Cavaliere di 67 anni mi invita a cena. Sua figlia di 30 anni, scavando nel mio passato, mi pone una domanda imbarazzante… lui rimane senza parole… e io fuggo via all’istante.

Diario di Giuseppe, 67 anni

Stasera ho vissuto un episodio che non dimenticherò presto. Sentivo il bisogno di metterlo nero su bianco, perché certi incontri e incomprensioni ti restano dentro come una pietra nello stomaco.

Dopo cinque anni dalla morte di mia moglie, la solitudine mi era diventata quasi di casa. I figli Matteo e Serena ormai da tempo hanno costruito le proprie famiglie; e io, a sessantanni suonati, vivo tranquillo nel mio bilocale ordinato, pieno di fotografie e libri letti due volte. La solitudine non mi pesava troppo: mi dilettavo con la piscina, andavo alle mostre oppure mi cimentavo nel preparare la pastiera napoletana, che avevo imparato a conoscere solo nelle vetrine delle pasticcerie.

Eppure, lo sa bene chiunque abbia una certa età: la felicità è vera solo se condivisa. Avevo desiderio di raccontare una giornata, di lamentarmi del meteo, o fermarmi davanti a una vecchia commedia con qualcuno accanto, in silenzio.

Così, quando ho incontrato Alberto, sembrava la scena di un film di Scola. Ci siamo conosciuti al corso di ballo per over, al centro sociale di piazza Garibaldi a Torino. Mi ha invitato a danzare un valzer e non mi ha calpestato i piedi cosa rara con le signore inesperte e poi ha continuato a farmi complimenti per tutta la sera. Il mio cuore, invero arrugginito, si è riscoperto a colorarsi di un timido rossore.

Sessantasette anni, capelli argento, portamento elegante. Era impeccabile nella camicia ben stirata, parlava della sua vita da ingegnere e dei suoi anni tra i numeri. Anche lui, vedovo, adesso vive con la figlia e la sua famiglia.

Sei una donna speciale, Annunziata, mi diceva quando mi riaccompagnava davanti al portone. Le persone come te ormai sono rare.

Tra noi è nato qualcosa di puro: lunghe passeggiate, un gelato mangiato allombra, telefonate fino a sera, senza che mai il discorso scivolasse su questioni scabrose o richieste di denaro. Per me questo era il segnale più grande di rispetto.

E così, dopo nemmeno un mese, è arrivato linvito che aspettavo con quella dolce impazienza di chi si sente ragazzo: Alberto mi ha invitata a cena da lui, per presentarmi sua figlia.

Serena, mia figlia, non vede lora di conoscerti, mi ha detto con tono dolce. Ne ha sentito parlare tanto in queste settimane. Vieni da noi per una serata tranquilla.

Mi sono preparata come non capitava da anni: capelli messi in piega, abito buono, profumo dantan e il mio dolce migliore, la torta della nonna, che ho cucinato con cura tutta la mattina.

Appena arrivata in quellappartamento al terzo piano di un palazzo Liberty, mi sono sentita accolta e respinta allo stesso tempo. La casa profumava di libri e di cera, ma cera anche quella tensione sottile che si respira nei tribunali. Serena, trentanni, robusta, sguardo acuto e un piglio che mi ha ricordato certe cassiere che soppesano la merce difettosa.

Buonasera, ha detto, senza un cenno di sorriso. Papà è ancora indeciso sulla cravatta. Prego, entri.

Le ho offerto la torta; lei lha presa come si fa con un oggetto di scarso valore, poi è rientrata in salotto.

Il tavolo era apparecchiato con cura: bicchieri di cristallo, antipasti, primi. Si vedeva che si erano impegnati. Alberto era raggiante, mi ha subito invitata a sedermi accanto a lui.

Annunziata, fatti servire da Serena le lasagne! mi ha detto, sbrigativo.

Allinizio è filato tutto liscio. Si parlava del tempo, delle bollette che aumentano, delle ultime notizie. Serena, perlopiù, taceva, scrutandomi tra un boccone e laltro come se fossi uscita da un catalogo di aste.

Mi sentivo sempre più fuori posto, come se fossi una poltrona messa allincanto.

Poi, dopo il secondo e una tazza di caffè, Serena posa la forchetta, si deterge le labbra col tovagliolo e, fissandomi negli occhi, mi chiede:

Signora Annunziata, che tipo di appartamento possiede lei?

Il caffè mi è andato di traverso. La domanda è caduta, diretta come unaccetta, lasciandomi interdetta.

Scusi? sono riuscita a sussurrare.

Lappartamento, ha ribadito con puntigliosità. Proprietà totale? Quanti metri quadrati? Zona? Piano?

