Scaldatelo da solo
Rosa Semeraro mise la pentola di minestrone sul tavolo e lanciò uno sguardo al marito. Ignazio Niccoli era già seduto, con il telefono in mano, senza nemmeno voltarsi al rumore dei suoi passi.
Non cè il cucchiaio, dichiarò senza alzare lo sguardo.
Sono nel portaposate, come sempre.
Vedo che ci sono. Portamelo.
Rosa prese un cucchiaio e lo mise accanto al suo piatto. Lui non disse grazie. Non laveva mai fatto. In trentuno anni insieme, lei aveva smesso di aspettarsi quella parola, ma proprio oggi qualcosa dentro Rosa si strinse in modo diverso. Non il solito dolore sordo, ma una fitta, breve e pungente. Come se un piccolo ghiacciolo fosse caduto nel cuore e iniziasse a sciogliersi.
È fredda la minestra, disse Ignazio, lasciando da parte il telefono.
È appena uscita dal fuoco.
Dico che è fredda. O non mi credi?
Rosa non rispose. Si avvicinò alla finestra. Fuori cadeva la neve, fitta e lenta, da dicembre inoltrato. Il trentuno dicembre la neve le sembrava diversa, come se ogni anno cadesse in modo più solenne, più silenziosa, consapevole che qualcosa doveva finire e qualcosaltro doveva iniziare.
Scaldamela, arrivò la richiesta alle sue spalle.
Rosa si voltò. Ignazio era già di nuovo immerso nel telefono.
Puoi metterla da solo nel microonde, disse lei, quieta.
Silenzio. Un silenzio lungo, in cui Rosa riuscì a sentire il ticchettio dellorologio nel corridoio, il suono di stoviglie dal vicino, il rumore di una porta che si chiudeva in fondo alle scale.
Cosa hai detto?
Ho detto che puoi scaldartela da solo. Premi start, due minuti. Ce la farai.
Ignazio alzò finalmente lo sguardo. Nel suo volto la sorpresa di chi ha sentito qualcosa di impensabile.
Rosa.
Sì?
Stai bene?
Benissimo.
Lui la fissò a lungo, come si guarda qualcosa di familiare che improvvisamente sembra sconosciuto. Infine: Per favore, scaldami la minestra.
Rosa rimase alcuni secondi vicino alla finestra, poi si girò, accese il fornello e mise sopra la pentola. Trentuno anni di abitudine superavano anche il dolore rinnovato di una mattina. Ma sentiva che quel piccolo ghiacciolo, dentro di lei, continuava a sciogliersi.
Conobbe Ignazio a ventidue anni. Lei lavorava nellufficio logistico di una piccola fabbrica a Parma, lui era caporeparto. Alto, sicuro di sé, col sorriso di chi sembra sapere sempre qual è la cosa giusta. Allinizio Rosa pensò fosse forza. Solo molto più tardi capì che era solo la convinzione di dover sempre decidere per tutti.
I primi anni passarono tranquilli. Poi nacque il figlio, Domenico, e Ignazio quasi senza che lei se ne accorgesse le scaricò tutto: il bambino, la casa, la cucina, la spesa, le visite ai suoceri, le feste, le malattie, le riunioni a scuola. Lui lavorava. E questo, nelle discussioni, diventava largomento principe. Tutta la giornata a spaccarmi la schiena, e vuoi che lavi anche i piatti? Anche Rosa lavorava, ma nessuno sembrava farci caso.
Con il tempo aveva smesso di chiamare tutto questo rapporto. Era solo vita. La sua vita. Giorni che scorrono tutti uguali, pieni di doveri: cucinare, pulire, stirare, fare la spesa, andare a trovare la madre di Ignazio, prendere il nipote allasilo se la nuora lo chiedeva. Nonostante tutto, riusciva a ritagliarsi piccoli momenti suoi: un libro, telefonate serali con lamica Lucia, qualche minuto di pace mentre Ignazio stava davanti al televisore.
Lucia era la sua vera confidente, amica dai tempi della scuola media. Sposata tardi, a quasi quarantanni, con un vedovo che si rivelò una persona straordinaria. Rosa la guardava con un pizzico dinvidia, una sensazione gentile e senza rancore. Come si invidia chi è riuscito ad avere ciò che tu non hai mai avuto.
Rosa, ma quanto vuoi andare avanti così? diceva Lucia al telefono. Mi racconti la storia della minestra almeno cinque volte al mese. È sempre la stessa storia, solo con minestre diverse.
