Scalda tu stesso: il piacere del fai da te all’italiana

Scaldatelo tu
Raffaella Simonetti poggiò la pentola di minestrone sul tavolo, osservando il marito. Giorgio Niccolini già sedeva, intento nel suo smartphone senza neanche voltarsi.

Non cè il cucchiaio, disse lui, continuando a fissare lo schermo.

Sta nel portacucchiai, come sempre.

Vedo che cè. Passamelo.

Raffaella prese il cucchiaio, lo adagiò vicino al suo piatto. Nessun grazie. Giorgio, ormai, non diceva mai grazie. Dopo trentun anni, non se lo aspettava più, ma oggi, qualcosa dentro di lei si strinse con uno strano morso, una scheggia sottile e aguzza. Come un pezzetto di ghiaccio che si incastra nel cuore e comincia a sciogliersi.

È freddo questo minestrone, commentò Giorgio posando il cellulare.

Lho appena tolto dal fornello.

Dico che è freddo. O forse non mi credi?

Raffaella non rispose. Si avvicinò alla finestra. Fuori cadeva neve. Lenta, densa, una neve di dicembre che scivolava sul quartiere di Milano. Il trentuno dicembre la neve sembrava diversa: solenne, silenziosa, come se laria stessa sapesse che qualcosa doveva finire, qualcosa iniziare.

Scaldalo, si sentì la voce alle sue spalle.

Raffaella si voltò. Giorgio stava già navigando di nuovo nel suo telefono.

Puoi scaldartelo da solo al microonde.

Pausa. Lunga, gonfia di ticchettii dorologio, di stoviglie dai vicini, di una porta che sbatte giù nellandrone.

Come hai detto?

Puoi farlo tu. Pulsante start, due minuti. Non è difficile.

Giorgio alzò la testa. Il volto gli si era teso, come a chi ascolta una notizia inverosimile, ridicola, irreale.

Raffaella.

Sì.

Stai bene?

Benissimo.

Le sue pupille la esaminarono a lungo, lo sguardo di chi verifica che il proprio inventario sia in ordine, che nulla sia rotto.

Vai a scaldare il minestrone.

Raffaella rimase per un battito alla finestra, poi si girò, accese il fornello sotto la pentola. Trentun anni di abitudini sono più forti di una puntura mattutina al cuore, lo sapeva. Ma la scheggia, nellanima, continuava a sciogliersi.

Si erano conosciuti quando lei aveva ventidue anni. Lavorava nellufficio ragioneria di una piccola fabbrica, lui era il caporeparto. Alto, sicuro di sé, con quello sguardo che pareva dire su cosa vuoi discutere, so già tutto io. Allepoca Raffaella non comprese che quellaria non era sicurezza ma convinzione di avere diritto a decidere anche per gli altri. Lavrebbe capito molto, molto tempo dopo.

I primi tre anni furono banali. Poi nacque il figlio, Domenico, e Giorgio cominciò piano piano a lasciare tutto sulle sue spalle: figlio, casa, cucina, bucato, genitori, feste, malattie, riunioni a scuola. Lui lavorava. Il lavoro era la giustificazione a ogni diverbio: Faccio il mazzo tutto il giorno, vuoi pure che lavi i piatti? Anche Raffaella lavorava, ma il suo lavoro non contava.

Da tempo non chiamava più la loro unione relazione: era solo vita. Sempre uguale, una scia di giorni in cui cucinava, puliva, stirava, faceva la spesa, visitava la suocera, prendeva il nipote dallasilo se la nuora la pregava. E in tutto questo, si ritagliava anche qualcosa di suo: libri, la sua amica Lucia, telefonate serali quando Giorgio si rifugiava davanti alla TV.

Lucia, amica dai tempi delle medie. Si era sposata tardi, a trentotto anni, con un vedovo buono davvero. Raffaella le portava una leggera invidia, non amara, solo mite, come si invidia chi ce lha fatta dove tu hai solo provato.

Raffi, quante volte, borbottava Lucia al telefono , è il quinto minestrone che mi racconti questo mese. Diversi minestroni, sempre la stessa storia.

Ma ogni volta è diverso.

No, è sempre uguale, solo gira il minestrone. Lo senti?

