Uccellino

– Valeria! Ma cosa ci metti così tanto?! Ti sto aspettando da un secolo! Dai, siediti! Anna, la vicina di pianerottolo di Valeria Mattei, si sistema meglio sulla panchina tirando la gonna sulle ginocchia.

E come si sta bene! Che bisogno cè di stare chiusi in casa, tra il televisore e la micia, Mimmi? Noia pura! Qui fuori, invece, è primavera. Siamo appena ad aprile, ma sembra già maggio. Anche il ciliegio che il marito di Anna, Stefano, piantò sotto le finestre anni fa si è svegliato e si è riempito di fiori. E la panchina sotto, costruita da lui, pare fatta apposta per queste serate. Anna lha ridipinta settimana scorsa e adesso sembra nuova di zecca! Aspettava solo di essere occupata da due comari per il solito chiacchiericcio: figli, acciacchi, vita e amore.

Di cosa dovrebbero parlare, se non di questo? Le storie non mancano mai, anche se si conoscono da una vita. Ogni tanto esce qualche segreto nuovo, qualche aneddoto dimenticato. I figli crescono, gli acciacchi aumentano, e lamore… beh, di quello non ce nè mai abbastanza. Lo aspetti sempre, come una pioggia di sorpresa. Basta sentire che esiste ancora, da qualche parte, e già il cuore si scalda. Anche se il tuo è tutto silenzio, magari da qualche parte brilla ancora.

Anna Alessandri, anche detta Annina, conosce Valeria da sempre. Più di cinquantanni sullo stesso pianerottolo. Da ragazzine, le madri non chiudevano nemmeno il portone si sapeva che, al massimo, erano una nellappartamento dellaltra a giocare. Poi, però, i portoni li chiudevano, dopo quella volta che Anna e Valeria si misero in testa di cercare la felicità.

Avevano sei anni, allepoca.

La nonna di Anna era venuta a trovarli e raccontò loro che nella vita bisogna acchiappare la uccellina della felicità e tenerla vicina, allora tutto sarà facile e bello, e anche intorno tutti staranno bene.

Le bambine non capirono molto della vita, ma ricordarono bene la felicità generale. Chi non vorrebbe che i genitori non litigassero più e fossero sempre sereni? Così decisero di cercare quella fantomatica uccellina.

Anna era convintissima: lei sapeva dove viveva, proprio nella casa accanto! Da quel signore antipatico dalla voce roca, che ogni tanto portava fuori una gigantesca e coloratissima uccella. Nemmeno allo zoo ne avevano mai vista una così con i genitori. Lei ne era certa era la vera uccellina della felicità.

Si prepararono per la spedizione come si deve.

Trovarono una gabbietta vecchia sul balcone di Anna, in cui una volta la nonna le aveva portato un coniglio dalla campagna.

Bisognava pure metterla da qualche parte, l’uccellina! Non puoi mica tenerla sempre per la coda! E poi con le mani impegnate come fai a tenere il gelato, che apparirà sicuramente quando sarai felice?

Presero anche pane e biscotti. Chissà cosa mangia, questa uccella. Dopo un po di riflessione, Valeria aggiunse anche una caramella. In fondo, tutti amano i dolci, no? Sarebbe stato un peccato se alluccellina il pane non fosse piaciuto.

Non avevano fretta. La cosa era seria! Ad un certo punto la nonna di Anna era tornata a Modena e i genitori avevano già iniziato a preparare le valigie per le vacanze. Anche coi vicini, andavano tutti insieme in macchina due famiglie per dividere la benzina. In fondo, il mare della Liguria era a due ore appena. Tempo di addormentarsi in macchina e già arrivavi nel vecchio, ma solido, casolare affittato ogni anno; con un grande cortile e le altalene, a due passi dal mare una meraviglia.

Anna non vedeva lora: sia della vacanza che della nonna. Ma provava tenerezza per Valeria. Lei, la nonna, non ce laveva. Nessuna. Una cosa così le pareva impossibile. Chi ti coccola, allora? Chi ti racconta le storie lunghe, non quelle rapide di mamma che ha da lavare e stirare? Chi ti fa una cuffietta alluncinetto con un bel fiocco?