No, ogni volta è un episodio nuovo.
No, Rosa. È sempre la stessa storia con una minestra diversa. Senti la differenza?
Rosa sentiva. Ma non sapeva che farci. A cinquantatré anni, con trentanni di matrimonio logorante, era difficile cambiare vita. Dove andare? Da chi? Il figlio aveva famiglia propria, la casa era intestata a entrambi. Lavorava da contabile in una piccola impresa edile; il direttore, Paolo Andreolini, la stimava molto e talvolta diceva: Rosa, teniamo tutto grazie a te. Quella sì, era una cosa vera.
Ma oggi era diverso. Lo sentiva in modo tangibile, come si sente cambiare il tempo. Quella puntura nel cuore si era sciolta, lasciando una goccia di calore nuovo e sconosciuto.
Dopo pranzo telefonò il figlio.
Mamma, venite da noi a Capodanno?
Non so ancora, Domenico.
Come non sai? È il trentuno! Caterina sta facendo linsalata russa, i tortelli… Venite!
Ne parlo con papà.
Mamma, una pausa Come stai?
Bene.
Rosa tornò a guardare le strade imbiancate.
Davvero, disse, davvero.
Ignazio era steso sul divano. Il telegiornale parlava del tempo, lei entrò in soggiorno e si fermò al centro.
Domi ci invita a casa per Capodanno.
È lontano.
Quaranta minuti di metro.
Torniamo tardi.
Possiamo dormire lì.
E dove? Artemio dorme già sulla branda.
Hanno comprato il divano letto.
Io non ci vado. Mi fa male la schiena.
Rosa annuì. La schiena di Ignazio faceva sempre male quando cera da vedere i figli o aiutare qualcuno. Ma per andare a pescare, stranamente, stava bene.
Va bene. Io vado.
Cosa?
Dico che ci vado da sola. Tu resta pure, se non ti senti.
Silenzio ancora, quello sguardo incredulo.
Da sola? Ma è Capodanno.
Appunto, voglio passarlo con mio figlio e mio nipote. Se cambi idea, raggiungici.
Rosa prese la valigia dallarmadio, le mani le tremavano, ma non era debolezza: era qualcosa di nuovo, forse coraggio.
Rosa, sei impazzita?
Lui la bloccava sulla porta, enorme, incrociando le braccia come per dire Non osi.
No, rispose lei senza guardarlo sto benissimo.
Esci per Capodanno? Da sola?
Vado da mio figlio. È diverso.
Rosa!
Lei si voltò. Si rese conto che per trentun anni aveva visto in quel volto una cura che non cera mai stata; dove cera solo abitudine, aveva visto amore. Ora vedeva solo un uomo anziano, abituato a essere servito.
Torno domani. O dopodomani. Devo ancora decidere.
Indossò il cappotto, la sciarpa, prese la borsa. Sentì Ignazio borbottare di egoismo, di età, vergogna, sempre così. Tutte frasi che Rosa ormai conosceva come una filastrocca ormai priva di senso.
Uscì di casa.
La neve laccolse subito. Leggera, profumata di agrumi qualcuno stava portando dei mandarini dal portone accanto. Rosa si fermò sulla soglia e alzò lo sguardo verso il cielo. I fiocchi le cadevano sulle guance, si scioglievano istantaneamente.
Non ricordava da quanto tempo non si fermava così, senza fare niente per nessuno.
Lucia rispose al terzo squillo.
Rosa, che succede?
Nulla. Sto andando da Domenico per Capodanno. Da sola.
Pausa lunga.
Da sola?
Ignazio è rimasto. La schiena, sai comè.
Rosa… nella voce di Lucia cera una cauta felicità Rosa, sei proprio tu?
Sì.
Brava.
Parli come se avessi fatto chissà che.
Lhai fatto. Magari non te ne rendi conto, ma lhai fatto.
Sullautobus Rosa ci mise quasi unora, tra una coincidenza e laltra. Tutti in giro, con sacchetti e regali, vestiti bene, con laria allegra e frettolosa. Rosa li osservava pensando che non aveva mai amato particolarmente il Capodanno. Non perché detestasse la festa, ma perché ogni anno era uguale: tavola da imbandire, insalate da tagliare, ospiti da accogliere e un marito che puntualmente, a fine serata, diceva qualcosa che le rovinava lumore.