Raffaella sentiva. Ma che farci, a cinquantatré anni e trentuno di matrimonio che Lucia chiamava tossico? Andare dove? Da chi? Domenico era sposato, con la sua casa. Lavoro, per fortuna, ce laveva: ragioniera in una ditta edile, il capo, Paolo Andreoli, la stimava: Lei tiene la nostra amministrazione sulle spalle, signora Simonetti. Quella era realtà, quella sì.

Ma oggi qualcosa era cambiato. Lo sentiva fisicamente. Quella scheggia nel cuore, a ora di pranzo, era ormai sciolta, e rimaneva solo una goccia calda, sconosciuta.

Dopo pranzo, chiamò Domenico.

Mamma, venite da noi per Capodanno?

Non so, Domè.

Come non sai? È il trentuno! Caterina ha già preparato linsalata russa, i rustici Venite.

Parlo con papà.

Mamma tu come stai?

Bene.

Sicura?

La neve continuava a cadere fuori.

Sicura, disse. E chiuse.

Giorgio era disteso sul divano, la TV sussurrava previsioni del tempo. Raffaella entrò e rimase nel mezzo della sala.

Domenico ci invita a Capodanno.

Troppa strada.

Quarantacinque minuti di metropolitana.

È tardi per rientrare.

Possiamo restare a dormire.

E dove? Sul pavimento? Arty dorme già sulla brandina.

Ma Caterina ha preso una poltrona letto.

Non vado. Mal di schiena.

Annusò laria: il dolore compare solo se bisogna andare dai figli, mai a pescare. Lì la schiena fioriva.

Allora vado io.

Cosa?

Vado io, da sola. Tu resta, se hai mal di schiena.

Ancora una pausa. Ancora quello sguardo. Cosa significa da sola? È Capodanno.

Appunto. Voglio passarla con mio figlio e mio nipote. Puoi unirti, se cambi idea.

Estrasse la borsa dallarmadio. Le mani tremavano, ma non era debolezza. Era una febbre nuova, quasi coraggio.

Raffi, sei impazzita?

Lui la bloccò sulla soglia, grande, accigliato, con le braccia incrociate, gesto definitivo.

No, rispose, senza voltarsi. Sono perfettamente lucida.

Te ne vai a Capodanno? Da sola?

Vado da mio figlio. Non è la stessa cosa.

Raffaella!

Si voltò. Trentuno anni aveva guardato quel volto, sempre cercando tracce di cura dove cera solo abitudine, amore dove cera solo possesso. Ora vedeva solo un uomo vecchio, offeso, abituato a comandare.

Torno domani. O dopodomani. Vedrò.

Indossò il cappotto, sciarpa e borsa. Dietro di lei, parole: egoismo, età, che vergogna, sempre così. Le conosceva a memoria, poesie di cui si è perso ogni senso.

Aprì la porta e uscì sul pianerottolo.

La neve lavvolse: fine, natalizia, col profumo di arance che qualcuno portava nel portone accanto. Raffaella si fermò, alzò il volto. I fiocchi si scioglievano subito sulle guance.

Non ricordava lultima volta in cui era stata così. Senza fare niente per nessuno.

Lucia rispose al terzo squillo.

Raffi? Che è successo?

Niente. Vado da Domenico a Capodanno. Da sola.

Pausa lunga.

Da sola?

Giorgio resta. La schiena.

Raffi. La voce di Lucia aveva una cauta gioia. Veramente?

Sul serio.

Sei grande.

Sembra chissà che

Invece lo è. Tu forse non lo sai, ma lo è.

Quasi unora di metropolitana, tantissima gente elegante, pacchi, borse, tutti con una tensione festosa e luminescente. Raffaella li osservava. Non aveva mai amato Capodanno, più per la ritualità: tovaglia, insalate, ospiti, marito che alla fine del brindisi buttava sempre giù il morale con una qualche frase infelice.

Lanno prima aveva detto a Vera: Allora, Vera, il marito lhai trovato finalmente? Vera aveva sorriso, ma lei aveva notato la schiena irrigidirsi. Dopo chiedeva: Perché dici queste cose? Lui: Ma scherzavo, e non hai senso dellumorismo?

I suoi scherzi non facevano ridere, facevano stringere la pancia.

Caterina aprì la porta: giovane, bella, con tracce di farina sulle mani.

Signora Simonetti! Che gioia vederla! E Giorgio?

Non poteva. Sono qui da sola.

Caterina la scrutò, poi la abbracciò in modo lieve e caldo.

Avanti, avanti. È un po casino ma… da festa.

