Io con te
Paolo, non so più cosa fare! Questa qui non dà retta a nessuno! Sè fissata: vuole avere il bambino! Ma che bambino, Paolino? Ma ti rendi conto? Ha appena diciannove anni! Tutta la vita davanti! Molla luniversità per cosa poi? Vai tu a lavorare come spazzina? Dobbiamo trovare una soluzione, tu devi aiutarmi, lo capisci!?
E come, mamma?
La voce di Paolo era così glaciale che Irina quasi fece cadere il telefono per lo shock. Lui, il suo figlio buono, gentile, solare mai le aveva parlato con quella freddezza! E ora? Cosa aveva sbagliato? Di certo, la colpa non era sua, ma di Lella! Si è innamorata, dice lei. Sciocca ragazzina! Che non ascolta mai la mamma! Ma ormai, che si può fare? Tanto si sa chi è la responsabile qui. Tutte quelle coccole, quei vizi, farla sentire unamica più che una mamma E adesso, Irina Rossi, incassa! Questeducazione così moderna, ecco cosa porta! Ma perché? Paolo, invece, è cresciuto che è una meraviglia. Ragazzo intelligente, ben educato, sempre disponibile! Ormai vive per conto suo, certo, che vuoi è un uomo, indipendente, solo che non lha ancora messa la testa a posto nonostante lei lo tartassi da anni per i nipotini! Quando arriveranno, si chiede! Va bene, quando Lella era piccola era solo corse: ginnastica, gare, allenamenti. Manco aveva il tempo di accorgersi che si faceva vecchia! Ora invece… la figlia autonoma, tutta presa da cento attività: lezioni, amicizie, il gruppo dei volontari… e ora si è fatto vivo pure quel coso lì, sia mai! Dove mai lavrà pescato? Una specie di ameba! Irina ha capito subito di che pasta era fatto, ma Lella… niente, si è persa nei suoi occhioni! Mai capito niente di persone, quella ragazza. Tutti buoni, per lei. Quante volte Irina ha provato a spiegarle che di gente buona ce nè meno che niente? Macché! Ed eccoci qua, a pagare tutto il teatrino. Con le feste alle porte e la sua emicrania a ogni risveglio. E adesso pure Paolo che le parla così!
Paolo, ma come ti permetti di parlarmi in questo modo?
Dov’è, mamma? Paolo sterzò allimprovviso, sinfilò in un vicolo e parcheggiò. La sua calma leggendaria era finita con la parola bambino. Le mani sul volante tremavano, la testa girava e sentiva la voglia di urlare. Ma urlare no, già fatto e non era servito a niente con Svetlana. Quindi, meglio calmarsi e fare qualcosa, almeno provare a far nascere vivo quel bambino: non era riuscito a essere padre del suo, nemmeno sapeva se doveva nascere un maschio o una femmina, e ora che almeno questo di Lella ce la faccia! Ah, mamma mia, che combini! Hai sempre adorato più Lella che me, con quegli occhi celesti e i ricci dorati, come si faceva a non strapazzarla di coccole? Lella, la piccina nata tardi, sembrava uscita da un dipinto. Tutta la parentela con quegli occhi Mattei, la nostra famiglia è famosa per quelli! Ma solo Lella aveva quella grazia fragile, quelle mani e gambe da ballerina scolpite. La mamma allora si vergognava, poi si pavoneggiava quando la vedeva svolazzare tra le cugine alle feste di famiglia.
Ma che meraviglia di bambina, sospiravano le zie regolando fiocchi e vestiti alle loro figlie.
Quando poi Lella salì sul tappeto, col body scintillante e le punte perfette, capirono tutti che era destinata a qualcosa di più del semplice piace agli occhi.
Irina si dedicò anima e corpo alle ambizioni ginniche di Lella, Paolo finalmente, liberato dai radar materni, si occupò della sua di vita. Lo amava la madre, sì, ma troppo fiera, troppo pronta a ricordare a tutti le sue prodezze.
Paolino ha vinto la gara di fisica, sì, la più importante! Il suo futuro è garantito, è un genio! Li vede quantè bello poter raccontare queste cose? Leducazione conta, ma basta solo starci dietro, non è difficile!
Nemmeno si accorgeva dei musi lunghi delle amiche. Lei, beata in quel suo mondo perfetto: figli belli e di successo, marito innamorato, un lavoro da prof dinglese che le dava soddisfazioni e pagava pure il doppio del normale a Milano.
