«Sorpresa!» esclamò la famiglia, presentandosi alla mia festa dei quarantanni senza invito. «Reciproca», risposi io. «I sorprese le paga chi le organizza.»
Giulia aggiustò con eleganza la spallina dellabito verde smeraldo davanti allo specchio. Guardò la sua immagine con occhio critico, ma il risultato la soddisfò: quarantanni. Per alcuni un numero da brividi, per Giulia significava libertà, indipendenza economica e la capacità, finalmente, di dire un deciso «no».
Giuli, il taxi ci aspetta già sotto, chiamò fuori dalla porta dingresso Marco, lo sguardo acceso di ammirazione. Oggi sei davvero splendida. Sicura che non vogliamo avvisare nessuno?
Marco, ne abbiamo già parlato, rispose lei, afferrando la pochette. Niente ospiti, niente ore in cucina, niente mi tagli un attimo linsalata? o hai visto le mie pantofole?. Solo tu, io, un ristorante chic e silenzio assoluto. Voglio godermi una fiorentina senza i consigli di tua madre su come masticare correttamente.
Marco rise. Sapeva bene che il rapporto tra Giulia e la suocera, la signora Teresa, era simile a una guerra fredda: lunghi silenzi gelidi alternati a tempeste di consigli indesiderati.
Ricevuto: oggi comandi tu, acconsentì.
Il ristorante Il Pavone Dorato non era stato scelto a caso: un locale raffinato con stucchi dorati, tende di velluto, e prezzi tali da far tremare i polsi anche al più esperto dei commercialisti. Il posto perfetto per sentirsi regina almeno per una sera.
Entrarono attesi a un tavolo appartato accanto alla finestra. Ma il maître, con un sorriso largo, li guidò verso linterno. Non verso la finestra.
Il vostro tavolo è pronto, cinguettò, indicando il centro della sala.
Giulia rimase bloccata: invece di un intimo angolo, si trovò davanti una tavolata per dodici, già occupata.
Capotavola tra stucchi e argenteria, sua suocera Teresa sfoggiava un abito di paillettes. Al suo fianco, il vecchio zio Ernesto, che Giulia incontrava ogni lustro, ficcava avidamente tartine al caviale in bocca. Sullaltro lato, la cognata Carla strofinava la bocca del figlio minore, mentre il fratellino, un vivace settenne, strappava i ricami della sedia settecentesca con la forchetta.
Sorpre-e-e-sa! proclamò Teresa, avvistando la coppia impietrita. La voce, temprata da anni allanagrafe, rimbombò nella sala.
Tutti si voltarono a guardare. Marco impallidì; gli occhi di Giulia lanciavano lampi gelidi, quelli che annunciavano tempeste.
Mamma? balbettò Marco. Ma che ci fate qui?
Come, che cosa? Teresa agitò le mani, sfiorando il calice. Lanniversario della nostra nuora! Pensavi la lasciassimo sola? Siamo una famiglia! Venite, ci stavamo già servendo.
Giulia si avvicinò lentamente alla tavola. Era un trionfo di storione affumicato, salumi dalta norcineria, bottiglie di Barolo e ostriche a cui zio Ernesto guardava sospettoso ma trangugiava come una ruspa.
Signora Teresa, disse Giulia pacata, avevamo prenotato per due.
Ma dai, non fare la musona! sbuffò Carla mentre si versava del vino. La mamma ha avvisato il ristorante che saremmo venuti in tanti. Un trambusto, ma ci hanno messi lo stesso! Giuli, ma perché labito scollato? A quarantanni serve distinzione, la pelle non è più di pesca
Carla, hai la maionese sul mento, tagliò Giulia con un sorriso gelido. E tuo figlio sta rovesciando la salsa sul tappeto del Settecento.
Un tonfo e il tintinnio di ceramiche rotte confermarono: il piccolo aveva lanciato il vaso di fiori.
Porta fortuna! gridò Teresa sovrastando il rumore. Cameriere, porti uninsalata di granchio e qualcosa di caldo!
Giulia si sedette. Marco si rimpicciolì sulla sedia, temendo lo sguardo da tiratore scelto della moglie.
Avete preparato una sorpresa, a quanto capisco, disse Giulia, piegando il tovagliolo.
Ma certo! Teresa si serviva storione per la terza volta. Sappiamo che stringi sempre la cinghia, fai tutto da sola Invece questa è una festa! Siamo tutti qui! Ernesto è venuto apposta da Ravenna, ha lasciato pure il lavoro.
Facchino, eh, la schiena sono messo male, mi serviva proprio una pausa, bofonchiò Ernesto. E il Barolo qui è un altro livello rispetto al vinello da te, Giuli.
Larroganza cresceva. Carla discuteva ad alta voce di figli che lorologio biologico non ticchetta più ma suona la sveglia, e che la carriera è roba da uomini, noi donne dovremmo pensare a zuppe e bambini. Teresa annuiva, ordinando i piatti più costosi.
Prendo lastice, decretò la suocera. Mai assaggiato prima! E anche Carla lo vuole. Ai bambini, il dolce più grande!
Mamma, costa un occhio borbottò Marco.
Zitto! lo bloccò la madre. È il compleanno di Giulia, tira fuori il portafoglio!
La scena raggiunse lapice dopo unora. Teresa, ormai rossa di vino, si alzò sbattendo la forchetta sul bicchiere:
Giulia cara, intonò con voce melensa, quarantanni Il fiore dura poco. Ti auguro di smetterla di pensare solo a te. Guarda Carla tre figli, marito che magari beve ma almeno una casa la tiene. E tu? Uffici, palestra Egoista sei, Giulia. Però, sappi, ti vogliamo bene. Alla famiglia!