Arty, il nipote, cinque anni, arrivò urlando e si gettò su di lei.

Nonna! Nonna, ho scritto a Babbo Natale!

Davvero? E che hai chiesto?

Un meccano! Quello che si costruisce, col motore!

Ottima scelta.

E ho scritto che volevo che tu venissi. Sei venuta! Funziona!

Raffaella rise, un riso vero, non di cortesia. Capì di non ridere così da troppo tempo, non perché bisognava, ma perché era davvero felice.

Domenico uscì dalla cucina, strofinaccio in spalla.

Mamma! Labbracciò forte come da piccolo. Come è andata?

Bene. Tanta gente.

Vieni, ti preparo un caffè. O vuoi tè? Cate, caffè o tè per mamma?

Caffè, se posso. Forte.

Sedettero in cucina, con Caterina indaffarata e Arty che correva per casa. Domenico la osservava diverso, con attenzione inusuale.

Mamma, sinceramente. Tutto bene?

Arty, non correre, ti fai male, rispose a caso, distratta dal nipote che si lanciava a tutta velocità sugli angoli.

Mamma.

Domè, non guardarmi così.

Come ti guardo?

Come se dovessi convincermi di qualcosa.

Silenzio, poi, rigirando la tazza tra le mani:

Voglio solo che tu sia felice.

Lo so.

Sei felice?

Guardò la neve dietro il vetro, inarrestabile e lenta.

Ci sto pensando, rispose infine. E già questo è qualcosa.

La serata fu piena. Viva. Caterina una padrona di casa spettacolare, i suoi rustici eccezionali. Arty addormentato abbracciato al meccano alle undici e quarantacinque. A mezzanotte alzarono i bicchieri con lo spumante analcolico Scintilla, e Raffaella espresse un desiderio. Questa volta solo per sé.

Tornò a casa il due gennaio. Domenico avrebbe voluto che restasse, Caterina era daccordo, Arty fece persino una scenata la nonna deve vivere sempre qui!. Ma Raffaella rientrò. Non si scappa dalla vita: si cambia.

Giorgio la accolse in corridoio, un po impettito, come offeso ma troppo orgoglioso per ammettere che era stato solo.

Sei tornata.

Sono tornata. Come stai?

Come sto? Ho passato Capodanno da solo, questo.

Ti avevo proposto di venire insieme.

Mal di schiena.

Ricordo.

Appoggiò la borsa, cominciò a sistemare. Lui nel vano della porta.

E adesso, non ti scusi?

Raffaella non rispose subito. Appese il cappotto, tolse gli stivaletti, infine si voltò.

Di cosa dovrei scusarmi?

Di aver lasciato tuo marito solo a Capodanno.

Giorgio, potevi venire. Hai scelto tu. Non è una mia responsabilità.

Lui aprì la bocca, poi la richiuse.

Che ti succede?

A me? Raffaella sorrise, sorpresa lei stessa. A me succede il Capodanno. In ritardo.

Per giorni, a gennaio, pensava. Era una persona che pensava piano, dentro, senza scrivere o parlare. Semplicemente, teneva i pensieri in mano come un sasso portato in tasca: ora era ora di guardarlo bene.

Il pensiero era questo: aveva vissuto trentun anni accanto a chi non la rispettava. Non perché fosse cattivo: non lo riteneva importante. Gli bastava provvedere, casa, cibo, un tetto in comune. Il resto era romanticismo. Lei, invece? Mai aveva preteso rispetto. Mai ne aveva parlato. Non aveva spiegato i suoi bisogni. Stava zitta, zitta e accumulava. Litigare era brutto, lasciare impossibile, sopportare era essere la brava moglie.

Chi glielaveva detto? Nessuno in faccia. Ma lo aveva respirato da sempre. Mamma diceva: La famiglia è tutto. Suocera: Luomo va mantenuto. Vicina: Non si lavano i panni fuori casa. Raffaella ascoltava e costruiva muri interni.

Ora quei muri scricchiolavano. Piano, come il ghiaccio a marzo.

Lotto gennaio chiamò Lucia.

Raffi, ascolta una cosa, non interrompere.

Va bene.

Ti ricordi Natalina, quella del vecchio palazzo in via dei Giardini?

Alta, capelli ricci ramati, sì.