Anna pensò che, una volta acchiappata luccellina, magari anche Valeria avrebbe avuto una nonna. Magari addirittura una delle sue, così in estate sarebbero state insieme. Valeva la pena provarci!

Un giorno prima della partenza, dissero alle rispettive mamme che sarebbero andate a giocare dalla compagna e via, giù per le scale, zitte a trattenere le risatine e attente a chiudere piano la porta dingresso.

Quintale di coraggio e via: il loro cortile, quello accanto e, ecco, il palazzo grigio e triste dove viveva luccellina.

Ma nel cortile non cera nessuno. Caldo già, silenzio, la gente tutta in casa o al lavoro.

Si guardarono attorno, smarrite. Come la trovano, ora, la loro felicità? Valeria stava per mettersi a piangere, ma Anna non era il tipo da lasciarsi andare. Dovevano fare qualcosaltro, altrimenti tutte le speranze di nonna, gelato e vestiti a pois uguali svanivano.

E poi, se quella uccellina fosse davvero così gentile, non sarebbe forse lì fuori, ad aspettare? Invece non si vede nemmeno la coda!

A testa alta, Anna tirò Valeria per mano verso lingresso del palazzo. Non aveva senso restare lì a guardarsi intorno! Magari qualcuno avrebbe potuto dir loro dovera la famosa uccella.

Quante scale, quanti portoni… E mica in tutti rispondeva qualcuno! O non cera nessuno o si arrabbiavano, Finitela di giocare con il campanello! facevano certi.

Ma loro non si fermavano. Sempre la stessa domanda: – Dove vive luccellina della felicità?

Che strana la gente grande! Bastava rispondere, invece che urlare tanto. Una, addirittura, minacciò di picchiarle. Fuggirono di corsa, ricordando bene la porta verde dalla maniglia strana: lì meglio non bussare più. Un posto così cattivo non può essere casa della felicità.

Solo in un appartamento aprì loro un ragazzino poco più grande. Alla domanda di Anna e Valeria, lui fece spallucce:

– Entrate!

Niente uccellina neanche lì. Ma cerano maschere spaventose appese al muro, conchiglie giganti in cui si sentiva il mare, una nave in miniatura con vele e marinai sulle sartie…

– Questa lho costruita con papà. Si chiama Santa Anna.

– Davvero? Come me! Anna ritirò il dito dal modello e sorrise.

– Ti chiami Anna? È un nome bellissimo, come quello di mia mamma.

– E lei dovè?

– Mamma è al lavoro. Torna tra poco. Ma voi, siete sole? Non vi sgridano?

E lì, allimprovviso, le bambine si ricordarono della uccella, del pranzo saltato e del fatto che probabilmente erano già ricercate e rischiavano di restare in punizione per un bel pezzo.

– Valeria! Corriamo!

Si dimenticarono la gabbietta, si afferrarono la mano e uscirono di corsa.

– Aspettate! il ragazzino le raggiunse sulluscio. Prendete!

Le piume erano talmente belle che le bambine rimasero a bocca aperta, senza sapere cosa fare.

– Cosa sono?

– Piume di pavone! Me le dà la mamma, che lavora allo zoo. Prendetele!

Le presero come fossero una cosa magica e corsero a casa senza nemmeno dire grazie.

E lì le aspettava il finimondo!

Le madri in lacrime, schizzando tra cortile e casa chiamando le figlie; i padri nervosi, intenti a fumare in attesa del comandante della Polizia Locale che aveva ordinato a tutti di restare lì finché non si fosse capito dove erano finite.

Non appena le videro, la mamma di Valeria si accasciò sulla sabbia del parco giochi.

– Eccole Sono tornate…

E dopo furono abbracci, pianti e anche qualche sculaccione. Per fortuna, i genitori non ebbero neanche tempo di punirle per bene.