Lanno prima aveva detto a Vera, la migliore amica di Rosa: Allora, Vera, un uomo ancora niente? Vera aveva sorriso, ma Rosa aveva notato la tensione nel suo volto. Lei aveva chiesto a Ignazio di non scherzare così. Ma era solo una battuta! Non capisci proprio lumorismo.
Le battute di Ignazio non facevano ridere, facevano serrare i pugni.
La porta le aprì Caterina, giovane, occhi grandi, con la farina sulle mani.
Rosa! Che bello che lei sia arrivata! E Ignazio?
Non ce lha fatta, sono venuta da sola.
Caterina la guardò, attenta un attimo, poi la abbracciò forte.
Entrate, scusate il caos ma è festa!
Artemio, il nipotino di cinque anni, la travolse di slancio.
Nonna! Guarda, ho scritto a Babbo Natale!
E cosa hai chiesto?
Un set di costruzioni con il motore, da costruire!
Ottima scelta.
E anche che venissi tu. Così funziona!
Rosa rise, di quella risata vera che da tempo non le scappava più.
Domenico uscì dalla cucina, asciugamano sulla spalla.
Mamma! l’abbracciò forte. Tutto bene il viaggio?
Sì, insolito vedere così tanta gente in giro a Capodanno…
Vuoi un caffè?
Più che volentieri. Bello forte.
Si sedettero in cucina mentre Caterina trafficava e Artemio girava come una trottola. Domenico guardava la madre, non di sfuggita come al solito, ma con attenzione.
Mamma, lo dico davvero: stai bene?
Artemio, stai attento che lì cè langolo del tavolo…
Mamma.
Domenico, non mi guardare così…
Così come?
Come se ci fosse qualcosa da spiegare.
Domenico rimase qualche istante in silenzio, rigirando la tazzina.
Voglio solo che tu sia felice.
Lo so.
Sei felice?
Rosa guardò fuori. Fiocchi di neve si susseguivano senza sosta.
Ci penso, disse finalmente che è già qualcosa.
La serata fu sincera, allegra. Caterina era una padrona di casa perfetta, i suoi tortelli uno spettacolo. Artemio si addormentò sul divano alle undici e quarantacinque, abbracciato al nuovo set di costruzioni che Domenico aveva nascosto per loccasione. A mezzanotte alzarono i bicchieri con una bevanda frizzante Stellina, e Rosa espresse un desiderio. Non lo disse ad alta voce, ma era la prima volta da anni che quel desiderio riguardava solo lei.
Rientrò a casa il due gennaio. Domenico le aveva chiesto di restare ancora, Caterina insisteva, Artemio montò una scenetta perché la nonna doveva vivere lì per sempre. Ma Rosa tornò comunque. Fuggire non aveva senso. Solo cambiando qualcosa si può davvero vivere.
Ignazio la accolse con quellaria da offeso che usava spesso, non ammettendo però mai la sua solitudine.
Sei tornata.
Eccomi. Come stai?
Un Capodanno solo, ecco come sto.
Ti ho invitato.
Mi faceva male la schiena.
Ricordo.
Posò la borsa, iniziò a sistemare. Lui restava sulla porta.
Non ti scusi?
Rosa non rispose subito. Appese il cappotto, tolse gli stivali. Poi si girò.
Di cosa dovrei scusarmi?
Di avermi lasciato solo a Capodanno.
Ignazio, potevi venire. Hai scelto di restare. La decisione non è mia, non me ne sento responsabile.
Lui aprì la bocca, la richiuse. Cosa ti succede?
A me? Rosa sorrise, sorpresa del proprio sorriso. A me succede che è arrivato Capodanno. In ritardo.
Nei primi giorni di gennaio, Rosa si trovò a riflettere spesso. Era una donna che ragionava piano, con calma. Senza parlare troppo, senza bisogno di scrivere. Solo rimuginava i pensieri, come un sasso lucidato dalle dita in tasca.
Il pensiero era chiaro: aveva passato trentuno anni accanto a un uomo che non la rispettava. Non per cattiveria danimo, ma perché non credeva che il rispetto fosse una necessità. Pensava bastasse mantenere la famiglia, garantire una casa, basta così. Ma lei? Aveva mai chiesto rispetto? Laveva preteso? Mai. Aveva sempre taciuto, accumulando tutto per non fare scandali, perché così fanno tutte le brave mogli.
