Ricordo come se ar fi fost ieri: mia cognata si godeva le sue vacanze in una località balneare mentre io e mio marito sudavamo sette camicie per ristrutturare la nostra casa di famiglia. Ora però pretende di vivere al comfort, pur non avendo mai contribuito un centesimo alle spese di restauro. E, sia chiaro, è proprio colpa sua!
La casa era appartenuta alla nonna di mio marito. Dopo la sua morte, venne divisa tra lui e sua sorella. Era già abbastanza fatiscente quando decidemmo, con coraggio, di rimetterla in sesto per andarci ad abitare. La villa aveva due ingressi separati, così due famiglie avrebbero potuto vivere tranquillamente senza disturbarsi a vicenda. Cortile e giardino erano comuni, mentre le stanze nei rispettivi appartamenti erano distribuite in egual misura.
Il testamento fu letto quando io e mio marito eravamo già sposati. Nessuno batté ciglio, tutto si svolse con calma e senza litigi. Mia suocera rifiutò subito la sua parte: era abituata a stare in città e alle sue comodità. Disse ai suoi figli: fate come volete.
Mio marito e il marito di mia cognata misero insieme qualche risparmio e sistemarono il tetto, rafforzando anche le fondamenta. Avevamo intenzione di proseguire con la ristrutturazione, ma mia cognata, Giulia, si arrabbiò subito: Non ho intenzione di buttare soldi per questa casetta che cade a pezzi!, gridò. Suo marito, Luca, abbassò lo sguardo e tacque non era tipo da contraddirla.
Io e mio marito speravamo di sistemarci lì. Il paese distava appena una mezzora da Firenze, e con la macchina era facile raggiungere la città ogni giorno. Non ne potevamo più di fare avanti e indietro da un piccolo monolocale affittato in centro. Da tempo sognavamo una casa tutta nostra; costruirla ex novo sarebbe costato molto di più. Per Giulia, quella casa non era altro che una residenza estiva: pensava di venirci nei weekend dagosto, fare grigliate e riposare. Ce lo disse chiaramente: Non fateci troppo affidamento.
In quattro anni lavorammo senza sosta sulla nostra metà: prendemmo anche un prestito, ma il sacrificio non pesava. Rifacemmo il bagno, installammo il riscaldamento, cambiammo limpianto elettrico e le finestre, imbiancammo il loggiato. Non ci fermammo mai; il sogno di una famiglia unita tra quelle mura ci dava energia.
Giulia, invece, andava sempre in giro per il mondo. Non si interessava affatto né a ciò che facevamo, né alla sua metà della casa. Viveva solo per se stessa, finché non mise al mondo una bambina e andò in maternità.
Le vacanze smisero e il denaro iniziò a scarseggiare. A quel punto si ricordò della sua parte di casa. Stare rinchiusa con la neonata era pesante, mentre in campagna la sua bimba avrebbe potuto correre e giocare libera allaria aperta.
Ormai ci eravamo già trasferiti, avevamo anche affittato il vecchio appartamento in città. Non toccammo mai la sua metà, ma negli anni si deteriorò notevolmente. Non so proprio come pensasse di vivere lì senza riscaldamento, visto che venne con solo una valigia per fermarsi un mese. Cominciò a chiedere di stare nella nostra parte per una settimana alla fine la lasciai entrare.
Sua figlia era impossibile da far star tranquilla. Anche sua madre, con il suo comportamento sempre invadente, non rispettava mai gli altri. Lavorando da remoto, la confusione mi disturbava molto, per cui mi trasferii da unamica per un po. A lei, tutto sommato, faceva comodo avere qualcuno in casa durante la sua assenza.
Dovetti tornare quasi dopo un mese, quando la mamma si ammalò e necessitava cure. Ormai avevo completamente dimenticato della cognata, pensando che se ne fosse già andata.
Fu una sorpresa trovarla ancora lì, come fosse sempre stata a casa sua. Le domandai subito quando avesse intenzione di andare.
Dove dovrei andare? Ho una bambina piccola, qui stiamo benissimo rispose Giulia.
Domani ti accompagno in città replicai.
Non ci voglio tornare in città.
Se almeno avessi pulito casa ogni tanto in tutto questo tempo qui non è un albergo, vai pure via.
E con quale diritto mi cacci?! Questa è anche casa mia!
La tua parte è dallaltra parte del muro, accomodati lì.
Tentò di convincere suo marito a difenderla, ma anche lui le disse che aveva esagerato con lospitalità. Si offese e se ne andò sbattendo la porta. Qualche ora dopo, mia suocera iniziò a telefonarmi furiosa.
Non avevi il diritto di mandarla via, anche quella è proprietà sua!
Poteva rimanere nella sua parte, lì è padrona di casa intervenne mio marito.
E come si fa a vivere lì con una bambina? Non cè nemmeno il riscaldamento e il bagno è fuori. Potevi aiutare tua sorella!
A quel punto mio marito, esasperato, raccontò alla madre che anni prima ci eravamo offerti di fare la ristrutturazione insieme: sarebbe addirittura costato meno. Lei si era sempre rifiutata. Perché adesso la colpa era tutta nostra?
Pensammo di proporle un compromesso: vendere la sua metà a mia madre. Accettò, ma pretese una cifra che ci avrebbe permesso di comprare una casa nuova di zecca in pieno centro. Non andò in porto.
Ora i rapporti sono tesi. Mia suocera è sempre offesa, e Giulia è diventata una seccatura. Vengono di rado, ma quando arrivano fanno solo feste rumorose, lasciano sporco e rovinano il giardino.
A quel punto iniziammo a costruire una recinzione per dividere completamente la proprietà. Nessun compromesso, proprio quello che Giulia aveva voluto fin dallinizio.