Qualche giorno dopo, sulle altalene nella casa in affitto al mare, le bambine ripresero a ridere e bisbigliare:

– Sai, Vale, non ci serve proprio nessuna uccellina.

– Perché?

– Mia nonna diceva che la felicità è quando sei amata.

– E allora?

– Se non ci volessero bene, credi piangerebbero così quando spariamo? E avrebbero paura di perderci? Eh?

– Eh…

– Allora, siamo già fortunate, no?

– Non so…

– Io sì!

– E i genitori?

– Ma se in questi due giorni mica hanno litigato!

– No…

– Allora non dipende dalluccellina. Dipende da loro! Non la vogliono la pace, tutto lì.

– Già…

Quellestate restò il ricordo più dolce di tutta la loro infanzia.

Anna, ogni volta che guardava indietro, era felice di avere qualcuno con cui rievocare quei ricordi. E non solo condividerli, ma confidarsi, se la memoria vacillava. In due è più facile.

Del resto, Valeria aveva sempre ricordato tutto meglio. Forse perché era la più riflessiva? Chissà. Anna era sempre stata più vivace, un fulmine. Valeria, invece, era calma, taceva e poi ripercorreva tutto dentro di sé. Chi va piano, va sano e va lontano, diceva spesso la nonna.

Anna riconobbe suo futuro marito solo quando alcuni mesi dopo, ormai fidanzati, lo accompagnò a casa sua.

Santa Anna

La nave era ancora al suo posto, come allora. E ora che loro due avevano ventitré anni e Valeria era già sposata, Anna si sentiva di nuovo bambina, intimidita a toccare una figurina sul ponte per paura di romperla.

Dopo il matrimonio, Anna tirò fuori la piuma di pavone che aveva sempre conservato nel suo libro preferito e la fece vedere al marito.

– Ti ricordi?

E risero insieme, mentre lui cercava invano di scavare nella memoria.

E fu davvero felicità quella che venne dopo lunga, quasi trentanni. Con la fatica e la gioia dei primi passi della figlia, poi del figlio, con la malattia contro cui Stefano rubò Anna dalle mani del destino, cercando i migliori medici e sostenendola sempre, finché, un giorno, il tempo si fermò e Anna smise di respirare, dimenticandosi come si fa. Perché aria e vita se ne andarono con Stefano.

Valeria, che allora era al suo fianco, non perse la testa: le diede una scossa, la abbracciò come una bambina.

– Forza, Annina! Hai i tuoi figli

E Anna si riprese. Perché la felicità cera ancora, ridotta, sì, ma sempre lì, lasciata in dono da Stefano. E che i figli fossero ormai grandi, non importa perdere la madre subito dopo il padre non era giusto. Finché cè qualcuno tra un figlio e il cielo, quel figlio non è orfano, diceva la nonna di Anna. Aveva ragione! Quindi, Anna decise di vivere ancora, per aiutare i figli e dare gioia ai nipoti. Anche se la famiglia era sparsa per lItalia, e ognuno aveva la sua strada, Anna sentiva di essere amata e necessaria. E allora si prepara, compra regali e parte, sia per il figlio che per la figlia. Ovunque vada, la accolgono a braccia aperte.

Oppure aspetta le vacanze, quando la casa si riempie di nipoti e si rianima tutto: veglia i loro respiri la notte, il lettone non è più vuoto. Anche la nipote maggiore, che ormai ha il pudore delladolescenza, si avvicina piano e si siede accanto a sentir fiabe che già conosce, senza darlo a vedere.

Così la pace ritorna nel cuore, una felicità lieve come una piuma, forse meno vistosa di quella ricevuta tanti anni prima dal marito, ma certamente preziosa.

Non capita a tutte, Anna lo sa. A volte puoi desiderare quanto vuoi, ma il cielo la felicità non te la regala. Lei e Valeria sono state fortunate: non trovarono luccellina, ma la felicità non la persero mai. Ciascuna aveva cucito la propria secondo il suo modello.