Cè chi bada ai soldi e chi vuole il risultato. Chi investe bene sui figli, sa che li preparo allesame delluniversità anche partendo da zero.
E Paolo stava lì, tra lo stupito e lammirato, di come facesse a incastrare tutto la madre: corsi, casa, lavoro, prole. Una specie di mission impossible, che aveva ereditato da lei quel saper pianificare. Oggi anche lui aveva il calendario strapieno; menomale era sera, perché la notizia della madre lo aveva parecchio destabilizzato.
Quanto tempo era passato da quando aveva sentito:
Guarda che sono incinta. Ma non penso di portarla avanti, troppo giovane, troppa responsabilità. E la colpa? Tua. Quindi risolvi. Ho già trovato una clinica, ora paghi.
Madonna, che litigata quella volta! Prima volta da quando stavano insieme, tre anni di convivenza: Paolo urlava talmente che pensava potessero rompere i vetri. Non capiva: aveva chiesto mille volte a Svetlana di sposarlo, la casa cera (piccola ma sufficiente), la macchina, il lavoro proprio. Non era mica un milionario, però Svetlana non era mica una principessa, era una come tante, capitata alluniversità di Milano dal niente, con un paesino impronunciabile allanagrafe. Ridevano sempre per questo, almeno allinizio. Si erano messi insieme tra i corridoi, lui che scribacchiava sui muri, lei che con una furia saltellava per togliere la scarpa col tacco rotto:
Ma perché stai in mezzo? Non ci si passa! Le serve carta? E queste mura che le sporchi? Ma a casa tua fai anche così?
Gli abbaiò contro e scappò via a piedi nudi, in ritardo per lesame, mentre Paolo rimase lì incantato.
Alluscita Svetlana fece la gnorri, lo abbrancò sotto al braccio e sventolò libretta degli appelli sotto il naso:
Trenta e lode! Dobbiamo festeggiare! Proposte?
Stettero insieme più di un anno prima di andare a convivere. Allepoca Paolo viveva col nonno, su cui si era accollato perché mamma era sempre in viaggio e il padre fagocitato dal lavoro. Un anno dopo il nonno mancò e i suoi decisero che quella casa era troppo piccola; non che a Paolo desse fastidio, ma senza il nonno non ci voleva più stare. Quindi fu tranquillo a cambiare per una un po più grande. Il nonno gli mancava tanto; a volte pensava di sentirlo brontolare la mattina:
Vai, universitario, ti ho fatto colazione.
Il nonno era una roccia, come il rimorchiatore su cui aveva lavorato una vita, ma si era spento dopo la nonna.
Tra poco vado anchio, qui senza di lei che ci sto a fare?
Nonno! E io? E Lella?
Per voi resisto, voglio vedere cosa diventate. Poi là, lei mi aspetta, la mia colomba.
La chiamava colomba dal primo giorno.
Era dolce, fragile altra pasta, le donne di una volta. Io sciocco la facevo soffrire e lei, niente, sorrideva e diceva: «Paolino, oggi sei proprio agitato». Ecco. Mai un rimprovero, mai una scenata. Se almeno una volta avesse fatto casino! Sarebbe stato tutto più semplice.
Ma perché? Cerano motivi?
Eccome! La vita è lunga. Ma vedi, quando hai qualcosa da perdonare, poi fa meno male la nostalgia. Ecco tutto.
Paolo vedeva suo nonno spegnersi, come cera consumata. E capì allora cosera lamore vero: quello che resiste a tutto, anche al tempo.
Quellamore avrebbe voluto con Svetlana, invece si ritrovò a essere solo il bancomat per pagare la clinica. Lei prese la carta da sola; dopo la lite, buttò le sue cianfrusaglie in valigia, si prese dal portafoglio la carta di credito e via, sbattendo la porta. Paolo se ne accorse solo quando arrivò lsms: prelievo grosso. Chiamò subito la banca e bloccò tutto.
Mentre la madre si disperava e il padre le zittiva piagnistei:
Quando serve, ci siamo.
A loro, Paolo non confessò nulla: si era lasciato con Svetlana e basta. Meglio così, la madre avrebbe infierito sulla memoria di Svetlana per generazioni. Tanto valeva fare il duro.