Chi glielo aveva insegnato? Nessuno direttamente. Ma è laria che si respirava in casa. La mamma: La famiglia è la cosa più importante. La suocera: Il marito va tenuto buono. La vicina: I panni sporchi si lavano in casa. E così Rosa mura dopo mura, si era costruita una prigione silenziosa.
Ora quelle mura si incrinavano. Non con fragore, ma piano piano, come i ghiacci di marzo.
Lotto gennaio chiamò Lucia.
Rosa, ti devo raccontare una cosa. Non interrompermi.
Vai.
Ti ricordi Natalia Cerri? Quella alta, capelli rossi. Rosa annuì. Se nè andata dal marito tre anni fa, a cinquantasei anni. Ha preso un monolocale, adesso lavora in un negozio di fiori, ha pure un reparto tutto suo, decora i matrimoni. Mi ha detto di recente: Lucia, non capisco perché non lho fatto prima. Mi sembrava che sarebbe crollato tutto. Invece è crollato solo quello che doveva.
Rosa tacque.
Mi ascolti? chiese Lucia.
Ti ascolto.
Non ti sto dicendo cosa fare. Solo ti racconto la storia di Natalia.
Capito.
Rosa, meriti di meglio. Lo sai?
Lo so. Sapere e sentirlo sono cose diverse.
Allora impara a sentirlo.
Facile a dirsi. Più difficile quando ogni giorno iniziava uguale: caffè, pane tostato, Ignazio col telefono, la tv col telegiornale, la domanda cosa cè per pranzo? senza neanche un buongiorno.
Eppure qualcosa stava cambiando. Rosa se ne accorgeva nei dettagli. Prima, se Ignazio diceva qualcosa di cattivo, lei si rifugiava in cucina in silenzio. Adesso restava lì, ricambiando lo sguardo. Non pronunciava parole inutili, ma non scappava più. E qualcosa in quegli occhi faceva sì che Ignazio, stavolta, smettesse di parlare a metà frase.
Una sera, a cena, lui commentò:
Sei strana.
In che senso?
Non saprei. Mi guardi in modo diverso.
Comè?
Non so. Sgradevole.
Sgradevole essere osservato?
Non così. Un altro tipo di disagio.
Ignazio, magari non sei abituato a essere guardato.
Lui non rispose. Portò via il piatto, si rifugiò davanti al televisore.
A metà gennaio accadde linaspettato: Paolo Andreolini la chiamò nel suo ufficio per proporle la gestione della contabilità nel nuovo ufficio che stavano aprendo dallaltra parte della città. Una promozione, più stipendio, orario più flessibile.
Rosa, mi fido di lei. È la migliore.
Lei, seduta di fronte, sentiva che dentro di sé qualcosa si raddrizzava. Come se, dopo tanto, avesse finalmente rialzato il capo.
Quando devo decidere?
Una settimana, ma le dico già che conto su un sì.
A casa non disse nulla subito. Ci pensò su. Il nuovo ufficio era a quaranta minuti di bus, lo stipendio più alto di circa un terzo. Unaltra vita.
Dopo tre giorni telefonò a Lucia.
Lucia, mi hanno proposto una promozione.
Rosa! La gioia nellaccento di Lucia era contagiosa. È fantastico!
Ci sto pensando.
Su cosa devi pensare?
Ignazio sarà contrario. Nuovo quartiere, orari diversi.
Ma ti serve il suo permesso?
No, rispose Rosa, lentamente. No, non serve.
E allora? Sono otto anni che lavori lì! Ti stimano. Sarebbe un peccato rinunciare solo perché a lui non piace.
Il giorno dopo Rosa scrisse a Paolo: Accetto. Grazie della fiducia. Poi chiuse il telefono e andò a preparare la composta di frutta secca per Artemio, che sarebbe venuto lindomani.
Ignazio lo seppe a cena.
Ho una novità: vado a lavorare nel nuovo ufficio, come responsabile della contabilità.
Lontano?
Quaranta minuti.
Che ti serve di più?
Più responsabilità, più stipendio, lavoro più interessante.
Guadagni già bene.
Adesso guadagnerò meglio.
Ignazio la guardò.
Chi farà da mangiare?
Rosa attese qualche istante. Non per lincertezza, ma per scegliere le parole.
Ignazio, hai cinquantotto anni. Sei in salute. Puoi cucinare da solo.
Ma io non so cucinare.