Valeria la sua felicità se lè dovuta costruire con fatica. Rischiava di restare senza figli: i suoi, con Antonello, non erano arrivati. Eppure, si volevano un bene incredibile, mai una lamentela di Valeria infarcita di lamentele sulla famiglia. Sempre insieme, mai stanchi uno dellaltra, con gli altri che si stupivano.

Certo, in famiglia non tutto filava liscio. Zie e sorelle, una marea; suocere e cognate punzecchianti. Non importava quanto ti impegnassi, qualcuno trovava sempre da ridire.

La suocera, Maria, invece, era una santa donna, davvero. Lunica che prese Valeria subito in simpatia e mai un rimprovero. Fragile, tenerissima, incapace di dire di no a qualcuno. Valeria presto la chiamò mamma, e si ritrovarono tutte insieme, sempre vicine.

Che trambusto quando Maria vendette casa e si trasferì vicino al figlio! Le figlie protestarono, ma Maria non accettò di stare con Valeria; prese un bilocale lì vicino e non parlò a nessuno dei progetti che Valeria e Antonello avevano fatto.

Sapeva quanto fosse difficile mantenere la pace in famiglia. Ne sapeva qualcosa, lei, lasciata dal marito con tre figli, senza spiegazioni. Passata la tempesta, diceva, e Valeria laiutò ad accettare la nuova vita.

Maria fu quella che aiutò Valeria e Antonello a diventare genitori: si trovò un lavoro in una clinica, dove conobbe un neonato abbandonato. Valeria e Antonello si presero il tempo di pensare e poi, senza ascoltare la parentela, allargarono la famiglia. Non diedero spiegazioni: tornarono a casa con un figlio, punto. Solo Anna sapeva quanto era stata dura.

Le cognate sospettavano qualcosa, ma fu Maria a difendere Valeria: le bastava stringere il labbro e chiudere il telefono per farsi temere. Ma del resto, Maria dava tutto il suo amore a quel bimbo, con una dedizione che convinse tutti. Sapeva che era lunico modo per salvare la felicità del figlio.

Valeria, così, si trovò marito e figlio. E Anna, con la sua famiglia, pure lei serena.

Quante vacanze insieme, quanti figli sempre attorno, la porta sempre aperta. Solo, si stava attenti a non ripetere laffare delluccellina.

Poi Stefano se ne andò, lasciando dietro di sé un vuoto amaro, e poco dopo venne a mancare anche Antonello. Mai una malattia, invece un maledetto trombo lo portò via. Valeria crollò. Allora fu Anna a esserle accanto, a non permetterle di lasciarsi andare.

Hai tuo figlio, Vale! Hai i genitori, hai Maria! Che fai? Pensa! Antonello sarebbe contento di vederti così? Lui ti ha amata più di se stesso. Ora vuoi buttare questo amore al vento? Non va! Antonello non approverebbe

Forse furono le parole di Anna, forse la consapevolezza di quanto dipendessero da lei, fatto sta che Valeria si rimise in piedi. Cresciuto il figlio, Paolo, che ora fa lufficiale. Si sposta di città in città, ma non dimentica mai la mamma. I nipoti arrivano due volte lanno, con la nuora, Sveva. Valeria e Sveva si vogliono bene come madre e figlia: Valeria aveva imparato dalla suocera come si fa ad essere suocera saggia, così accettò subito la scelta del figlio.

E qualche domanda, allinizio, lebbe. Il figlio le portò in casa anche il bimbo di Sveva, avuto da unaltra relazione interrotta. Il padre era scomparso, ma, almeno, aveva firmato il permesso per ladozione.

E Valeria? Nullaltro che prendere in braccio il piccolo e accoglierlo: Ciao! Io sono la nonna Vale! Vuoi una merendina? No? Allora andiamo a guardare sotto lalbero, Babbo Natale dovrebbe averti lasciato un regalino!

Cosa serve a una madre per cedere il cuore? Basta che tu accolga il suo bambino. Lo sapeva Valeria e si comportò di conseguenza.

