«Non mangio gli avanzi, devi cucinare ogni giorno.» Il mio compagno, quarantottenne, mi ha presentato una lista di cinque «doveri femminili». Ecco cosa ho fatto.
Quando Luca, quel sabato mattina, aprì il frigorifero, prese il contenitore con il mio spezzatino di verdure del giorno prima e dichiarò: «Martina, lo sai che non mangio roba avanzata. Mi prepari qualcosa di fresco, per favore?» io ero ai fornelli, la tazzina di caffè ancora calda tra le mani, e lo fissavo come se avessi davanti un alieno. Non perché mi avesse chiesto da mangiare, succede, ma per il tono della voce: nessuna richiesta, solo la pretesa che fosse tutto dovuto. Come se fosse normale che la donna debba sempre essere pronta a cucinare, e riutilizzare una cena della sera prima fosse addirittura unoffesa al suo comfort.
Ho quarantacinque anni. Sono indipendente, con un lavoro, una casa mia e una vita che mi sono costruita faticosamente dopo il divorzio. Avevo chiesto a Luca di trasferirsi da me un mese fa, non certo per avere qualcuno da accudire, ma perché credevo di aver trovato una persona adulta e sensata. A quanto pare, il mio concetto di uomo adulto era sbagliato.
Allapparenza era normale finché non si trasferì.
Ci siamo conosciuti in modo banale, su unapp di incontri. Lui, quarantotto anni, separato, faceva lautista per una ditta di consegne, viveva in un monolocale in affitto. Allinizio era educato, durante gli appuntamenti galante, sempre con un mazzo di fiori, raccontava barzellette, non si interessava al mio stipendio né vantava le sue conquiste.
Siamo usciti tre mesi, tutto sembrava semplice. Niente stranezze, nessun segnale allarmante. Nei weekend lui veniva da me, cucinavamo insieme, guardavamo film, uscivamo a passeggiare. Mi aiutava a lavare i piatti, si offriva di fare la spesa, faceva complimenti. Ho pensato: finalmente, un uomo maturo senza paranoie.
Poi mi disse che era stufo di pagare laffitto e, dato che ormai stavamo insieme quasi sempre, sarebbe stato logico trasferirsi da me. Ho accettato: siamo adulti, perché aspettare?
La prima settimana andò bene. Sistemava, cucinava ogni tanto, non lasciava in giro nulla. Ma già dalla seconda iniziarono i dettagli che allinizio ho voluto ignorare.
Quei dettagli, però, non erano affatto piccoli.
Ha smesso di lavare la tazza del tè. Chiesi il motivo, mi rispose: «Tanto lavi tu dopo cena, perché farlo due volte?» Presto apparvero calzini sporchi vicino al divano. Quando gli ho detto di metterli nel cesto: «Ma dai, Martina, sono sciocchezze. Non ci pensare».
Ogni giorno aumentavano le richieste: Martina, passami il telecomando, versami lacqua, mi trovi il caricabatterie?. E tutto questo mentre io lavoravo da casa tutto il giorno, mentre lui usciva solo la sera. Iniziavo a sentirmi più una cameriera nella mia casa che non una compagna.
Poi arrivò quella mattina dello spezzatino. E quella sera, la lista.
La domenica sera, Luca si sedette sul divano di fronte a me, prese in mano il cellulare e, serio, disse:
Senti, ho riflettuto. Dovremmo chiarire certe cose di casa, così evitiamo malintesi. Ho fatto una lista che mi sembra equa per una coppia.
Mi irrigidii. Pensavo volesse parlare di suddivisione delle faccende chi fa cosa, come ci conviene.
Lui aprì le note sul telefono e cominciò a leggere.
Primo punto: «Cucinare. La donna deve cucinare ogni giorno, e variare spesso. Io non mangio cibo del giorno prima, quindi ogni giorno ci deve essere qualcosa di fresco.» Sbattei le palpebre, incredula, e lui proseguì impassibile.
