Vite messe in pausa: quando la vita resta in attesa

Una vita rimandata

Mamma, posso prendere una caramella dalla scatola? Solo una, ti prego! Martina volteggiava come una volpe di fronte alla credenza dove mia madre, Lucia, aveva messo via a fatica i dolcetti appena procurati.

No! Sono per le feste. Se le mangi adesso, a Natale non resterà nulla.

Martina fece il broncio. Che differenza fa mangiare la caramella adesso o dopo? E poi ne chiede solo una! Perché la mamma è sempre così? Se qualcosa è buono, va conservato per dopo; se qualcosa è bello, “si indossa solo la domenica”. Martina avrebbe voluto prendere una caramella, mettere il vestito nuovo che papà le aveva portato da Milano, e andare dalla sua amica Giulia. Alla mamma di Giulia, però, non dava fastidio se la figlia metteva le cose nuove allasilo. Martina aveva sentito dire che la signora cuciva da sola tutti i vestiti per la figlia. E allora? Giulia era comunque sempre la più elegante della classe. Invece lei doveva portare quel vecchio vestitino a pois che ormai non ne poteva più.

Allora Martina non sapeva ancora quanto era stato difficile per i suoi genitori portare a casa quelle caramelle e quei vestiti. Mamma Lucia lavorava in biblioteca, il papà, Antonio, era ingegnere. Da bambina sentiva spesso la parola procurare, che in famiglia voleva dire riuscire ad avere qualcosa di speciale, non trovabile al supermercato. Così erano arrivati dei bei sandaletti per lei e degli stivali nuovi per la mamma. Dopo averli comprati, però, avevano mangiato solo pasta e patate per quasi un mese. Ma la mamma era tanto felice degli stivali che, i primi giorni, nemmeno li indossava: li guardava e basta. Strano come proprio quei stivali siano rimasti indelebili nella memoria di Martina. Anche da adulta si ricordava ogni graffio e ogni tacco consunto.

Gli anni passarono e tutto cambiò. I supermercati si riempirono di ogni ben di Dio, non era più un problema comprare qualcosa di bello o coccolare i figli con dei dolcetti. Ora la questione era il denaro. Martina era in terza superiore quando il papà, tornato a casa una sera, annunciò con gioia:

Mi hanno preso!

Lei non capì subito cosa intendesse, ma, vista la felicità dei genitori, doveva trattarsi di qualcosa di buono. Antonio aveva trovato lavoro in una società mista, unazienda elettronica in cui, finalmente, il suo talento veniva valorizzato. Martina vedeva suo padre cambiato: meno pensieroso, più sereno. Si era scoperto un ottimo organizzatore e in breve tempo la sua carriera decollò.

La vita diventò più facile. Mamma Lucia non trascorreva più le serate tentando di far quadrare ogni euro per permettersi qualcosa in più per Martina. Arrivarono i primi jeans, le scarpe da ginnastica di moda. Martina abbandonò il piano di lasciar presto la scuola per andare a lavorare e decise di iscriversi alluniversità. I genitori la sostennero in tutto. Si chiuse per due anni sui libri, senza discoteche e senza amici, ma superò brillantemente gli esami e divenne studentessa. Avrebbe potuto finalmente rilassarsi, ma preferì continuare a studiare. Prima il lavoro, poi il resto. Anche questa volta ce la fece: laurea col massimo dei voti, un buon posto grazie alle amicizie di papà. Tutto sembrava realizzato. Era arrivato il momento di pensare a sé, forse a una famiglia. Ma Martina la pensava diversamente. Ancora la carriera, per non dover mai più rinunciare a nulla.

I suoi genitori non potevano essere più orgogliosi: figlia brava, intelligente, ha comprato casa e macchina da sola, viaggia allestero. Solo che era sola.