Non è innato, si può imparare.
Rosa!
Ho accettato il posto, disse con calma. È una mia scelta. Ed è definitiva.
Lui si chiuse in soggiorno, aumentando il volume della tv. Rosa lavò i piatti e preparò la composta. Poi uscì sul balcone. Il freddo pungeva, il respiro diventava vapore nella notte.
Pensò a Natalia Cerri e alla sua fioreria, a Lucia e a suo marito che, il giorno del compleanno di Rosa, si era presentato con un mazzo di fiori. Lucia parla sempre così bene di lei, sono felice di conoscerla. Aveva pianto tutta la strada verso casa. Alla domanda di Ignazio che hai?, aveva risposto nulla, sono solo stanca. Lui annuì e non chiese di più.
In febbraio capitò qualcosa di impensato. Cercando in un cassetto una cartella di lavoro, Rosa trovò una vecchia busta senza francobollo. Dentro, una lettera di Ignazio, datata tanti anni prima, quando Domenico aveva sette anni.
Non era indirizzata a lei, ma a una certa Elena. Poche frasi, tutte chiare, precise, personali. Raccontava di quanto stesse bene con lei, che a casa tutto era difficile.
Rosa stava seduta sul pavimento, la lettera in mano. Non pianse. Pensava. Allora fu in quellanno. Quanto tempo ho perso. Poi: No. Non lho perso. Ho cresciuto mio figlio. Ho vissuto. Ho fatto del mio meglio.
Rimise la lettera al suo posto. Si lavò il viso con acqua fresca e si guardò allo specchio. Si riconobbe nei suoi occhi molto più degli ultimi dieci anni.
La sera chiamò Lucia.
Ho trovato una lettera. Nel cassetto. Una cosa vecchia.
Raccontami.
Non cè molto da dire. Non era per me.
Pausa.
Rosa
Lucia, va bene così. Ho solo capito che non serve una scusa. Non bisogna aspettare un motivo. Ognuno ha diritto alla propria vita, senza doverlo dimostrare a nessuno.
Hai deciso?
Ci penso. Solo che stavolta penso in un altro modo.
Lucia rimase in silenzio. Poi: Qualunque cosa deciderai, ci sono.
A marzo Rosa iniziò nel nuovo ufficio. Il gruppo era piccolo, gradevole. Le piacque soprattutto Silvana Ventura, la responsabile delle risorse umane: calma, con un sorriso gentile e il vizio di salutare per prima. Il primo giorno le portò una tazza di tè: Forse non sa ancora dove sono le cose qui. Venga, le faccio vedere. Un gesto semplice, per questo ancora più bello.
Il lavoro era più impegnativo, eppure lo sentiva quotidianamente come qualcosa di vivo. Tra documenti, nuove procedure, telefonate, Rosa si accorgeva di tornare a casa stanca ma vivace.
Ignazio non si adattò mai alla nuova routine. Diceva il tuo lavoro con la stessa aria che si riserva ai passatempi inutili. Ma Rosa aveva ormai imparato a distinguere: cera la casa, e cera lei.
Ad aprile era il compleanno di Domenico. Si riunirono tutti a casa sua: Caterina, Artemio, alcuni amici. Ignazio venne, ma si vedeva che si sentiva fuori posto. Uno degli amici di Domenico, Sergio, parlò a lungo con Rosa: lavorava nel restauro di palazzi antichi. Sembra che tutto sia logoro, diceva ma dentro la struttura regge ancora. Quello discorso sembrava parlare anche delle persone.
Quando Domenico la accompagnò alluscita chiese:
Mamma, sei stata bene oggi?
Sì, davvero.
Sono contento. Mamma, se un giorno avrai bisogno di aiuto, davvero di qualunque cosa, dillo. Sempre.
Rosa annuì. Lo farò. Promesso.
A maggio la chiamò Silvana Ventura, privatamente.
Dottoressa Semeraro, posso chiederle qualcosa di personale? Lei ha mai pensato di Non so come dire meglio vivere da sola?
Rosa rimase di sasso.
Perché me lo chiede?
Ci sono passata anche io, anni fa. Se sono indiscreta, mi scusi.
No, rispose Rosa. Non lo è per nulla.
Parlarono per unora. Silvana le raccontò la sua storia senza melodramma. Era andata via a cinquantun anni, passando mesi difficili allinizio. Poi aveva detto: Allinizio fa paura. Poi ci si abitua. E alla libertà ci si affeziona.