In camera sua, seduto sul vecchio divano da studenti che i suoi non volevano proprio cambiare, stava buio, le idee andavano a rallentatore, dense come melassa e nessuna speranza in vista. Fino a quando spuntò Lella.
Entrò, stette un po in silenzio, poi si accucciò sul tappeto con quelle sue braccia e gambe impossibilmente lunghe, gli tolse le lacrime col dito, si prese anche il sale delle sue lacrime sulla lingua e disse:
Stai male Pao, che posso fare? Io vorrei aiutarti, ma non so come.
Basta che stai qui. Così magari non mi viene in mente qualcosa di stupido.
Lei rimase. Una notte intera insieme, fino a quando la madre si rese conto che Lella non era nel letto: Avrà solo agitazione pre-gara, pensò. Non capiva che erano stati svegli a scambiarsi timidezze, silenzi, parole vere. Da lì, la sorellina si rivelò a Paolo come una persona sensibile e profonda. Era solo una sedicenne, ma con una saggezza rara.
Lella, tu dovresti fare psicologia!
Quando vide il volto della sorella illuminarsi capì di averle letto nella testa. Il problema era la mamma, che la voleva ginnasta famosa. Anche adesso, era piombata come la Bora in cucina, a rimproverare la figlia che ancora non sera lavata, a scompigliare i capelli al figlio (quanto gli dava fastidio!), poi via a preparare la colazione.
Quella volta, Lella vinse la gara. Volava sul tappeto come se volasse sulle nuvole, i giudici restarono a bocca aperta. Da dove veniva quellinterpretazione così sofferta della Habanera? Forse dalla notte passata ad ascoltare i tormenti di Paolo.
Quella vittoria poteva essere svolta per la carriera di Lella. Si aprì la possibilità di trasferirsi a Roma, già iniziavano a parlarne. Ma la sfortuna arrivò a tradimento. Tornando a casa dopo la palestra, non si accorse di due ragazzi che la seguivano. Quella sera il papà lavorava, non aveva chiamato Paolo per non farsi vedere piccolina, voleva arrivare da sola. Solo dieci minuti, pensava.
Signorina, aspetti! Ma dove corre! Abbiamo un cane! Guardi quanto è carino!
Un ringhio basso le fece accelerare il passo.
Non vuole salutarci? Troppo snob, eh? Ricky, prendi lei!
Da piccola aveva paura dei cani, Lella. Sapeva che meglio non correre, altrimenti quelli attaccano. Ormai si vedeva già davanti al portone del palazzo, la luce accesa nellandrone, la gente. Corse rapida, cercando di non mostrare ansia, sbagliò la presa sul corrimano, scivolò sul ghiaccio delle scale e volò giù.
Si svegliò in ospedale. La mamma pallida, col volto gonfio dalle lacrime, cullava il vuoto.
Mamma
Sei sveglia? Il tono stravolto: Lella capì che aveva pianto tutta notte Ma come hai fatto, Lellina? Ma come
Non capì mai se la madre era più dispiaciuta per la carriera finita o per i tempi lunghi di recupero. Di coccole e compassione, manco lombra, quella volta. Non che lavesse mai cercata. Ma in quel momento, avrebbe voluto tanto sentirsi dire almeno:
Piccina mia, tieni duro! Passa tutto, vedrai!
Invece fu Paolo a darglielo, il conforto.
Dai piccola, resisti! Lo so che fa male. Vuoi che ti porti una torta gigante? Adesso puoi! Ce la scassiamo tutta, pancia a terra! Oppure ti porto in braccio fuori e ti tiro le palle di neve dal parco? E poi, niente tristezza: ora ti prendo le stampelle rosa più fashion di Milano e ci prepariamo alluniversità. Hai cambiato idea su psicologia?
La abbracciava forte e lei si rifugiava in lui come in un bozzolo. Così, faceva meno male.
La riabilitazione fu lunga, ma alla fine del primo anno di università, Lella già camminava quasi come una volta, anche se non planava più, e a volte si sentiva la Sirenetta. Ma almeno aveva buttato stampelle e bastone: una vittoria! Le stampelle rosa, riverniciate da Paolo in una carrozzeria, voleva tenerle come ricordo. Poi, nel gruppo dei volontari, capì che cera chi stava davvero peggio. Così regalò le stampelle a Elena, la coordinatrice, che era disabile, ma sapeva dirigere i soccorsi come nessuno, sempre dalla sua stanza in casa.