Secondo punto: «Stirare e lavare. È una cosa da donne, noi uomini non ne siamo capaci. Le mie camicie devono essere pronte il lunedì.» Dentro di me una rabbia furibonda si mischiava allo sconcerto.
Terzo punto: «Pulire. Almeno una volta a settimana pulizie approfondite, la polvere spesso. Io lavoro tutto il giorno, non posso occuparmene.» Il suo tono era freddo, come se stesse leggendo una job description.
Quarto punto: «Intimità. Almeno due volte a settimana. Serve per stare bene come coppia.» Stringevo i pugni, guardando lui che continuava a scorrere la lista senza nemmeno alzare lo sguardo.
Quinto punto: «Spese. Bollette divise a metà, la spesa la paghi tu visto che cucini di più e stai a casa. Io pago solo le cose personali.» Finito, mi sorrise soddisfatto: «Così è giusto, no?»
Rimasi zitta qualche secondo, poi domandai calma: «Luca, e dove sono le tue di responsabilità?» Lui, con aria sorpresa: «Come dove? Io porto i soldi in casa. Non è già un contributo?» «Anche io lavoro. Da casa, ma a tempo pieno, guadagno quanto te.» «Sì, ma tu sei a casa, comoda. Io sono stressato in giro per la città.»
Mi alzai: «Quindi tu vuoi una donna tuttofare gratis?» Sorrise amaro: «Non esagerare, è una divisione normale. Luomo lavora, la donna cura la casa. È sempre stato così.» «Così era negli anni 50, ora siamo nel ventunesimo secolo.» Sospirò come se parlasse a una bambina: «Martina, luomo non è fatto per le faccende. Siamo cacciatori, la donna tiene viva la casa.»
Quella notte non dormii. Restai sdraiata, ascoltando lui che russava tranquillo, come se tutto fosse normale. Come se le mie pretese fossero solo capricci da donna moderna.
Alle cinque di mattina presi una decisione. In silenzio, sistemai le sue cose in due borse, le lasciai vicino alla porta, e scrissi un biglietto: «Luca, ho letto la tua lista. Ecco la mia:
1) Cercati unaltra custode del focolare.
2) Le tue cose sono vicino alla porta.
3) Lascia le chiavi nella buca delle lettere.
4) Non chiamare. Buona fortuna a trovare una cameriera disposta a lavorare per larmonia di coppia.» Uscii allalba, andai da una mia amica, ci bevemmo un caffè, le raccontai tutto. Scosse la testa: «Martina, meno male che te ne sei accorta ora. Pensa tra un anno.»
Tre ore dopo, Luca mi scrisse: «Fai sul serio? Per queste sciocchezze vai fuori di testa? Pensavo fossi una donna matura.» Non risposi, lo bloccai e basta.
Cosa cera dietro a quella lista?
Sono passati due mesi. Ho riflettuto tanto. Ho capito che, innanzitutto, Luca non cercava una compagna, ma un servizio a domicilio con prestazioni extra la donna deve cucinare, lavare, pulire, essere sempre disponibile, senza mai pretendere nulla in cambio. Per lui era normale: una donna oltre i quarantanni non ha più personalità o confini, solo il dovere di ringraziare e prestare servizi. E di uomini come lui ce ne sono tanti: sembrano normali, finché non si sentono al sicuro e svelano la vera natura.
La cosa più importante che ho capito? Meglio sola che nei panni della serva. A quarantacinque anni ho il diritto di vivere secondo le mie regole. Senza elenchi, senza doveri unilaterali, senza un uomo che mi vede come una funzione invece che come una persona.
Se questo significa restare sola va benissimo. Meglio la solitudine che la compagnia di chi ti considera la colf di casa.
E voi? Dopo una lista così avreste fatto come me, o cercato un compromesso? Perché certi uomini dopo i quarantacinque cercano una donnaserva e non una compagna? E vi è mai capitato che dopo un trasferimento una persona cambiasse così, tirando fuori pretese mai dette prima?





