Gennaro si fermò in mezzo. Stradella gli si avvicinò e gli parlò calmissimo, quasi senza gesti. Io osservai come cambiasse espressione. Come qualcosa in lui si spezzasse. Non una tragedia da film, solo la realtà di chi si rende conto di non avere più potere lì.
Poi Gennaro si voltò e uscì.
Dietro le quinte mi avvicinò Stradella. Mi strinse la mano:
– Ho sentito parlare di te. Ora ti ho sentita davvero. Dobbiamo parlare.
– Di cosa?
– Contratto. Tournee. Prima qui, poi allestero. Ho contatti con sale a Parigi, Madrid, Vienna: cercano proprio questa voce. – Sorrise appena. – Nessuno potrà più impedirti di cantarci. Te lo prometto.
Bellini era poco lontano, mi guardava. Quando lo guardai, mi fece un cenno. Un cenno e basta. Come a dire: hai capito.
Con mamma, ci parlammo davvero dopo. Andai da lei, ci sedemmo in cucina. Mi guardava e taceva a lungo. Poi disse:
– Ti ho vista in televisione. Al concerto.
– Davvero?
– Teresa mi aveva chiamata, dicendo di accendere. E ho visto. – Un silenzio, le dita che giocavano con gli angoli della tovaglia. – Non sapevo che cantassi così.
– Mi avevi sentita al conservatorio.
– Era tanto fa. Allora ero solo una mamma ansiosa. Qui, guardando la tv, eri solo tu. – Mi fissò. – Bianca, scusami.
– Per cosa?
– Per aver creduto più a lui che a te. Era convincente. Tu tacevi. Pensavo che stavi zitta, quindi che andava tutto bene. Non capivo.
Presi la sua mano.
– Mamma, hai capito tutto. Solo un po più tardi. Va bene così.
– Non sei arrabbiata con me?
– No.
Mamma pianse, piano, senza singhiozzo. La tenni per mano e pensai che il perdono non è far finta di nulla: è portare via con sé solo ciò che serve. Il resto lasciarlo andare.
Passò un anno.
Ero dietro le quinte di un teatro viennese, ascoltavo il pubblico sistemarsi: voci, fruscii, colpi di tosse. Il teatro era piccolo, ma antico, con stucchi e finestre alte. Fuori nevicava.
La mia nuova vita era questa: un appartamento in affitto non grande, ma mio a Vienna. Un contratto con Stradella che mi permetteva di cantare e guadagnare. Una valigia con cui viaggiavo di città in città. Bellini mi chiamava ogni settimana, discutevamo dei programmi in video. Mia madre veniva a trovarmi ogni tanto e si meravigliava di come ce la facessi.
Di Gennaro sentivo poco tramite amici occasionali. Dissero che dopo quei fatti la sua azienda aveva perso qualche socio; dopo sei mesi, si era risposato: una giovane tranquilla, sconosciuta a tutti. La cosa mi lasciò solo una stanca comprensione. Non rabbia né dolore. Certe persone non cambiano: cercano solo una nuova persona comoda.
Mi dispiaceva per lei. Ma quella non era più la mia storia.
La mia storia era diversa. Cerano cose nuove: la fatica dei viaggi, le discussioni coi direttori dorchestra, le impacciate in lingue straniere, la solitudine negli alberghi. Ma anche: una mattina in una città sconosciuta, la finestra che si apre su una strada diversa, applausi che sono solo per te, la libertà di sceglierti un vestito, di chiamare chi vuoi, di chiudere la porta e sapere che dietro nessuno ti aspetta per dirti che fai qualcosa di sbagliato.
A volte pensavo agli anni persi. Non con amarezza, ma con realismo. Ventotto anni. Sono tanti. Potevo cantare per tutto quel tempo. Essere qualcun altro. O me stessa, ma prima.
Ma pensare a quello che poteva essere è inutile. Lavevo capito.
Esistevo adesso. La voce era ora. Il palco, ora.
Una collaboratrice spuntò dietro il sipario:
– Signora Locatelli, tra tre minuti.
– Arrivo.
Mi sistemai labito: nero, sobrio, scelto da me. Feci qualche esercizio respiratorio. Chiusi gli occhi.
Mi venne in mente il volto di Gennaro in quel ristorante di un anno prima. Sorridi male. E il mio scusa. Ed io, seduta con il sorriso giusto, a pensare che la mia voce non la sentivo più dentro.
Sorrisi adesso. Sbagliato, forse. Ma vero. Perché ne avevo voglia.
E uscii sul palco.
La sala tacque.
E io cantai.