Alla famiglia! ruggì zio Ernesto.
Carla rise sguaiata. Marco si preparava ad intervenire, ma Giulia gli posò la mano sulla sua.
Si alzò lentamente; la sala ammutolì. Il sorriso di Giulia fece indietreggiare anche il cameriere.
Grazie, Teresa, dichiarò forte e chiaro. Mi hai aperto gli occhi. Ho davvero fatto legoista a pensare che il compleanno fosse mio. Ma tu mi hai insegnato cosa conta sul serio: la famiglia.
La suocera annuì, fiera del trionfo.
E visto che oggi si parla di generosità e sorprese pausarono le sue parole. Cameriere!
Un ragazzo corse subito al tavolo.
Il conto, per favore.
Già? protestò Carla, finendo lastice. Ma non abbiamo mangiato il dolce!
Gustatelo pure, rispose melliflua Giulia.
Il cameriere portò la cartellina. Il totale era da capogiro, roba da auto usata e restava pure il resto. In due ore avevano mangiato via il bilancio annuale di un piccolo comune.
Ma che cifra! sibilò Teresa. Marco, la carta!
Giulia richiuse la cartellina e la restituì.
Scusi, disse rivolgendosi ad alta voce al cameriere, abbiamo conti separati. Per noi: due insalate Caesar, due bistecche e acqua minerale. Questo è il nostro.
Il silenzio cadde sulla sala. Si sentiva solo il ronzio di una mosca sul vitello tonnato.
Come sarebbe? il volto di Teresa divenne paonazzo. Giulia, stai scherzando?
Nessuno scherzo, Giulia toccò il POS con la carta. Bip. Pagato.
Non puoi! strillò Carla. Ma è il tuo compleanno! Sei tu che ci hai invitato!
Io? Giulia sollevò le sopracciglia. Vi siete autoannunciati: «Sorpresa!»
Si alzò, sistemò il vestito e guardò dallalto la suocera.
Siete piombati al mio compleanno senza invito, ordinando piatti che non avevo scelto, offendendomi nel giorno della mia festa. Carissimi, ricordate questa regola: le sorprese, le paga chi le organizza.
Marco! urlò Teresa portandosi una mano al cuore. Tua moglie è impazzita! Fai qualcosa! Mi sento male!
Marco si levò piano, osservò uno a uno i parenti. Poi fissò la madre, infine lo zio Ernesto che cercava di occultare la bottiglia di Barolo sotto il tavolo, e la sorella coi bambini impiastricciati.
Mamma, disse calmo, Giulia ha ragione. Se volevate una festa, eccovi la festa. Godetevela pure. Noi abbiamo altri progetti per la serata.
Prese Giulia sottobraccio e la guidò via.
Ingrati! sibilò Teresa, dimenticando acciacchi e cuori ballerini. Vi maledirò! Che non abbiate mai soldi! Carla, chiama i carabinieri!
Non serve disturbarsi, intervenne subito il direttore del ristorante, un omone con auricolare e, alle spalle, due robusti addetti. Ma il conto va saldato. Subito.
Giulia e Marco sgusciarono fuori tra le urla e i litigi.
Io non ho quei soldi! strepitava Carla. Ernesto, paga tu: hai mangiato più di tutti!
Io?! borbottò zio Ernesto, arrossendo. Ho solo assaggiato! È stata tua madre a ordinare tutto!
Vecchia a chi?! tuonò Teresa, senza parole.
Usciti nella brezza della sera, Giulia tirò un respiro di sollievo.
Come va? chiese Marco abbracciandola.
Pensa sorrise Giulia, finalmente libera il regalo più bello. È come essersi liberata di uno zaino di mattoni portato per dieci anni.
Non la digeriranno mai, sogghignò Marco.
Lo spero davvero, rispose Giulia. Ora sanno: le sorprese possono tornare indietro.
Epilogo (una settimana dopo)
Il numero di Teresa era ormai bloccato, ma le notizie arrivavano tramite conoscenti comuni. La giustizia era stata rapida e implacabile: ovviamente, nessuno aveva abbastanza contanti. La scenata al ristorante durò due ore.
Il direttore era inflessibile. Alla fine zio Ernesto dovette lasciare in pegno lorologio doro di famiglia, la sola cosa di cui andava fiero, scrivendo pure una dichiarazione. Carla chiamò il marito, che arrivò furibondo e fece il finimondo fuori, scoprendo il costo del conto. Quei soldi li stava mettendo via per le gomme invernali e la revisione della macchina: per Carla si prospettavano mesi grigi e austeri.
E Teresa? Tentò la farsa di un collasso, ma il 118 diagnosticò solo intossicazione da alcol e indigestione. Dovette sacrificare il salvadanaio per la nuova pelliccia.
La vera soddisfazione, però, fu unaltra. I parenti cominciarono a litigare tra loro. Carla incolpava la madre, Teresa tacciava Ernesto dessere un ubriacone, Ernesto pretendeva indietro lorologio. La coalizione contro Giulia si era dissolta da sola.
Giulia, seduta in cucina col caffè e un romanzo, ascoltava il silenzio. Il telefono taceva. Nessuno a chiedere soldi, a dare lezioni di vita o fare la morale.
La giustizia è un piatto da servire freddo. E, se possibile, con un conto separato.