Ecco, tre anni fa ha lasciato il marito. A cinquantasei anni. Si è trasferita, lavora in un negozio di fiori, poi si è messa in proprio a fare matrimoni. Di recente mi ha detto: Lucia, non capisco perché non lho fatto prima. Credevo che crollasse il mondo, e invece crolla solo ciò che deve cadere.

Raffaella tacque.

Mi senti?

Sì.

Non ti sto dicendo cosa fare. Solo ti ho raccontato la storia.

Ho capito.

Raffi, tu meriti di meglio. Lo sai?

Lo so. Ma sapere e sentire sono cose molto diverse.

Comincia a sentire.

Facile a dirsi. Difficile, quando ogni mattina il caffè, il toast, Giorgio sul telefono, il TG, e cosa cè oggi a pranzo? senza un buongiorno.

Ma qualcosa cambiava. Lo notava nei dettagli. Prima, a una cattiveria, si rifugiava in cucina. Ora restava lì, lo guardava. Non aggiungeva parole, ma non scappava. E nello sguardo compariva qualcosa che, a volte, zittiva Giorgio a metà frase.

Una sera, a cena:

Sei diventata strana.

In che senso?

Non so. Mi guardi strano.

Come?

Non so. Non piacevole.

Non ti piace che ti si guardi?

Non così. Non piace.

Giorgio, disse Raffaella, forse perché non ti aspettavi che ti guardassi davvero.

Silenzio. Lui sparecchiò. Raffaella sentì i suoi movimenti dietro, poi la TV, di nuovo.

A metà gennaio accadde qualcosa al lavoro: Paolo Andreoli la convocò nellufficio, dicendo che la ditta apriva una seconda sede, e serviva un capo contabile. Con stipendio aumentato e orari flessibili.

Signora Simonetti, lo propongo a lei. La migliore che conosca.

Raffaella seduta, qualcosa in lei si raddrizzava. Dentro. Come se avesse camminato per anni col capo chino e ora si alzasse.

Quando devo rispondere?

Una settimana, ma spero sia sì.

Non disse nulla a casa subito. Pensò. La nuova sede, quaranta minuti di tram. Guadagno più alto di un terzo. Nuove possibilità.

Tre giorni dopo chiamò Lucia.

Lucia, promozione.

Raffi! Un grido di gioia autentico. Ma è fantastico!

Ci penso su.

Pensaci che vuoi!

Giorgio non vorrà. Un altro quartiere, altri orari.

E ti serve il permesso?

Lunga pausa.

No, disse Raffaella piano. Non serve.

Appunto, Raffi. Ti valorizzano, ti propongono condizioni migliori. Vuoi rinunciare per suo comodo?

Non è solo quello oppure sì Avrebbe solo da ridire, ma

Ma cosa? Che ti rattristerai? Ti rattristi ogni giorno! E questa è la tua occasione.

Il giorno dopo, scrisse un messaggio a Paolo Andreoli: Accetto. Grazie per la fiducia. Poi, come sempre, preparò la composta, che Arty adorava.

A cena, disse semplicemente:

Ho una novità. Mi promuovono a capocontabile nella nuova sede.

Lontano?

Quaranta minuti di tram.

Che razza di necessità è?

Più stimoli, più stipendio.

Ma già guadagni bene.

Ora guadagnerò meglio.

Giorgio la fissò.

Chi farà da mangiare?

Raffaella rifletté, ma non perché non sapesse cosa dire.

Hai cinquantotto anni, Giorgio. Sei adulto. Puoi prepararti il pranzo.

Non so cucinare.

Non è innato, si impara.

Raffaella!

Accetto la promozione. È la mia scelta.

Lui se ne andò. TV ancora più alta. Raffaella lavò i piatti, preparò la composta, mise ad asciugare gli strofinacci. Poi uscì in balcone. Il gelo le disegnava nubi davanti alla bocca.

Pensò a Natalina coi capelli ramati che ora crea bouquet. Alluomo di Lucia, che anni prima, a una festa di compleanno, le portò un mazzo di fiori: Lucia mi ha parlato spesso di lei, sono contento di conoscerla. Un gesto semplice, umano, ma allora si era messa a piangere in macchina, solo stanca, rispose a Giorgio. Lui annuì, fine.

A febbraio accadde un fatto inaspettato.

Cominciò per caso: cercando fascicoli in un cassetto, trovò una busta vecchia, senza francobollo. Dentro, una lettera. Calligrafia di Giorgio. Data: aprile, tanti anni fa, Domenico aveva forse sette anni.

