Vagava per la città di notte, barcollando vistosamente dopo aver bevuto una buona dose di alcolici. Dove sarebbe finito? Poco gli importava. Era la sua città, sapeva che i piedi l’avrebbero riportato a casa. Era alle prese con qualcosa di più importante: filosofeggiava ad alta voce.

Girava per le strade notturne di Milano, barcollando vistosamente dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo. Dove fosse arrivato poco gli importava. La città era la sua, le gambe lo avrebbero riportato a casa comunque. Era impegnato in unattività ben più importante: filosofeggiava ad alta voce.
Ma perché, perché la mia vita va così? Ventisette anni… I miei amici hanno già figli che vanno a scuola, e invece le donne con me se ne vanno dopo un mese, quando va bene. Sarò troppo brusco? Ma che, non sono mica così… O forse sì. Lo so, un vero uomo deve essere così, mosse un sorriso amaro Giovanni. Lunica cosa che mi è riuscita, finora, è il lavoro. Non sarò milionario, ma mi tolgo le mie soddisfazioni, di euro ne ho a sufficienza per una vita agiata.

Allimprovviso si fermò, si afferrò la testa, e dagli occhi scesero lacrime silenziose.
Quanti soldi ho lasciato da quel medico, e in cambio che mi sento dire? Non posso farci nulla. Ecco lindirizzo di uno specialista a Roma, ma non credo cambierà qualcosa. E invece domani ci vado davvero, da sto luminare.

Arrivò a un ponte. Si affacciò sulla superficie scura del Naviglio.
Che faccio, mi butto? Qui lacqua è profonda, la fine sarebbe rapida, si sporse ancora un attimo. Macché, non me la sento. Fa freddo. E poi Socrate devessere ancora sfamato. Meglio tornare a casa.

Si rimise in cammino sul ponte, quando vide a metà strada una donna, molto giovane. Aveva sul petto un piccolo zainetto porta-bebè. Guardava la corrente, immobile, e dun tratto iniziò a salire sul parapetto. Posò i piedi sulla barra più in alto, spalancò le braccia… Giovanni si lanciò verso di lei e la afferrò per la vita, stringendola forte: entrambi caddero sul selciato polveroso del ponte. Il bambino iniziò a piangere.

Oh, ma sei scema? urlò Giovanni, improvvisamente sobrio.
Che vuoi da me? Perché ti fai gli affari altrui? scoppiò la donna in lacrime.
Mi è sembrato… che sia troppo presto per morire, accennò al piccolo che strillava. Per lui, soprattutto. Dai, tira su e torna a casa, dal tuo uomo o da tua madre! Chi ti aspetta?
Non ho casa, né uomo, né madre. Non ho nessuno al mondo!
Ora pure questa sulla mia strada, la aiutò a rimettersi in piedi, col bambino. Vieni.
Non vengo da nessuna parte con te. Magari sei uno psicopatico!
Buttarti nel fiume puoi farlo quando vuoi! Ma un maniaco ti fa paura? le strinse il braccio. Andiamo!

***
Camminavano tra le vie di Milano, Zeno il bambino piangeva senza tregua. Giovanni sbottò:
Ma perché strilla sempre?
Avrà fame, la donna strinse il piccolo a sé.
Dagli del latte, no?
Non ho latte. Né soldi, abbassò gli occhi.
E nemmeno cervello, borbottò e guardò intorno. Lì cè un supermercato aperto, andiamo a comprare il latte.

***
Cassiera e guardia li squadrarono sospettosi. Giovanni prese un cestino, facendo un cenno deciso alla donna:
Andiamo, si rivolse alla cassiera. Dovè il latte?
Laggiù, indicò col dito.

Arrivati allo scaffale:
Prendi quello che serve, ordinò.
Questo, prese un piccolo cartone.
Prendine di più. Prendi quello che ti serve, non fare complimenti! Aspettò che la spesa fosse fatta. Che altro serve?
Dei pannolini.
E sarebbero?
Quelli lì, accennò con un sorriso stanco.
Prendi!
E posso anche salviette umidificate?
Certo.

Arrivarono in cassa. Giovanni allungò la carta di credito.
Solo contanti, rispose la cassiera.
Tirò fuori un mazzetto di banconote da cinquanta euro e ne diede una.
Non ho resto per questa, ribatté fredda.
Allora dammi del cioccolato per il resto, Giovanni indicò una tavoletta. Quella.

