Riunirò tutti a casa mia
Anna Vesnina posò il tablet e prese il telefono:
Nonna, come stai? Ti senti meglio oggi? Tutto bene? E il nonno? Beh, se sta cucinando le patate, allora tutto a posto. Ho finito il lavoro per oggi, passo a prendere Daniele dalla palestra, facciamo un salto al supermercato e tra poco saremo a casa.
Poi Anna compose un altro numero:
Ciao Jacopo, sto tornando, tu e Chiara quando arrivate? Siete già in macchina? Perfetto, allora! Il nonno sta preparando le patate al forno, ceneremo tutti insieme.
Anna si alzò, mise le sue cose nella borsa. Salutò i colleghi con un cenno:
Ciao a tutti, io vado. A domani!
Ciao Anna, buona serata!
Sotto la scrivania si sfilò rapidamente le scarpe, infilò il trench e lanciò uno sguardo distratto alla finestra che ormai sfumava nel blu della sera. Era una calda serata dautunno. Le luci della città, quelle tipiche di Milano, brillavano amichevoli, la gente affrettava il passo verso casa dopo ore di lavoro. Anna vide la sua immagine riflessa nel vetro e sorrise chissà, non avrebbe mai detto di arrivare a vivere una vita così normale e autentica. Una casa, una famiglia; anche lei, come tutti, che la sera torna da chi la aspetta. Un tempo ne era certa: queste cose non sarebbero mai accadute per lei.
Aveva una famiglia strana, sì, ma erano felici e si volevano bene.
Sua madre laveva lasciata appena nata. Era fuggita dallospedale subito dopo il parto. Anna era cresciuta in un orfanotrofio in periferia, da sempre con una cartella giudiziaria che diceva: madre sconosciuta, nessun documento, padre assente. Il cognome Vesnina le era stato dato da chi laveva trovata, nata in primavera. Come mai Anna, nessuno lha mai saputo. Da bambina a scuola si circondava sempre di maschi. Il suo migliore amico si chiamava Jacopo, un anno più grande, anche lui Vesnina per lo stesso motivo. Anna era una studentessa modello: ordinata, ubbidiente, con una voglia matta che qualcuno finalmente la scegliesse per portarla a casa. Come vivevano davvero i bambini in famiglia lei laveva visto solo nei film. Ma non veniva scelta: forse troppo allampanata, forse semplicemente sfortunata. Il giorno in cui Jacopo fu adottato, Anna pianse tutta la notte. Non era invidia, solo dolore per la perdita del suo unico amico. Jacopo laveva guardata di traverso dietro le lenti: Vuoi che rinunci, Anna? Sei matto Jacopo? Questa è una fortuna, vai, è la tua strada. Ognuno ha il suo destino. Ti troverò, te lo prometto!, aveva detto Jacopo, ma Anna aveva solo sorriso: Non serve.
Anna finì il liceo, poi il corso da geometra, vita da studentessa lavoratrice in un convitto. Dopo il diploma, il Comune di Milano le aveva assegnato una piccola casa popolare di periferia, da sola, come spettava agli orfani. Era molto fuori mano, ma non importava. Riuscì a trovare lavoro in uno studio di progettazione. La sua vera vita adulta iniziò così. Amiche ne aveva parecchie al lavoro, ma la famiglia vera per lei poteva aspettare: aveva deciso così. Sognava una casa grande, un marito da amare e che ricambiasse, dei figli: almeno due, magari tre. Li immaginava correre e ridere, sentire solo: mamma, papà! A lei mancava tantissimo poter sentire davvero quelle parole, calde e quasi misteriose. Aprire la porta ed essere accolta da: Mamma, papà sono a casa! Un po come nelle fiabe.
Un giorno, tornando a casa, la porta del portone si spalancò di colpo: un ragazzo le corse incontro quasi travolgendola, aveva una borsa in mano. Entrando vide una vecchietta stesa sui gradini:
La pensione… la borsa… mi ha spinto. Gli occhiali, dove sono i miei occhiali… non vedo nulla!
Anna tentò di inseguire il ragazzo, ma ormai era sparito. Aiutò la signora a rialzarsi, per fortuna aveva solo preso una brutta botta.
Come si fa, figlia mia, a comportarsi così? la donna piangeva Perché? Cosa ho mai fatto di male?
Anna la accompagnò fino a casa: il marito era a letto, malato e non si alzava. Tornò spesso a trovarli, portando la spesa: con la pensione rubata, non potevano permettersi niente. Denunciarono il furto, ma il ragazzo non fu trovato, anche se Anna era convinta di averlo riconosciuto. La borsa con i documenti fu ritrovata qualche giorno dopo vicino al portone almeno quello.