Non voleva leggerla. Rimise la busta, poi la riaprì. Qualcosa in lei voleva sapere.

Non era per lei. Era per una certa Elena. Poche righe, ma precise, personali. Giorgio scriveva che stava bene con questa Elena, che a casa era tutto complicato.

Raffaella rimase seduta a terra col foglio in mano. Non pianse. Pensava. Prima: Ah, quindi allora. Poi: Quanto tempo ho sprecato. Poi: No. Non ho sprecato niente. Ho cresciuto mio figlio. Ho vissuto. Ho costruito qualcosa.

Rimise tutto nel cassetto. Si lavò con acqua fredda. Si guardò allo specchio. Gli occhi grigi la fissavano, calmi. Si riconosceva, più di prima.

La sera chiamò Lucia.

Che cè?

Ho trovato qualcosa in un cassetto. Una lettera.

Di chi?

Vecchia. Non per me.

Lucia restò in silenzio.

Non serve altro. Mi è chiaro che non bisogna cercare una causa precisa. Il diritto a una vita propria non lo deve concedere nessuno.

Hai deciso?

Sto pensando. Ma in un altro modo.

Io sono qui, disse Lucia piano.

A marzo Raffaella iniziò il nuovo lavoro nella nuova sede. Ambiente piccolo e cortese. Si affezionò in particolare a Silvana Vassalli, delle risorse umane, signora pacata con sorriso tenero e la mania di salutare sempre per prima. Il primo giorno le portò il tè: Forse non sa ancora dovè tutto, le mostro io. Un gesto semplice, e proprio per questo bello.

Il lavoro era complesso, ma vitale. Documenti, rendiconti, nuovi programmi, telefonate, problemi. Tornava a casa stanca, ma viva.

Giorgio non si abituava: il tuo lavoro era per lui una specie di hobby inutile.

Ma Raffaella ormai distingueva: qui la casa, qui se stessa.

In aprile, il compleanno di Domenico: raccolta a casa sua, Caterina e Arty, qualche amico. Giorgio partecipò ma era chiuso, rispose a monosillabi, se ne andò presto.

Uno degli amici di Domenico, Sergio, restauratore, si mise a parlare con Raffaella di case antiche come se fossero esseri viventi: Vede, i muri screpolati, sembra tutto finito, ma le travi dentro reggono ancora. Capita anche con le persone.

Raffaella pensò che era vero, anche per sé.

Domenico, congedandola, chiese:

Mamma, oggi ti sei trovata bene?

Sì, davvero.

Mi fa piacere. Stringendola. Mamma, se un giorno hai bisogno… qualsiasi cosa…

La guardò coi suoi stessi occhi grigi, ora da uomo. Avrebbe voluto dirgli molte cose, ma si limitò a promettere:

Lo farò.

A maggio chiamò Silvana Vassalli, non per lavoro.

Scusi, non siamo molto intime, ma… Ha mai pensato di vivere da sola?

Raffaella quasi fece cadere il telefono.

Perché lo chiede?

Ci sono passata anche io. Anni fa. Non voglio sembrare invadente. A volte si vede, da fuori. Se dico troppo, mi perdoni.

No, disse Raffaella. Non dice troppo.

Parlarono unora. Silvana raccontò di come lasciò suo marito a cinquantuno anni, prese un monolocale vicino allufficio, i primi mesi la solitudine faceva paura, poi diventò serena, infine giusta.

Non dico che dovete fare tutti così. Solo che la paura è una nebbia: poi passa. Ci si abitua anche alla libertà.

Raffaella restò in poltrona ore. Il cielo di maggio era quasi estivo. Il profumo di caffè dalla cucina. Giorgio, via a trovare un amico.

Aprì il portatile e cominciò a guardare affitti. Solo per vedere. Solo per sapere.

Vivere sola, con quello stipendio, era possibile. Lo capì subito.

Chiuse il computer. Lo riaprì. Iniziò una lista: a sinistra cosa trattiene, a destra cosa libera. A sinistra, tre voci. A destra, solo una parola: Paura.

Per tre settimane, quella parola non la lasciò: paura di cosa? Del giudizio? Ma di chi ormai? Solitudine? Ma già era sola. Paura di sbagliare? Ma chi dice che restare sia giusto e partire no?

La paura era solo abitudine. Così fanno tutte. Ma non era vero. Non Natalina. Non Silvana. Non Lucia. Non tutte.