Ma questa situazione non la turbava. Non era mai stata la classica brava ragazza, e i corteggiatori non mancavano. Non aveva fretta di legarsi davvero. Perché mai? Era giovane e aveva ancora molto da fare. I figli? Più avanti.

La prima relazione seria arrivò a trentacinque anni. Martina e Vittorio erano colleghi, uffici uno accanto allaltro, qualche battuta e nulla più. Non avrebbe mai immaginato di piacergli. Vittorio era affascinante, molto intelligente la qualità che Martina apprezzava di più negli uomini. Quando, durante un ballo aziendale, lei si poggiò lievemente, un po alticcia, sulla sua spalla, lui non perse tempo:

Sposami. Siamo due persone in gamba, il tempo stringe. Facciamo una famiglia. Mi piaci, anzi, ti amo!

Martina rise:

Ma dai, Vitto, abbiamo ancora tutto il tempo davanti! Niente fretta.

Eppure, la mattina dopo, guardandolo negli occhi, si sorprese a dire:

Sì, lo voglio.

Fu una gran festa. Lucia piangeva di gioia, pensando che non avrebbe mai visto i nipotini. Seguirono tre anni in cui Martina comprese che nessun successo era paragonabile a ciò che aveva ottenuto aspettando così tanto qualcosa che era veramente importante.

Non cè più… Non avrò un futuro, mamma… Martina teneva stretta le analisi in mano, incapace anche di piangere. Perché sono stata così stupida?

Bambina, aspetta. È solo una clinica. La medicina fa passi da gigante. Forse cambierà qualcosa.

Quando? Martina scagliò i fogli sul pavimento del soggiorno.

In quella casa ogni cosa era quasi come nei suoi ricordi dinfanzia. I genitori non volevano soldi per la casa o i mobili, anche se il papà era ormai malato e mamma Lucia si sentiva legata alla casa dal timore di lasciarlo solo. Martina riusciva a fare qualcosa lo stesso, senza sentire le loro obiezioni. Rimpiazzava spesso il frigorifero e aveva fatto restaurare i vecchi mobili. Il restauro ormai andava di moda, che male cera? Un po di lavori di ristrutturazione, dieci anni prima, e mentre fissava un punto sul muro pensò che la carta da parati andava cambiata e il parquet lucidato. Che strane idee si possono avere quando tutto ciò per cui hai lottato rischia di andare in pezzi…

Mamma, capisci che io non ho più tempo…

Restarono a lungo in silenzio, senza accorgersi delloscurità che calava nella stanza, senza sentire il telefono che squillava. Martina piangeva, poi si calmava, ma taceva, non volendo più parlare di un dolore impossibile da raccontare. Dopo un po’, alzò la testa, indovinando a fatica il volto materno nella penombra.

Grazie, mamma…

Di cosa, Martina?

Di avermi ascoltata. Non ho nessun altro a cui dirlo. E poi… chi mai avrebbe bisogno di me ora?

Ma cosa dici! Lucia le coprì la bocca con la mano. Noi abbiamo bisogno di te! Papà ha bisogno di te! E Vittorio?

Vittorio ormai no.

Perché, tesoro?

È il mio problema, non suo. Anche lui non ha più tempo da perdere. E magari dei figli li avrà.

Martina si alzò, abbracciò la madre e si preparò ad uscire.

Non preoccuparti, mamma, ce la farò. Detto ciò, le sorrise, chiuse la porta e Lucia si sedette esausta sullo sgabello del corridoio. Perché proprio a lei, Signore, tutta questa sofferenza per la sua bambina?

Martina non aveva voglia di tornare subito a casa e si diresse verso lArno. Non era stagione di passeggiate, la gente in giro era poca. Una coppia di anziani, qualche padrone con il cane, nessun altro. Guardò le loro sagome e improvvisamente scoppiò in lacrime. Aveva sognato anche lei una vita così: insieme per sempre, capirsi al volo, tutto condiviso… Ma niente di tutto questo sarebbe più arrivato. Si rese conto, in modo doloroso, che aveva amato veramente Vittorio, anche se non lo aveva mai ammesso a sé stessa, insistendo a rimandare sentimenti ed esperienze, come tutto il resto nella sua esistenza. Ma ormai non aveva più importanza: quando vuoi bene a qualcuno, devi pensare a lui, non a te.