Col passare dei mesi Anna cominciò ad aiutare sempre più spesso la nonna Tina. Chiamò i medici per il nonno Andrea, fu curato e subito gli anziani sembrarono più sereni. La chiamavano ormai nipotina, la volevano a casa loro, tanto più che non avevano altri parenti.
Una sera sul tram Anna conobbe un ragazzo. Sentiva gli occhi puntati su di lei, sorridenti:
Signorina, ha un viso così familiare! Ci siamo già visti da qualche parte?
Anna rise:
Non credo proprio.
Il ragazzo era simpatico e nel breve tragitto verso casa le raccontò praticamente tutto: si chiamava Gennaro, viveva con la mamma, lavorava come operaio. Pareva proprio di averlo già visto, chissà dove.
Gennaro cominciò a passare ogni sera, laccompagnava a casa. Un giorno lo invitò da lei: tè caldo, qualche tartina, e poi le raccontò anche del suo passato da orfana. Gennaro la guardava come se volesse dirle qualcosa, ma si tratteneva. Forse la compativa. Anna sentiva qualcosa che non la convinceva, ma allinizio gli si era affezionata.
Poi accadde limpensabile: una sera, Gennaro arrivò, Anna stava preparando il tè, lui la raggiunse e la abbracciò. Lei cercò di distendersi:
Genna, magari non corriamo, ok?
Ma lui la strinse più forte. Poi Anna urlò, ma Gennaro, con voce cattiva, le disse:
Lo sapevo che mi avresti rovinato! Ti hanno detto che sei quella dellorfanotrofio! Ho visto pure lidentikit! Per colpa tua sono dovuto sparire E ora zitto, chi ti crederà? Nessuno ti aiuterà mai!
Anna non denunciò nulla: aveva paura che la sua storia finisse sotto i riflettori. E dopo un mese, la portarono via dal lavoro con lambulanza. Gravidanza extrauterina, danni seri, probabilmente figli non ne avrebbe potuti avere mai più.
Fu nonna Tina a curare Anna: parole dolci, brodo caldo, infusi di erbe per farle ritornare le forze. Anna uscì dallospedale svuotata, senza sapere cosa fare della sua vita. Un giorno i passi la portarono davanti al monastero di San Maurizio. Era un autunno avanzato, il cielo profondo e limpido, le cupole brillavano e le campane scandivano lora. I volontari sistemavano i giardini, ormai sfioriti.
Vesnina, Anna? Sentì una voce alle sue spalle.
Si girò: uno dei volontari le sorrideva, felice.
Anna! Ti cercavo!
Jacopo, sei tu? Lo riconobbe finalmente.
Lo abbracciò e scoppiò a piangere. Lui le asciugò le lacrime:
Anna, vieni in refettorio. Oggi cè un risotto buonissimo, torta e tè. Poi parliamo.
Neanche ricordava bene come, ma raccontò tutto a Jacopo e lui lo stesso a lei: di come era stato adottato e maltrattato dal patrigno, di come era scappato, ferito a una gamba, e da allora viveva al convento. Una seconda vita per lui.
Tornando a casa, Anna capiva che dopo quellincontro era rinata. In quei giorni non sarebbe neanche tornata a casa, e rimase in monastero qualche giorno. Lì decisero tutto: nonna Tina e nonno Andrea da tempo le proponevano di intestarle la casa, ma Anna e Jacopo ebbero unidea ancora migliore.
Nonna Tina e nonno Andrea furono ancora più felici: finalmente qualcuno avrebbe vissuto con loro! Con due anziani soli e malati, chi mai avrebbe accettato? Invece ora Anna e Jacopo Vesnina sono sposati da cinque anni, da tempo si sono trasferiti in una bella casa fuori Milano, dove cè posto per tutti. Nonna Tina e nonno Andrea sono la colonna della famiglia e si sentono amati e parte di qualcosa di grande. Ma il sogno più bello di Anna si è realizzato due anni fa: hanno adottato due bambini, Daniele e Chiara, proprio dallo stesso orfanotrofio in cui erano stati loro.
Jacopo, ricordi quando speravamo che qualcuno ci avrebbe portati via per farci una casa? Guarda che occhi hanno adesso E promettiamoci che saremo i genitori che noi avremmo sempre voluto.
Ora:
Mamma, dovè papà? Nonna, vieni! Guarda cosa abbiamo costruito con il nonno!
Anna non vuole più pensare alle cose brutte del passato. Anche se nonna Tina, un giorno, le ha sussurrato che avevano preso chi le aveva fatto del male, beccato su unaltra malefatta. E questa volta, per tanti anni.
A ciascuno il suo, nella vita vera e nellaltra, quella eterna.
Scrivo queste parole e dentro sento una pace nuova: anche dalle prove più dolorose può nascere una famiglia. Ho capito che lamore, quello vero, si trova spesso dove meno te laspetti, e che la vita non smette mai di sorprenderci, basta avere il coraggio di aprire la porta.