Il sedici giugno, Raffaella Simonetti chiamò per un annuncio: monolocale, terzo piano, chiaro, vicino al nuovo ufficio. Proprietaria concreta, signora Antonina Magnani. Si trovarono. Visitarono la casa.

Lavora? chiese Antonina.

Capocontabile.

Animali domestici?

No.

Tranquilla?

Vivo celestiale, disse, ridensando alla frase.

Allora, la prende?

La prendo.

Salì sul bus. Il verde degli alberi, le persone in maglietta, il gelataio allangolo. Raffaella aveva in mano una chiave. Banale, di ferro. Ma le sembrava preziosa, finalmente sua.

La sera stessa, lo disse senza preamboli.

Giorgio, ti devo parlare.

Lui si distrasse dal TG.

Ho preso un appartamento. Andrò a vivere da sola.

Silenzio vero, lungo. Il TG parlava da una stanza lontana.

Cosa?

Una casa in affitto. Andrò via. Non di te come persona, ma di questa nostra vita. Così non mi basta più.

Hai trovato qualcuno? Primo pensiero fisso, obbligatorio.

Nessuno. Ho trovato me stessa. È diverso.

Sei matta.

Forse. Ma è la mia follia.

Hai cinquantatré anni, Raffaella.

So bene la mia età.

Questo è ridicolo.

È serissimo.

E cosa diranno?

Ho pensato anche a quello. Non mi fermerà.

La fissò in silenzio, poi, pianissimo:

Lo fai per la lettera.

Sai della lettera?

Ho visto che lhai tirata fuori.

No. Per me. La lettera ha solo confermato. Non si tratta di te. Ma di me.

Andò a letto. Sentiva Giorgio muoversi in cucina, la TV accesa. Poi silenzio.

Il trasloco fu graduale. Domenico aiutò. Caterina venne con Arty, che valutò subito la casa:

Nonna, cè il balcone!

Sì.

Bello. Qui ci stanno i fiori?

Certo.

Ti porto un vasetto piccolo.

Silvana portò una torta di fragole, vera, fatta in casa. Arrivò la sera, tutto a posto, e brindò:

Benvenuta nella nuova vita, signora Simonetti.

Nulla di solenne, solo parole dette semplicemente ma che quasi strozzavano il respiro.

Stettero fino alle undici, tè, chiacchiere, figli, nipoti, fiori. Una serata come tante, ma vera.

Alla fine Raffaella si sdraiò sul nuovo divano, con la coperta, ascoltando il silenzio. Non quello teso della vecchia casa, ma un silenzio morbido, suo.

Si addormentò subito, senza sogni.

Agosto caldo, pieno di lavoro. Raffaella imparava nomi, percorsi, pratiche. A sera usciva nel parchetto vicino, seduta su una panchina a guardare gente e cani, senza pensare a nulla. Unesperienza nuova: non fare nulla, solo esistere.

A fine agosto chiamò Giorgio.

Domenico mi ha detto che stai bene.

Sì.

Pagano bene là?

Abbastanza.

Parliamo?

Di che?

Noi.

Guardava il vento agitare i rami nel cortile.

Giorgio, un noi come prima non cè più. Lo sai?

Lo so. Ma magari

No, disse pacatamente. Non torno.

Perché?

Lì non stavo bene.

E qui?

Qui imparo. È diverso.

Lui silenzio. Poi:

Sei cambiata.

Spero di sì.

Altri squilli, poi sempre più radi. Raffaella rispondeva quando voleva. Non per rabbia, ma perché ora Decideva Lei.

In autunno, fu Natalina a chiamare. Lucia le aveva dato il contatto.

Simonetti? Sono Natalina. Ci conosciamo appena ma Lucia dice che magari avresti voglia

Di parlare? rispose Raffaella. Sì, voglio.

Si videro in un bar. Natalina con un cappotto blu acceso, non raggiante ma centrata. Sicura di sé.

Due ore insieme: Natalina raccontò del negozio di fiori, dei primi mesi strani, di una volta in cui capì che, da sola, in autobus, cantava da sottovoce: Non cantavo da ventanni. E mi è venuto spontaneo.

Ha mai rimorso? chiese Raffaella. Mai?

Solo per non averlo fatto prima.

E la paura?

Tantissima. Ma solo fino a quando non lo fai. Dopo, non hai più niente da temere. È tutto già successo. E nulla è crollato, in fondo.