Sulla riva del fiume, ripensava a come da bambina ci veniva ogni domenica coi genitori. Aspettava sempre il momento di ricevere lunico piccolo premio: il gelato, che prendevano a prescindere dalla stagione. Eppure, non si era mai ammalata nemmeno dinverno… Con i suoi figli, però, non avrebbe passeggiato in quel modo.

Scosse la testa, respinse il buio, e decise: basta. Commisserarsi non cambia nulla. Bisogna andare avanti… trovare una ragione per vivere. Tutto ciò che aveva conquistato ora non valeva più nulla. Né carriera, né altro avrebbero potuto restituirle ciò che aveva perso. Doveva trovare altro, ma cosa? Non aveva la risposta. Intanto, però, doveva affrontare una questione che non poteva più rimandare. Il tempo di Vittorio… non era più il proprio.

Mentre si dirigeva verso lauto, si accorse che un gruppetto di adolescenti si aggirava intorno. Si guardò intorno: la strada era vuota. Nessuno sarebbe corsa in suo aiuto. Ma non sentì paura, solo rabbia e indifferenza.

Si avvicinò sicura.

Che succede qui?

I ragazzini, tutti sui sedici anni, si girarono verso di lei:

È sua questa macchina?

Sì.

Cè un gattino sotto il cofano! Bisogna tirarlo fuori, altrimenti si fa male spiegarono tutti insieme.

Aspettate, non ho capito. Parlate uno per volta. Che succede?

Un ragazzo bassino prese liniziativa:

Labbiamo visto entrare dentro la macchina, con questo freddo i gatti cercano calore. Bisogna prenderlo, se no si fa male.

Martina premette il telecomando, aprì le portiere e sollevò il cofano.

Madonna mia! esclamò, quando tirarono fuori un gattino nero che si agitava disperatamente.

Morde che è una bellezza! rise il ragazzo, che poi lo porse a Martina. Tenga!

Io? Ma non ne ho mai avuti, di gatti

Si arrangi! Basta che lo nutra bene.

Sorrisero, salutarono e stavano per andarsene quando Martina, presa da un ricordo, li fermò:

Aspettate! Frugò nel portamonete, scelse una banconota da dieci euro e la consegnò. Non si può salvare un animale senza lasciare una mancia. Così dice sempre la mia mamma.

Grazie! risero, presero i soldi e si allontanarono.

Martina si sedette in macchina guardando il nuovo ospite.

E ora che faccio con te?

Il gattino, che subito si accoccolò sulle sue ginocchia e cominciò a impastare il cappotto chiaro con le zampine sudice, non rispose, ma fece le fusa ancora più forte.

Bene ora sono vecchia e con un gatto proprio come si conviene Martina avviò il motore e si mise la cintura. Andiamo a casa!

Rimandò il discorso con Vittorio al mattino, dedicando la sera al gattino.

Chissà dove hai raccolto tutte queste pulci? Che storia assurda! E come ho fatto a farmi convincere? Mentre lavava a fondo la bestiola, Vittorio teneva pronto lasciugamano.

Strano

Cosa?

I gatti di solito odiano lacqua, questo sembra quasi gradire.

E fa pure le fusa! Lo senti? Sembra un motorino sotto le mani.

Martina tolse dalla vasca il gattino ridotto a metà, lo avvolse nellasciugamano e si mise in sala con lui.

Su, andiamo a mangiare!

Poi, mentre il gattino addormentato si accomodava accanto a lei sul divano e cominciava a russare piano, Vittorio si fece coraggio.

E allora? Novità?