Elena, qui manca solo il letto da campo… Lella preparava tè e panini nellattesa che arrivassero i ragazzi del gruppo di ricerca, impegnati a trovare un bambino sparito.
Ma cosa me ne farei io della tranquillità, Lella? Meglio sentirsi utili, meglio una vita così, piena.
È lì, tra i volontari, che Lella incontrò Massimo.
Su questo, Irina aveva ragione: Massimo era tutto tranne che appariscente, quasi invisibile, non ti ricordavi la faccia, ma le mani e il cuore non si fermavano mai. Lella conosceva il suo passato, ma sapeva che la mamma non lavrebbe mai capito (e perdonato). Per Irina, Massimo non era affatto altezza della figlia.
Era entrato nel gruppo quando era scomparso il suo patrigno. Aveva tentato da solo per ore, poi, esasperato dal muro della burocrazia, aveva chiamato i volontari: la polizia chiedeva di aspettare per la denuncia.
Ha il diabete! Può essere grave! Massimo stava per urlare, nessuno lo ascoltava.
Gennaro, il patrigno, era il terzo compagno della madre di Massimo, ma fu lui il padre vero. La mamma, Zina, il primo marito lo lasciò incinta nessun matrimonio, solo promesse. Così Massimo fu cresciuto dai nonni:
Ce la facciamo noi! È nostro sangue!
Per due anni la mamma fu presente, poi partì a lavorare e lasciò il figlio in famiglia, con visite e poche chiamate. Massimo quasi la dimenticò, finché, verso i dieci anni, lei tornò con un nuovo compagno, Vito, rigido e ruvido da far paura.
Quando Massimo combinò qualche danno a scuola, il primo litigio fu una fuga di casa salvata solo dal nonno:
Vieni, resti con noi, da lì non ti mando più.
La madre ci tornò il giorno dopo, ma Massimo fu irremovibile: voleva casa sua, con i nonni.
Vito fu liquidato dopo meno di un anno:
Semplicemente incompatibili, Massimo! Zina titubava, chiedendogli scusa.
A Massimo non interessava, lì era la sua famiglia.
Gennaro apparve sei mesi dopo. Gli amici la incitavano: Vai, Zina, non lasciartelo scappare! Sì, è vedovo, sì più grande, ma che omone! E adora i bambini!. Lei si convinse presto, Massimo molto meno: imponente, ansimante, Gennaro non faceva gran colpo allinizio. Ma poi, la svolta fu una pesca allalba: nessuna chiacchierata intensa, solo silenzio, ma cambiarono tutto. Da quel giorno Massimo lo accompagnava ovunque e si confidava solo con lui col tempo.
I nonni morirono uno dopo laltra e Massimo si trasferì da mamma e Gennaro. Quando la madre si ammalò di tumore, Gennaro già stava per adottarlo ufficialmente: Se vuoi, tu non sei più solo, ci sarò finché respiro.
La scomparsa di Gennaro avvenne tornando da lavoro: una telefonata a Massimo per dirgli di comprare il pane, poi più nulla. Un autista del bus ricordava solo la giacca scura, poca gente in giro; Gennaro scese prima della sua fermata e magari si incamminò nel parco, dove non lo trovarono. Avessero avvisato prima, magari si salvava: lo trovarono congelato.
Massimo portò subito la sua energia nel gruppo dei volontari.
Lella lo presentò da subito a Paolo:
Mi piace, Paolino. Forse anche più che solo piacermi.
Bene, no?
Sì, credo
Comè come persona?
Mi sembra buono
Paolo dovette ammettere che aveva ragione. Certo, in foto sembravano il bello e la bestia: lei alta, filiforme, lui quasi evanescente. Ai genitori locchio non piacque, ma Paolo appoggiò subito la sorella.
Limportante è che sia una buona persona, giusto?
Irina fece una smorfia di dispetto, il padre rimase neutro: Vedremo.
Eh, visto cosa abbiamo visto, pensava Paolo, accendendo il motore e uscendo dal vicolo. Doveva trovare Lella. Dopo la scenata con la madre dubitava andasse a buttarsi nel Naviglio, ma meglio non rischiare. E Irina neanche immaginava che Massimo non cera già più. Il loro bambino, invece, stava per arrivare.