Raffaella pensò e ripensò a lungo, quella sera. Niente era crollato. Suo figlio cera. Il nipote la chiamava: nonna, mi manchi! Il lavoro le piaceva. Silvana era ormai amica vera. Lucia, sempre accanto.

E qualcosaltro, ancora. La sensazione che occupasse finalmente il suo posto nella propria esistenza. Non ospite o serva, non di qualcuno. Se stessa. Raffaella Simonetti. Cinquantatré anni. Capocontabile. Madre. Nonna. Persona.

Il Capodanno lo fece due volte: prima da Domenico, di nuovo con insalata russa e rustici e Arty che ora raccontava lui alla nonna come funzionava il meccano. Poi a casa sua: Lucia e marito, Silvana, Natalina col cappotto rosso nuovo. Un tavolo, musica lieve, risate. Nessuno giudicava, nessuno domandava ma ti ricordi in tono amaro. Solo scelta condivisa.

A mezzanotte, Raffaella alzò il calice. Un desiderio silenzioso: Non chiese nulla, solo continuo.

A metà gennaio chiamò la suocera. Non la chiamava più così: era la signora Antonella, madre di Giorgio. Mai state amici, ma rispettose.

Raffaella, la voce vecchia tremava appena. Giorgio mi ha detto.

Sì.

Volevo dirtelo.

Dica.

Hai fatto bene.

Raffaella tacque.

Dovevo dirlo prima. Ho visto. Come ti trattava. Ma le madri stanno zitte, con i figli. È sbagliato, ma succede. Mi dispiace.

Signora Antonella

Non interrompere. Sei una brava donna. Meriti una vita bella. Letà non conta. Io ne ho novanta. Ogni mattina spero di avere qualcosa per cui sorridere. Non seppellirti da viva. Capito?

Capito, rispose Raffaella, stretta in gola.

Chiamami, ogni tanto. Così, per parlare.

La chiamerò.

Prometti?

Prometto.

Chiuse la chiamata e restò a fissare il muro. Poi rise, sorpresa. Proprio lei. Proprio ora.

Il mondo, a volte, regala sorprese strane.

A febbraio, Domenico venne solo, senza famiglia. Portò dolci, prese il tè, chiacchierarono di lavoro, di Arty che aspettava la scuola, già emozionato.

Mamma, disse alle porte, stai benissimo. Sul serio. Sei diversa.

Meglio o peggio?

Meglio. Come se si fosse acceso qualcosa.

Tanto era spento.

Mamma scusa.

Di cosa?

Per non aver visto. Non ho mai domandato se tu stavi male.

Non potevi vederlo, se non te lo mostravo. Sei sempre stato un buon figlio.

Lo abbracciò forte. Lui uscì.

Raffaella restò sulla porta, poi tornò in cucina. Altro tè. La neve cadeva ancora. Un inverno nevoso, quello.

Pensava a come, un anno prima, fissava la stessa neve da unaltra finestra, unaltra casa. E qualcosa era cambiato già allora, una piccola scheggia si era sciolta. Ora era diventata acqua: per lavarsi, per bere, perché scorra.

Una settimana dopo chiamò Giorgio. Rispose.

Raffaella.

Sì.

Sono stato dal dottore. Niente di grave, pressione. Devo badare allalimentazione.

Bene che ci sei andato.

Di solito me lo ricordavi tu.

Giorgio.

Che cè?

Ora te lo ricordi da solo. È giusto.

Pausa.

Veramente non torni?

No.

E stai bene?

Guardò fuori. La neve continuava, silenziosa e paziente.

Sì, rispose. Sto bene. Non ti preoccupare.

Non mi preoccupo. Domandavo soltanto.

Lo so.

Ancora silenzio. Poi lui, molto piano:

So di aver sbagliato.

Per un attimo, Raffaella non rispose. Cercava le parole: non per ferire, non per consolare. Solo la verità.

Giorgio, non ti porto rancore. Abbiamo condiviso una lunga strada. Non si cancella tutto. Ma quella vita non era la mia scelta. E forse nemmeno la tua. Questo risolvilo tu.

Ci penso, disse lui.

Bene, rispose lei. È salutare.

Attaccò, mise a bollire lacqua per il tè. Scelse una tazza, guardò la chiave sulla mensolina. Una chiave comune. Non sembrava niente di speciale, eppure era tutto: era sua.

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