Rosa rimase a lungo in poltrona dopo quella telefonata. Il cielo di maggio scuriva verso sera, in cucina si sentiva odore di caffè. Ignazio era dai suoi amici, sarebbe tornato dopo.
Rosa aprì il computer e iniziò a guardare annunci di affitti. Solo per curiosità. Solo per sapere.
Scoprì che sì, poteva permetterselo. Lo capì subito.
Chiuse il computer. Lo riaprì. Poi prese un taccuino e divise la pagina in due colonne: a sinistra quello che la tratteneva; a destra quello che la liberava. Da una parte cerano tre motivi, dallaltra nessuno. Solo una parola: Paura.
Trascorse tre settimane con quella parola. Che paura era? Della gente? Dei parenti? Di chi quasi non la vedeva mai? La paura della solitudine? Ma si era sentita sola comunque, per trentanni nella stessa stanza con chi non ti vede. O paura di sbagliare? Chi ha scritto che restare sia giusto e andare via sia sempre errore?
Alla fine, la paura era solo abitudine. Non poter pensare che si abbia diritto a qualcosa di diverso. Ma non tutti vivono così. Natalia Cerri non vive così. Silvana Ventura no. Lucia nemmeno. Loro vivono in altro modo.
Il 16 giugno Rosa Semeraro chiamò per un monolocale in affitto. Terzo piano, luminoso, vicino allufficio. La proprietaria, una certa Antonietta Magrini, nonna pratica e gentile, la accolse con semplicità.
Lavora? chiese Antonietta.
Sono responsabile amministrativa.
Bene. Animali domestici?
No.
Persona tranquilla?
Direi di sì. Vivo celestemente tranquilla, rise Rosa.
Lo prende?
Sì.
Guardando Parma in autobus, con il mazzo di chiavi in mano, Rosa aveva la sensazione di aver preso finalmente in mano qualcosa di importante, che aspettava da troppo tempo.
A Ignazio lo disse subito, senza giri di parole:
Ignazio, dobbiamo parlare. Ho preso una casa in affitto. Vivrò da sola.
Silenzio.
Che cosa?
Sì. Voglio una vita diversa, fatta di rispetto, di calore, di dialogo.
Hai trovato qualcuno?
No, ho trovato me stessa.
È una follia.
Forse. Ma è la mia follia.
Scioccato, bisbigliò: Hai deciso per via di quella lettera.
Non è la lettera. Quella ha solo confermato quel che già sapevo. Non riguarda te. Riguarda me.
Lasciò Ignazio in cucina, sentendo rumori, la tv, i silenzi.
Il trasloco avvenne in vari viaggi. Domenico aiutò. Caterina e Artemio portarono fiori. Silvana arrivò la prima sera con una torta alla fragola.
Rosa, benvenuta nella nuova vita.
Parole semplici, che commuovono più di mille discorsi.
Grazie, sorrise Rosa. Entra.
Passarono la serata a parlare di tutto, come tra amiche di sempre. Nessun evento eccezionale: solo due donne, una torta di fragole e un buon tè in una piccola casa limpida.
Rosa si addormentò senza pensieri, sotto una coperta morbida, abbracciando il silenzio nuovo un silenzio loro, dolce.
Lestate fu intensa, tra lavoro e le nuove abitudini del quartiere. Alla sera passeggiava nel parco, si sedeva sulla panchina a osservare il movimento, lasciando la mente libera. Scoprì il piacere di non fare nulla.
A fine agosto Ignazio chiamò.
Domi dice che te la cavi bene.
Niente di straordinario.
Lo stipendio è buono?
Giusto.
Possiamo parlare di noi?
Ignazio, noi come prima non esiste più. Capisci?
Sì, ma magari
No, disse lei senza asprezza. Non magari. Non torno indietro.
Perché?
Perché lì non stavo bene.
E qui?
Qui sto imparando. È diverso.
Altri tentativi. Come se per abitudine. Rosa rispondeva solo se lo desiderava.
In autunno Natalia Cerri, la rossa, si fece viva grazie a Lucia.
Rosa? Sono Natalia. Mi piacerebbe parlare con te…
Eccome.
Si incontrarono in un caffè. Natalia aveva un cappotto blu vivace, viso sano, sereno. Raccontò i primi mesi dopo la separazione, strani, difficili, fino al giorno che si sorprese a canticchiare in autobus. Non cantavo da ventanni, sa? Improvvisamente, senza accorgermi. Vuol dire molto.