Ora Sveva la chiama mamma. E nei nipoti Valeria conta anche il maggiore, che magari non è del suo sangue, ma è il primo e il più amato.

– Vale, quando andiamo in campagna? È già ora! Guarda che caldo! Anna alza lo sguardo verso il ciliegio in fiore.

– Questo weekend. Facciamo le pulizie e partiamo.

– Ah, già! Questanno Pasqua arriva presto. Bisogna sistemare tutto, sì!

– Eh già, e ancora devo pensare al pranzo.

– Ti vengono tutti?

– Stanno due giorni. Di passaggio. Il più grande vorrebbe iscriversi allUniversità a Milano, vengono a guardarsi intorno. Magari al ritorno si fermano più a lungo. I piccoli, chissà, li lasciano per qualche settimana. E i tuoi?

– Solo destate. Ora con la scuola ci vuole ancora.

– Solo un mesetto!

– Sì, ma sembra uneternità

– Sempre così quando aspetti qualcosa di bello. Pare che il tempo non passi mai e poi, quando arriva, vola via come niente. Ma, lo sai, Annina?

– Dimmi?

– Per quei momenti darei tutto. Vivi per quei secondi, li infili tra i ricordi come perline di una collana. La felicità è così non ce nè mai troppa, ne manca solo quando non ti accorgi di quanta ne hai.

– È vero! Ti ricordi quando andavamo a cercare luccellina della felicità?

– Come no! Valeria ride, incrociando le braccia sul petto. Non ho potuto sedermi per una settimana. Mia madre si era così agitata che mio padre mi diede un bel castigo. Ma tu non eri meglio, saltellavi lì accanto

– Già! Ma sai una cosa, Vale?

– Dimmi?

– Secondo me, la uccellina labbiamo presa per la coda eccome. Senza nemmeno accorgercene! È volata accanto a noi tutto questo tempo. Altrimenti, come si spiega tutto quello che abbiamo ottenuto, che tante donne sognano e non vedono mai? Le nostre famiglie, i mariti, i figli meravigliosi, i nipoti Siamo felici, dimmi di no!

– Hai ragione! Alla nostra uccellina bisogna proprio dire grazie. Che agiti ancora le ali e faccia felici anche quelli che amiamoAnna si sporse allindietro, lasciando che il sole le scaldasse la fronte, mentre il ciliegio lasciava cadere qualche petalo sulla panchina, tra le loro ginocchia. In quel silenzio lieve, interrotto soltanto dal battito dali di qualche merlo, le due amiche rimasero ancora un po vicine, immerse nei pensieri e nei battiti del cuore, come se linfanzia fosse ancora tutta da vivere.

Fu allora che una piuma scese, danzando piano nellaria forse portata dal vento, forse venuta apposta per loro. Si posò proprio tra Anna e Valeria. Le donne si guardarono, si scambiarono un sorriso, complice e tenero.

Anna prese la piuma con delicatezza e la porse a Valeria, ridendo:

Eccola qui, Vale, la nostra uccellina che viene a salutarci ancora una volta.

Magari è solo il vento Valeria fece finta di burberarsi, ma negli occhi cera una luce bambina che non ingannava nessuno.

O magari è la felicità che ogni tanto sa tornare, quando non la aspetti.

Valeria lasciò che la piuma le scivolasse fra le dita, leggera e impalpabile. Poi la rimise accanto a quella di pavone, conservata in un vecchio fazzoletto nella borsa.

Allora andiamo, Annina, che la vita è qui fuori. Non perdiamocela mica mentre aspettiamo qualcosa che in fondo abbiamo già, da una vita.

E mentre si allontanavano, braccio a braccio sotto il ciliegio in fiore, nessuna delle due si voltò per vedere se la panchina fosse rimasta davvero vuota: forse perché sapevano, in fondo al cuore, che la vera felicità resta comunque seduta lì, ad aspettare. Proprio come luccellina, pronta a volare ogni volta che la si chiama per nome.

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