Alessio Bedano è cresciuto senza padre. O meglio, un padre lo aveva, ma quando Alessio ha compiuto 4 anni, suo padre è venuto a mancare.

Mi chiamo Marco Bellini e questa è la storia che ho scritto nei giorni più difficili della mia vita.

Sono cresciuto senza un padre. Per la precisione, mio padre cera, ma quando ho compiuto quattro anni, è venuto a mancare. Si chiamava Michele Bellini, lavorava nei Vigili del Fuoco e perì durante le operazioni di soccorso in seguito a un terremoto in una delle regioni del Medio Oriente. Insieme a lui morì anche Rex, il pastore tedesco che mio padre aveva cresciuto fin da cucciolo.

Mio madre, Giuliana, rimasta sola, non si è mai risposata e mi ha cresciuto con tanto amore e dedizione.

A quattordici anni decisi di iscrivermi a un corso di cinofilia presso il circolo degli amatori dei cani della nostra città, Firenze. Giuliana non si oppose, ma intuivo che temeva che scegliessi una strada rischiosa come quella di mio padre. A sedici anni, ho portato a casa un cucciolo di pastore tedesco. Ho a lungo cercato il nome giusto, senza mai deciderne uno.

Un pomeriggio, rincasando da scuola, ho sentito mia madre parlare al cucciolo:
Eh, discolo mio, ne hai combinata unaltra delle tue, monello!
Sorrisi. Da bambino, quel rimprovero me lo faceva anche a me, ogni volta che tornavo a casa sporco da capo a piedi.
Così sono entrato in stanza e ho detto, ridendo:
Ecco trovato il nome: lo chiameremo Discolo.

In due anni, Discolo è diventato un cane magnifico, forte e disciplinato. Ero davvero fiero di lui e anche del lavoro che facevamo insieme.

Alla chiamata di leva, chiesi esplicitamente di servire nellunità cinofila con il mio cane. In segreto, preparai Discolo a una vita militare, sperando di superare con successo tutti gli esami. Fummo inviati in un centro di addestramento, dove per tre mesi abbiamo dimostrato di essere una squadra valida e affiatata.

Poi venne il giorno della destinazione: ci assegnarono al confine tra Italia e Slovenia. Ci accolsero con calore e in poco tempo tutti in caserma ci chiamavano Discolo e Sfortuna: ogni volta che uscivamo in pattuglia, si sentiva dire Discolo e Sfortuna sono in missione!.

Il servizio proseguì regolarmente, fino a quando una notte, durante lennesima ronda, accadde un fatto tragico. Incrociammo dei malfattori; seguì un conflitto a fuoco, durante il quale un compagno fu ferito, un altro perse la vita, e io scomparvi nel nulla.

Anche Discolo rimase ferito. La pattuglia batté lintera zona per cercarmi, ma di me nessuna traccia. Per un mese intero, le autorità di entrambi i paesi condussero ricerche estensive, senza alcun risultato.

Un ufficiale dei carabinieri si presentò un giorno a casa di mia madre con Discolo, ormai ristabilito, anche se zoppicava vistosamente su una zampa anteriore. Raccontò laccaduto, parlò di speranza, di miracoli, di proseguimento delle ricerche, ma mia madre ascoltava solo a metà. Accarezzava il cane che si rannicchiava ai suoi piedi, con la testa sulle ginocchia, e mormorò:
Oh, povero mio Discolo

Da quel giorno, i frequentatori del parco vedevano sempre una coppia insolita: una donna e un pastore tedesco claudicante che camminavano piano, fianco a fianco. Li univa una dolcezza e una dignità che chiunque li incontrasse percepiva come qualcosa di più profondo di una semplice relazione padrona-cane.

Mia madre dava ordini con voce dolce, parlava fitto fitto al cane, che ascoltava serio e non abbaiava mai.
Discolo, oggi facciamo le focacce con i funghi e il cavolo, così domani, che è domenica, ti porto al fiume a nuotare, gli diceva affettuosamente.

Passò un anno. Tornarono i carabinieri, portando viveri, cibo per cani, spiegando che bisognava aspettare ancora solo un anno per poter dichiarare ufficialmente che ero scomparso.
Mamma ascoltò tutto con calma, ringraziò per la cortesia, poi chiuse la porta con uno strano sorriso sulle labbra.
Non badare a loro, Discolo. Marco è vivo, io lo sento.

Una sera suonò alla porta un giovane che mia madre non conosceva. Discolo scodinzolò, invece di abbaiare.
Buonasera, signora Giuliana. Sono Nicola Parisi, ho fatto servizio insieme a suo figlio lui mi chiamava sempre Sfortuna, spiegò il ragazzo velocemente, vedendo la sorpresa di mia madre. Poi si rivolse al cane:
Ehi, Discolo, mi hai riconosciuto, monello! disse sorridendo.

Restarono a parlare fino a tardi. Nicola raccontava episodi della vita militare; mamma offriva tè e biscotti, mostrava le foto di quando ero bambino, e ridevano ricordando i vecchi tempi.

A un certo punto Nicola si fece serio. Con voce quasi impercettibile, disse:
Signora Giuliana, non pensi che sia impazzito esordì con esitazione.
Dimmi, Niccolò, che cosa succede?
Marco mi ha chiesto, in sogno, di dirle che tornerà a casa.
Mia madre sgranò gli occhi, si coprì la bocca e iniziò a piangere silenziosamente. Discolo si alzò dal cuscino, si avvicinò a Nicola e gli appoggiò la testa sul ginocchio, abbaiando senza paura.
Non si preoccupi. Io non lho visto, non so dove sia, ma due settimane fa lho sognato e mi ha detto di farle avere questo messaggio.
Mamma pianse senza più ritegno, Discolo la consolava leccandole la mano. Nicola rimase in silenzio, comprendendo che un sogno non è certezza di miracolo, ma non poteva esimersi dal compiere quellultima richiesta.

Passò un altro anno interminabile. Ancora quella strana coppia passeggiava tra le foglie doro degli ippocastani, immersi nellautunno fiorentino, senza vedere nessun altro che se stessi.

Una mattina di sole, mentre tornavano indietro dopo aver percorso tutta lultima aiuola del parco, da lontano si intravide una figura maschile, alta, avvolta dalla luce, che camminava zoppicando, rallentando mano a mano che si avvicinava.
Discolo si fermò, tese le orecchie, poi, guaiolando piano, tirò avanti verso quelluomo. Mamma lasciò cadere il guinzaglio. E lui, sentendo la libertà, dimentico della zoppia, corse incontro a chi aveva atteso per tanto tempo.

Mia madre, piangendo, restò ferma con le braccia abbandonate lungo i fianchi. E là, in fondo al viale, Discolo e Marco finalmente si abbracciarono, davanti a chiunque li volesse vedere.

Oggi, riguardando indietro a tutte queste difficoltà, ho capito che non è mai il tempo che conta, ma la forza della speranza e il legame sincero che ci unisce a chi amiamo. E so che, anche nei momenti più duri, vale sempre la pena di aspettare.

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Alessio Bedano è cresciuto senza padre. O meglio, un padre lo aveva, ma quando Alessio ha compiuto 4 anni, suo padre è venuto a mancare.