Non si pente mai? domandò Rosa.
Sì, di non averlo fatto prima.
Aveva paura?
Tanto. Ma la paura sparisce quando agisci. Dopo non cè più nulla da temere.
Rosa ci pensò a lungo. Niente si era rotto per davvero. Il figlio era vicino, il nipote le telefonava: Nonna, mi manchi! Il lavoro era soddisfacente, Silvana era ormai unamica, Lucia sempre accanto.
E cera altro, più difficile da spiegare: la sensazione di aver trovato, finalmente, il proprio posto nella vita. Non un accessorio di nessuno, ma Rosa Semeraro, cinquantatré anni, madre, nonna, donna.
Festeggiò due volte il nuovo anno: prima dalla famiglia di Domenico con tortelli e insalata russa, poi a casa sua, con Lucia, Silvana, Natalia e qualche altro amico. Una cena semplice, risate, nessun rimprovero, solo persone che avevano scelto di esserci.
A mezzanotte, mentre suonava la campana, Rosa alzò il calice. Un desiderio, silenzioso, intenso: Continuo.
A gennaio ricevette una chiamata, inaspettata: la madre di Ignazio, Gina Niccoli, che abitava da una parente in unaltra città. Non erano mai state grandi confidenti, ma il rispetto non era mai mancato.
Rosa? la voce tremolante per letà. Ignazio mi ha raccontato.
Va bene.
Dovevo dirtelo da tempo: hai fatto bene.
Rosa rimase in silenzio.
Avrei dovuto dirtelo prima, continuò Gina. Ho visto tutto, come lui ti trattava. Ma le madri non dicono nulla sui figli, e sbagliano. Mi dispiace.
Gina…
Lasciami finire. Sei una gran donna. Meriti di vivere bene. Letà non conta. Io, che ho novantanni, lo so bene: ogni giorno è buono per riprendere a vivere. Non seppellirti da viva. Promettimi che mi chiamerai, ogni tanto. Non per forza per qualcosa, solo per sentirci.
Promesso.
Rosa chiuse la telefonata con il cuore che batteva strano, tra sorpresa e gratitudine.
Verso fine febbraio Domenico passò da lei per un tè.
Mamma, stai bene davvero. Sei diversa, in meglio. Sembra che in te si sia acceso qualcosa.
Era spento da tempo.
Lo so. E perdonami, se non ho mai chiesto come stavi, se non me ne sono accorto.
Domenico, ognuno vede ciò che può. Sei sempre stato un buon figlio. Lo so bene.
Si abbracciarono forte, come un tempo.
Rosa rimase sulla porta, poi tornò in cucina, una tazza di tè caldo tra le mani. Fuori nevicava ancora.
Ripensò a quel trentuno dicembre, dietro unaltra finestra, un anno prima. Da allora tutto era cambiato, impercettibilmente. Come una goccia che scava una pietra.
Ora tutto ciò era diventato acqua. Acqua che pulisce, che disseta, che scorre.
Qualche giorno dopo Ignazio richiamò.
Rosa.
Sì?
Sono stato dal dottore. Niente di grave, solo la pressione. Mi hanno detto di curare lalimentazione.
Bene che tu ci sia andato.
Prima me lo ricordavi tu.
Ignazio.
Eh?
Ora sei tu a doverci pensare. Va bene così.
Pausa.
Non tornerai davvero?
No.
E stai bene?
Guardando la neve che scendeva ancora silenziosa, Rosa rispose:
Sì. Sto bene. Non preoccuparti.
Non mi preoccupo più. Solo chiedevo.
Lo so.
Unaltra pausa. Poi, a voce bassissima:
So di avere delle colpe.
Rosa non rispose subito. Stavolta voleva dire la verità.
Ignazio, non ce lho con te. Siamo stati insieme per tanto. Non si può cancellare tutto, ma non era la vita che desideravo. Non so se lo fosse per te, questo lo sai solo tu.
Ci penso, disse.
È utile pensare, disse Rosa, e attaccò.
Preparò il tè, prese una tazza, osservò la chiave poggiata sulla mensola. Una normale chiave di casa. E per la prima volta pensò che sì, la vita è davvero sua.
Perché nessuna stagione della vita è un vicolo cieco: a volte basta solo aprire una porta.


