La vendetta nei salotti dell’alta società: Larisa ed Elena…

Vendetta nellombra della ricchezza: Laura ed Elena

17 marzo

Sono seduto nella penombra del mio studio, il bicchiere di Barolo lentamente vuota tra le dita, e ripenso a Laura. Lho sempre osservata da lontano, quella sera, ancora una volta, lho vista in piedi vicino alla finestra della sua splendida villa alle porte di Torino. Guardava le mille luci che si spargevano sulla città, immersa in quel tepore denso e silenzioso che solo le case dei benestanti custodiscono la notte. Ma il volto di Laura rifletteva un gelo strano, uno che non ha nulla a che fare con il marzo piemontese. Quel gelo era tutto suo, il prodotto di anni in cui aveva scelto di contare solo sulle sue forze, di costruire la propria fortuna con determinazione e sacrificio. Ma adesso, in quella casa magnifica, mi sembrava una farfalla in gabbia. Non prigioniera del lusso, ma della gente che le stava attorno. Gente che, da troppo tempo, le chiedeva aiuto senza mai restituire un briciolo di gratitudine. Ecco perché era così dura per lei: non poteva più sopportarlo.

A rompere la quiete fu Elena, la suocera alta, composta, sempre impeccabile con il suo tailleur beige di Valentino e il cappellino vezzoso che testimoniava senza dubbio il suo status. Era una di quelle donne che vedevano in Laura quasi un portafoglio ambulante, una benedizione economica di puro interesse. Quella sera, si presentò con la solita espressione seccata, uno sguardo che sapeva già tutto e pretendeva ancora di più.

Laura, mio fratello ha bisogno di rifare il bagno. Solo tu puoi aiutarci, con tutti quei soldi che ti girano in banca, disse Elena, allungando la mano con un sorriso che sapeva di beffa, pronta a riscuotere la sua parte.

Laura si irrigidì allimprovviso. Potevo intuire la rabbia nel suo respiro che si fa corto. Non poteva credere che, ancora una volta, Elena avesse osato tanto nel suo salotto. Ormai non cerano più umiliazioni che fosse disposta a tollerare.

Non sono un banco, Elena. È da un anno che mando avanti tutti voi! rispose Laura, la voce che tremava di rabbia repressa. Tutto il suo impegno, le sue notti insonni, venivano sistematicamente schiacciati da queste continue pretese familiari.

Elena non si mosse, anzi rincarò la dose con quella sua solita vena velenosa. Non ti vergogni? Con tutti questi euro, potresti salvarci almeno una volta! esclamò, lo sguardo che scivolava su divani in pelle e tappeti provenzali con la convinzione che tutto quello le spettasse di diritto.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Laura, furente, afferrò il cappotto dalla gruccia e lo lanciò addosso ad Elena.

Fuori da casa mia! Ho sopportato abbastanza la vostra arroganza! urlò, finalmente padrona della propria rabbia. Un grido che avrebbe dovuto liberarla da tanto tempo.

Elena, colta di sorpresa, barcollò verso la porta. Il suo volto era una maschera di sdegno e risentimento. Cercò di ribattere, ma Laura aveva già spento l’ascolto.

Te ne pentirai! Lorenzo saprà quanto sei tirchia! urlò Elena, prima che la porta le si chiudesse pesantemente davanti al naso.

Laura rimase sola, ferma nellatrio, mentre il silenzio calava su tutta la villa. Inspirò profondamente, lasciando andare, una ad una, le tensioni che lavevano tenuta prigioniera così a lungo. Aveva finalmente fatto ciò che andava fatto da tempo.

Qualche giorno dopo, Laura sedeva nuovamente accanto a quella finestra. Il panorama su Torino non la distraeva più; ora la sua lotta era interna. Aveva vissuto momenti bui nella vita, lo sapevo bene anchio, ma aveva sempre saputo rialzarsi. Questa volta, però, la battaglia era diversa. Lorenzo, suo marito, non capiva il suo dolore e probabilmente non avrebbe capito mai quanto la madre avesse manipolato entrambi.

Vide Laura prendere il cellulare ed avviare il numero di Lorenzo. Lui non rispose. Laura sapeva che ormai, giorno dopo giorno, tra loro era calato un muro. Lorenzo non sapeva davvero cosa stava succedendo. Ma Laura non voleva più fingere né giocare a fare la brava moglie accomodante.

Poi, in un ristorante semi-deserto di Via Roma, la vidi in abito scuro, illuminata solo dalla fioca luce delle candele. La sua bellezza non aveva la freschezza felice dei giorni migliori, era sempre più segnata da una stanchezza profonda. Quando Lorenzo entrò, il suo aspetto elegante risaltava tra i tavoli, ma lui esitò a lungo, come se temesse di affrontare la verità. Alla fine, si sedette di fronte a Laura, la voce incerta.

Laura, perché non ci dai nemmeno la possibilità di parlarne insieme? Possiamo sistemare tutto se ci impegniamo, le disse, ma aveva negli occhi una domanda a cui nemmeno lui sapeva rispondere.

Laura non si mosse. Lo guardava gelida e distante, come se tra loro fosse calato un inverno irreversibile. Si prese un attimo per respirare, ma la decisione era ormai scritta.

Non capisci, Lorenzo. Non è come pensi tu. Sono stanca di essere trattata come una comodità, come un oggetto, disse piano, ogni parola pesava come un macigno.

Lorenzo fece un gesto incerto, aggiustando la giacca. Non volevo che tutto finisse così. Sai che non sono riuscito a fermarla, si giustificò, ma suonava come la solita scusa.

Laura si alzò di scatto, sicura come non lavevo mai vista.

Sono esausta, Lorenzo. Non ho più bisogno di te. È finita, dichiarò con fermezza, voltandosi senza aggiungere altro. Lasciò Lorenzo immobile, incredulo, perso nel suo stesso rammarico.

Passarono altri giorni. Laura non cercava più di nascondere il dolore. Nel suo salotto silenzioso, guardava fuori, sentendo il peso nellaria che si faceva ogni giorno più sopportabile. Non sapeva cosa laspettasse, ma per una volta era certa di un fatto: non avrebbe più lasciato che qualcuno decidesse per lei.

Il cellulare, di nuovo, vibrò. Era Lorenzo. Questa volta, Laura rispose solo per sentire la voce che si spegneva nelleco della stanza.

Laura, devi capire. Non puoi sparire così, supplicò lui.

Ho già fatto la mia scelta, Lorenzo. Non tornerò più indietro, rispose Laura, con una malinconia dolce, ma senza traccia di dubbio.

Abbassò il telefono, sapeva che non ci sarebbe stato più nessun altro segnale. Quel gesto era la sua ultima conquista di libertà. Nel silenzio, si sentiva più leggera, come se finalmente avesse lasciato a terra la zavorra di una vita intera. Quella sera, mentre firmavo questa pagina del mio diario, capii che cè un prezzo da pagare per la libertà, ma nessuna ricchezza vale tanto quanto il potere di essere davvero padroni di sé stessi.

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