Una sciocca, surreale fatalità tolse la vita a quel ragazzo luminoso. Una sera, tornando a casa, mentre parlava con Lella al telefono, attraversò la strada senza arrivare alle strisce, senza accorgersi di indossare una giacca nera invece che la chiara. Il conducente non poteva vederlo, come biasimarlo? Paolo conosceva quella strada di Milano che sembrava studiata per nascondere la gente dopo il tramonto.
Era successo tutto due giorni prima. Domani ci sarebbero stati i funerali, e Lella non aveva detto nulla ai genitori. Non parlava da ore, non riusciva neppure a piangere.
Non escono le lacrime, Pao. Niente. Solo magari brontolo nella federa, piano, così mamma e papà non sentono
Non hai detto loro nulla?
Non ce la faccio. Mamma parte… e io ora non reggo
Perché Lella non gli avesse detto del bambino, Paolo non lo sapeva. Forse non lo sapeva nemmeno lei, o magari, sapendolo, non se lera sentita di telefonare.
Troppe domande, nessuna risposta.
La porta dellappartamento di Elena, come sempre, era aperta. Paolo bussò piano sulla porta della cucina, Elena si girò con un sorriso e disse:
È in camera mia, vai. Ti stava aspettando.
La stanza era buia, Paolo evitò di accendere la luce. Se Lella stava piangendo, il bagliore le avrebbe fatto male.
Paolo
Sono qui.
Meno male
Il suo sospiro era così fragile che Paolo le si avvicinò e, avvolgendola con il plaid e tutto, la strinse forte a sé.
Non temere, piccola. Sono con te. Ce la faremo! Adesso sembra impossibile, ma vedrai, arriverà quel bimbo e pure la felicità tornerà. E sarà speciale, perché avrà una mamma e un papà come voi e di meglio, dico io, non cera proprio!
Lella finalmente scoppiò a piangere, affondata fra le braccia del fratello.
Anche tu dovevi fare lo psicologo, Pao Ti sarebbe venuto bene. Sto così male, se solo sapessi quanto
Quella sera Paolo portò Lella a casa sua. Ai genitori disse che da quellistante avrebbe vissuto con lui, e che se non volevano perdere entrambi i figli, dovevano abituarsi allidea che Lella le sue scelte se le sarebbe prese da sola.
Il seguito? Un casino. Nausea a raffica fino quasi al parto, trattative infinite coi genitori che solo pian piano accettarono che i figli erano adulti e che non volevano più le loro imposizioni. Il papà collaborava in segreto: aiutava Lella a prepararsi a diventare madre, portava i regali per il nascituro e aveva trovato un ginecologo fantastico che la seguì per tutta la gravidanza.
La piccola Vittoria saltò fuori una mattina presto, stremando la madre e inaugurando la sala parto con un urlo così intenso che lostetrica scoppiò a ridere:
Ehi, che voce! La mamma una silfide, la figlia un basso! A chi sarà presa?
Il papà, disse Lella, guardando il visetto corrucciato della figlia e sorridendo. Era la nuova vita E Massimo avrebbe continuato a vivere attraverso lei, con quegli occhi che non erano mica dei Mattei, ma suoi. Paolo avrebbe proseguito il ramo della famiglia, ma Vittoria era la continuazione di Massimo
Tre anni dopo.
Vitto! Vieni qui, ho un regalino per te!
Paolo! Ancora uno? Lella spuntò dal cucinotto con le mani piene di farina. È Capodanno, mica il suo compleanno! Così la vizi troppo sta figlia mia!
Ne ho ben diritto! Gli zii e i padrini servono a questo! Quello di prima era da zio, questo è da padrino!
Vittoria lasciò in pace la coda del gatto, che abbozzava dai piedi del divano della monolocale che Paolo aveva comprato per Lella dopo aver venduto la sua e aver ricomprato due bilocali attigui, così siamo vicini, diceva lui.
Gli occhioni proprio quelli di Massimo si fissarono sulla scatola. Quando Paolo laprì, brillavano più delle luci sullalbero.
Ti piacciono?
Vittoria accarezzava con un dito le decorazioni di vetro, come se stesse maneggiando cristalli del duomo.
Posso?
Ma certo! Le ho portate apposta. Dai, attacchiamole sullalbero!