Alberto ha abbassato gli occhi nel caffè, come se il fondo della tazzina potesse offrirgli una via di fuga.

Un bilocale, ho risposto titubante. Zona Vanchiglia. Ma perché mi sta chiedendo questo? Centra qualcosa con la cena?

Serena allora si è accomodata, incrociando le braccia come una professoressa dura col compito di latino:

Semplicemente sì, signora Annunziata: siamo adulti, parliamo chiaro. Voglio sapere dove finisce papà. Non ci sono romanticherie, qui contano i fatti.

Fatti? ho guardato prima lei e poi suo padre, ma Alberto era tutto proiettato sulle venature della tovaglia.

Sì ha incalzato Serena : chi si occuperà di lui? Voglio essere certa che papà starà in un ambiente sereno, vicino a una farmacia e a un ambulatorio. Lui ha bisogno di pace e di cucina leggera.

Ho appoggiato la tazzina sul piattino. Il tintinnio del porcellano ha spezzato il silenzio come una campana lontana.

Occuparsi? ho scandito. E chi le ha detto che intendo occuparmene?

Serena mi ha guardata davvero sorpresa, le sopracciglia alte:

Come sarebbe? Siete venuta qui, papà parla solo di lei Siete una coppia, non è naturale andare a vivere insieme?

Magari ho detto io, ma dopo un mese forse è presto. E poi, perché dovrebbe venire da me suo padre?

Perché no? ha iniziato a contare sulle dita. Qui siamo in tre: io, mio marito, due figli in crescita. Da noi cè caos. Lui ha bisogno di calma. Lei vive da sola in un bilocale. È la soluzione migliore per tutti.

Lo ha detto con la naturalezza di chi cerca una pensione per un gatto durante le vacanze.

Pensavo ne sarebbe stata felice, ha concluso Serena, notando il mio silenzio. Un uomo in casa serve, le piccole faccende, compagnia. Così io posso respirare, tra compiti e lavatrici.

Senza contare il suo stipendio da pensionato che non tocco, ovviamente. Lui è semplice, le resterà più per sé.

Ho guardato Alberto:

Ma tu, Albe, che ne pensi? Davvero accetti di essere affidato come un pacco postale? Vorresti che io diventassi la tua infermiera gratis?

Alberto ha sollevato lo sguardo, colmo di una tristezza e una resa che mi hanno ferita.

Annunziata, ha mormorato. Serena si preoccupa. Da noi è rumoroso, da te sarebbe sereno.

Dentro me ribollivo. Pensavo fosse una storia, attenzione, affetto. Invece era un provino per fare la badante.

Basta, grazie per la cena. Il vitello era davvero tenero.

Ma dove va? si è irrigidita Serena. Non abbiamo ancora discusso i dettagli del trasloco. I mobili sono pochi, ma la sua poltrona preferita dovrà venire con lui.

Ho guardato questa donna decisa, che decideva del destino del padre come fosse un vecchio divano:

Serena, la mia voce era gelida, io cercavo un compagno da amare, non da accudire per semplificare la vita agli altri. Non sono una casa di riposo.

Poi, rivolta ad Alberto:

E tu, Alberto, cosa dici? Un uomo che lascia una figlia gestirgli la vita non fa per me.

Ma Annunziata ha provato Alberto, ma lei gli ha messo una mano sulla spalla e lo ha bloccato.

Sta seduto, papà! ha quasi urlato. Se non va lei, ce ne troveremo unaltra. Qualcuna che abbia voglia di compagnia si trova sempre.

Ho raccolto la mia borsa, indossato il cappotto le dita tremavano così tanto che ho sbagliato asola e mi sono diretta verso la porta, lasciandomi dietro la voce uguale e piatta di Serena:

Lo vedi, papà? Sono tutte uguali. Solo compagnia e svago, mai responsabilità vere. Chiamerò la signora Maria, quella sotto, è già interessata.

Mentre camminavo verso la fermata della metro, continuavo a pensare: meno male che è successo ora, e non tra qualche mese, quando magari avrei fatto davvero lerrore più grande della mia vecchiaia.

La questione dellappartamento, come diceva qualcuno, guasta gli uomini. I figli vogliono vivere per sé, spingendo i genitori fuori, magari in casa di una brava signora per comodità. È una soluzione semplice, pratica, per loro.

Ed è un peccato che molte donne accettino: la paura di restare sole, almeno qualcuno Tanto vale.

Io ho imparato che la dignità non ha età, e che il coraggio di dire no protegge il cuore anche dopo i sessanta. Nessuna compagnia vale la rinuncia a sé stessi.

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Cavaliere di 67 anni mi invita a cena. Sua figlia di 30 anni, scavando nel mio passato, mi pone una domanda imbarazzante… lui rimane senza parole… e io fuggo via all’istante.