Il mio coinquilino mi ha dato un ultimatum: «Non ce la faccio più!», ha urlato appena mi ha visto. «Sono stufo di questo vecchio gatto!»… Così l’ho cacciato di casa — ha scelto la persona (e il gatto) sbagliata con cui vivere.

Il coinquilino ha lanciato un ultimatum: «Non ce la faccio più!» ha urlato appena mi ha vista sulla soglia. «Ne ho abbastanza di questo vecchio gatto!»… Così lho messo fuori di casa dovevi pensarci prima, caro mio.

Un silenzio pesante è calato nellingresso. Lui se nè andato, sbattendo la porta con tanto di effetti speciali. Il suo giubbotto non penzolava più sul solito attaccapanni, lodore invadente del suo dopobarba era ormai un ricordo e nella scarpiera era rimasto un vuoto, come se qualcuno avesse strappato una pagina sconosciuta dal libro della mia vita.

Ho tirato un sospiro profondo e abbassato lo sguardo. Ai miei piedi, con le orecchie basse e la zampetta posteriore decisamente svogliata, cera Giuseppe. Quindici anni vissuti insieme e ben sei chili di fedeltà incondizionata.

«Eh, vecchio mio», gli ho sussurrato, accovacciandomi e affondando le mani fra il suo pelame folto, ormai un po grigio e poco lucente. «Sembra proprio che ce labbiamo fatta, ancora una volta.»

Peppino mi ha risposto con un «mrrr» secco e deciso.

Il gatto col passato e la finta idea del compromesso

Alessandro è entrato nella mia vita sei mesi fa. Tutto molto semplice, ci siamo piaciuti e, quasi senza accorgercene, lui si è trasferito da me. Sapeva di Giuseppe, mica ero stata vaga: nei nostri appuntamenti spesso raccontavo dei suoi vezzi felini, e Alessandro rideva e annuiva. «A me piacciono gli animali», assicurava. Sì, come no.

Ma Giuseppe, il mio, non è un gatto qualunque. Lho raccolto minuscolo sotto un temporale fuori dalla stazione di Firenze. Da allora ne abbiamo passate di ogni gioie, momenti bui, drammi vari ed eventuali. Lui sa tutto di me, dalle bollette alle storie finite male, e ha mantenuto il riserbo di un confessore. Ora ha quindici anni, i reni malandati, una dieta maniacale e infusioni periodiche che sono la nostra routine.

Dopo larrivo di Alessandro, la sua dichiarata simpatia per gli animali è evaporata come una spruzzata di limone al sole di agosto.

Allinizio sembrava roba da nulla: «Ma perché dorme ai tuoi piedi? Non è igienico», «Davvero spendi così tanto dal veterinario per un gatto? Ma prendine uno nuovo» Ho iniziato a smussare gli angoli: cambio lenzuola ad ogni pelo, compro lettiere doro, faccio le terapie quando lui è fuori. Mi sono detta che così si costruisce una relazione. Beata ingenuità.

Il momento della (solita) scelta

Martedì torno tardi da lavoro, Alessandro è già a casa. Appena apro la porta, mi investe la puzza di candeggina e uneco di urla.

Giuseppe aveva vomitato sul tappeto nuovo quello costato uno stipendio e scelto da Alessandro con la solennità di chi compra un diamante. Fastidioso, daccordo. Tragico, magari meno.

Lui era nel mezzo della camera da letto, rosso come il sugo allarrabbiata, puntando il dito verso il povero gattone tremante sotto al letto.

«Basta! Non ce la faccio più! Mi sono stufato di questo gatto!»

Io, muta, mi tolgo il cappotto, mentre inizio a spiegare cose ovvie.

«Sai, è vivo. Ha quindici anni. È malato», dico mentre prendo la spugna e il detersivo.

«Non minteressa! Voglio vivere in una casa pulita. Decidi: o me, o quel sacco di peli spelacchiato! Entro stasera: o lo fai addormentare o lo porti via, sennò me ne vado io.»

Mi sono drizzata, strizzando la spugna fra le mani. Mi aspettavo pianti, suppliche ma ho scelto altro.

«Non cè bisogno di aspettare stasera», rispondo pacifica. «La valigia è sopra larmadio. Hai un quarto dora.»

«Ma tu sei seria? Mi butti fuori per un gatto? Lo capisci che resterai sola, a quarantanni, con»

«Il tempo stringe.»

Buttava maglioni in valigia, seminando offese creative. Io ero silenziosa, ogni parola una conferma di quanto avessi ragione. Giuseppe, intanto, se ne stava sottosotto una sedia, regale e zitto.

Alla fine, chiusa la valigia, viene verso di me.

«Ma dai, Francesca, ho esagerato. Parliamone. Perché non lo portiamo da tua madre? Dai, quellodore»

«No», gli ho risposto secca. «Non è questione di odore, Alessandro. È che mi hai obbligata a scegliere.»

Quando il portone ha fatto clac, sono andata in cucina e mi sono versata un bicchiere dacqua. Giuseppe è uscito, si è avvicinato zampettando piano, mi ha sfiorato la caviglia col naso umido e ha detto, sintetico e saggio: «Miao».

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Il mio coinquilino mi ha dato un ultimatum: «Non ce la faccio più!», ha urlato appena mi ha visto. «Sono stufo di questo vecchio gatto!»… Così l’ho cacciato di casa — ha scelto la persona (e il gatto) sbagliata con cui vivere.