Lella entrò in sala asciugandosi le mani, mentre Paolo issava la nipote a sistemare il piccolo Schiaccianoci.
Ma che incanto! Paolino, sono bellissime! Ma è vetro! Se si rompe?
Nessun problema! Ormai so dove ricomprarle. Guarda che occhi fa, intanto.
La piccola, seduta a gambe incrociate davanti allalbero, con un braccio attorno al gatto, raccontava in fretta-fretta una storia, perdendo pezzi di parole nella foga. Il racconto era tanto avvincente che temeva che il gatto si stancasse prima della fine e se ne andasse lasciandola senza pubblico. Ormai la sapeva a memoria, proprio ieri erano stati a teatro con Paolo e oggi aveva ballato tutto il giorno imitando le ballerine.
Eh, ci sa già fare senza di noi, a quanto pare! Altro che non le sarebbe piaciuto!
Ma sì… Pensavo fosse troppo piccola e non sarebbe rimasta buona. E invece, tiè, mi sbagliavo di brutto. Mia figlia, calma come un frate!
Paolo la guardò di traverso e rise:
Me lo ricorderò stanotte, quando provi a metterla a nanna! Vedremo chi è calma e chi no! Mi dai da mangiare, almeno? Devo ancora lavorare, io!
Ma non resti? Vengono anche i nostri!
Meglio così, faranno i nonni un po di più. Io torno stasera, vado a salvare il gatto che se no finisce schiacciato.
Sai che la mamma ha trovato una scuola di danza per Vittoria?
Oddio!
Eh sì. E adesso?
Vediamo di distrarre la nonna! Troviamole unattività, che così la indirizziamo su altre cose
E se non funziona?
Allora ricordatelo: tu sei la madre e io sono lavvocato difensore! A noi due non ci batte nessuno.
Quindi dici che ce la facciamo?
Garantito! Ma ora si mangia?
Eccoti accontentato! Ma guarda che se non ti sistemo io, qui finisci single come una bestia. Ci manca solo la moglie che ti sfama!
Lella scansò una carezza e scappò ridendo.
Ma vi siete messi daccordo tu e la mamma? Così non avrò mai nipotini!
Oh, queste donne!
La figurina di Clara ruotava appesa allalbero, spinta da un ditino. Vittoria cominciò a canticchiare, poi si mise a danzare. E il gatto si tolse dal mezzo, lasciando passare quella che, chissà, un domani potrebbe diventare la prossima Carla FracciLa luce morbida sfiorava i capelli biondi di Vittoria, mentre la sua voce si perdeva in una melodia sottile di natale. Danzava goffamente, con lo Schiaccianoci stretto al petto, ridendo tra un passo e laltro. Paolo la osservava, lasciandosi conquistare dallincanto: quella piccola era insieme tutta la malinconia di ciò che non era stato e la promessa di quello che ancora poteva accadere.
Lella gli si accostò senza far rumore e, mai come allora, Paolino si sentì davvero fratello maggiore, con il cuore che batteva largo e grato per quel miracolo fra le mani. Erano cambiati tutti: Irina più tenera (a modo suo), papà riflessivo, più incline ad ascoltare le storie della nipotina che non le imprese al lavoro, e loro due, fratello e sorella, finalmente complici e adulti, custodi luno del sorriso dellaltra.
Dallingresso arrivò il profumo della torta appena sfornata: era la ricetta della nonna, Paolo ne riconobbe la nota precisa e, per un attimo, fu di nuovo bambino. Si voltò, incrociò lo sguardo di Lella: senza parlare, si sorrisero.
Vittoria alzò lo Schiaccianoci sopra la testa, solenne: Guarda, zio, ora Massimo vola davvero!
E Paolo, col fiato corto per la commozione, pensò che sì, la felicità forse è proprio questo: riconoscere ogni giorno chi resta, abbracciare le ombre leggere di chi si è perduto, ballare comunque, mentre nuove storie nascono tra la luce che filtra dalla porta.
Poi la campanella trillò. La piccola, con occhi spalancati, gridò: Arrivano i nonni, arrivano tutti! e corse incontro a chi amava, trascinando dietro di sé, in un nugolo di risate e abbracci, tutta la vita che ancora doveva essere vissuta.
Fuori cominciava a nevicare. E dentro, attorno allalbero, si seppero finalmente, davvero famiglia.