***
Entrarono in casa. La donna guardò stupita il luminoso appartamento, scuotendo la testa. Giovanni tolse le scarpe e corse al frigo, tirò fuori una trota per il gatto che subito gli si strofinò contro le gambe, poi afferrò del succo e bevve a lunghi sorsi. Tornò dalla donna:
Dormi in questa stanza, indicava ogni cosa Qui cucina, là bagno, là cè il water. Io vado a dormire di là.
Stava già andando, poi si girò.
Come ti chiami?
Giulia.
Io sono Giovanni.

***
Forse non è poi un maniaco! pensò Giulia in cucina mentre accendeva il gas e metteva su il bollitore. Sono davvero una sciocca. Volevo buttarmi, e questo matto mi ha salvata. Se non ci fosse stato lui, con Zeno che combinavamo al freddo, stanotte? Domani ci caccerà, ma almeno per ora un po di caldo lo abbiamo.

Il bollitore fischiò. Corse nella stanza, posò il bimbo in lacrime sul letto, prese una boccetta dallo zainetto, si precipitò in cucina, lavò il biberon, versò il latte e ci aggiunse lacqua calda. Il piccolo bevve tutto con avidità e si appisolò. Lei lo pulì con la salvietta, gli mise il pannolino, e lui si addormentò.

Poi si lavò anche lei, tornò in cucina e si accorse di non mangiare da ore. Aprì il frigo, afferrò distinto un pezzo di salame e lo morsicò. Tagliò anche un morso di pane e di formaggio. Solo quando la fame si placò, pensò che forse non era stato educato. Fece spallucce, si sdraiò accanto al figlio e si addormentò di colpo.

***
Mattina. Durante la notte si era svegliata un paio di volte a nutrire Zeno, che aveva otto mesi e voleva sempre mangiare. Sentì Giovanni alzarsi presto.

«È ora si alzò senza svegliare il bambino. Non può durare, la fortuna.»

Giovanni era già in cucina. Lei si lavò in fretta e lo raggiunse.
Siediti! la invitò.
Siediti tu, piuttosto, replicò spingendolo via dai fornelli.
Prese dellaneto fresco, lo tritò, lo sparse sulle uova nel tegame. Lavò bene i bicchieri e preparò il caffè.

Lui, tutto il tempo, era al telefono, ordinava, discuteva con qualcuno. A Giulia pareva neanche la notasse. Quando terminò colazione, si alzò.

La donna si irrigidì. «Ecco, ora ci sbatte fuori!»

Giulia, ascoltami bene. Devo andare via una settimana. Tu devi solo ricordarti di dare da mangiare al gatto, si chiama Socrate. Niente mangimi strani, lui mangia solo pesce fresco, carne fresca, capito? Non entrare nel mio studio! Per il resto, fai quello che vuoi.

Dalla camera si sentì piangere. Giulia si precipitò, lanciò a Giovanni uno sguardo dattesa.
Corri, le fece cenno.

Dopo poco tornò, il piccolo Zeno in braccio. Sul tavolo alcune banconote da cinquanta euro:
Dovrebbe bastare per la settimana, chinò la testa verso i soldi. Io vado.

Fece per uscire. Ma il piccolo tese le braccia e borbottò qualcosa che suonava come pa-pa. Forse Giovanni se lera solo immaginato. Tuttavia sentì una morsa al cuore. Padre non lo sarebbe mai stato.

Giulia, posso prenderlo in braccio? chiese, stupito dalle sue stesse parole.
Prendilo pure! glielo porse con un sorriso. Mai tenuto un bambino in braccio?
No.
Così si fa!

Il piccolo esultava, agitava le braccia e rideva. Giovanni lo guardava incantato.
«Non avrò mai un figlio», pensò, e il suo viso sincupì mentre restituiva Zeno a Giulia.

E se ne andò.

***
Stava tornando a casa. Anche quello specialista romano glielaveva detto: bambini niente, mai. Era a pezzi.
«A cosa serve avere tutti questi soldi, lappartamento con quattro camere, il SUV? Un uomo lavora per la famiglia. Io ho solo il disordine, la sporcizia, pure il SUV ha sette posti e non trasporta mai nessuno».

Entrò col viso scuro nel suo appartamento… Trovò tutto splendente, profumato di pulito. Giulia lo aspettava, col sorriso di chi sa di non essere a casa propria.
Pa-pa! le manine di Zeno si alzarono davanti agli occhi.

La borsa gli cadde, e senza pensarci le sue mani cercarono subito il bambino.

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Vagava per la città di notte, barcollando vistosamente dopo aver bevuto una buona dose di alcolici. Dove sarebbe finito? Poco gli importava. Era la sua città, sapeva che i piedi l’avrebbero riportato a casa. Era alle prese con qualcosa di più importante: filosofeggiava ad alta voce.