Martina sospirò profondamente. Meglio sarebbe parlargli la mattina, ma rimandare ancora non aveva senso.

Ci separiamo, Vitto.

Cosa? E perché mai?

Perché non avrò mai figli. E la colpa è solo mia. Ma tu hai ancora tempo, puoi trovare qualcuno e diventare padre.

Vittorio la studiava come se la vedesse per la prima volta.

E sarebbe tutto qui? Decidi tu, io mi trovo unaltra. Martina, ma che razza di ragionamento fai? Non ti è venuto in mente che io ti amo? E che avere figli non è la cosa più importante per me? La cosa fondamentale sei tu Ma tu già hai deciso per tutti.

Vittorio prese il gatto assonnato e se ne andò verso lo studio.

Dormo là stanotte. Buonanotte.

Martina annuì in silenzio, lo lasciò uscire, poi si lasciò andare a un singhiozzo. Ma il tarlo del dubbio era lì. Oggi dice così, domani forse cambierà idea

La notte passò tra pensieri infiniti, rileggendo tutta la vita vissuta insieme a Vittorio. Alla fine era certa: aveva preso la decisione giusta. Un nobile gesto impulsivo prima o poi può trasformarsi in un lungo rimpianto. E Vittorio non glielo avrebbe mai detto. Solo perché era una persona per bene.

Si addormentò alle prime luci, tutta raggomitolata con la testa sul bracciolo. Non sentì quando lui si alzò, diede da mangiare al gatto e uscì. Si svegliò a mezzogiorno sotto una coperta calda, con una nota sul tavolino: “Torno stasera dobbiamo parlare. Non credere di potermi lasciare. Ti amo.”

Il gatto, accanto ai suoi piedi, la fissava con occhioni verdi.

Allora? Martina si alzò, stiracchiandosi dolorante. Un caffè ci starebbe. Tu lo vuoi?

Sorrise, per la prima volta dopo giorni, vedendo il gattino scattare curioso verso la cucina.

Ti sei già ambientato qui

Mise la moka sul fuoco e si accorse, sorprendentemente, che quel giorno si sentiva meglio. Forse la nota di Vittorio faceva il suo effetto, o forse era solo il tempo. Non sapeva spiegarselo. Era solo un po meno pesante di ieri, e le bastava.

Chiamò in ufficio, disse che non stava bene e si prese un giorno libero. Si prenotò per taglio e manicure, si vestì ed uscì.

La città era tutta bagnata; sembrava nuotare tra la pioggia. Dimenticando lombrello, si inzuppò fino alle ossa andando verso lauto. Ma non pensò minimamente di tornare indietro. Bisognava reagire. Altrimenti sarebbero tornate lacrime e pensieri inutili.

Il salone era in ritardo, così Martina, seduta, sfogliava svogliata una rivista a caso. Pubblicità, servizi su maternità e infanzia Vegliò la copertina e sorrise amaro. Su tutte le riviste di gossip, proprio quella doveva capitare a lei Strano che fosse lì tra tutte. Sfogliò qualche pagina, si fermò su una doppia pagina. Un bambino dagli occhi verdi la guardava. Ebbe la strana sensazione di conoscerlo da sempre. Cera qualcosa di sfuggente in quello sguardo. Staccò gli occhi dal bimbo, che avrà avuto tre o quattro anni, e lesse la didascalia.

La parrucchiera chiamò il suo nome, guardandosi intorno. Di Martina mancava ogni traccia. E anche della rivista.

Vittorio la guardò sorpreso quando Martina piombò nel suo ufficio.

Guarda qui! Gli mollò una rivista davanti, indicandogli la foto del bambino.

Chi è questo, Martina?

Non lo so, cè solo il nome e letà. Ma guarda bene!

Gli afferrò le spalle, lo trascinò davanti allo specchio del corridoio e gli mise la rivista tra le mani.

Non ti ricorda qualcuno?

Vittorio guardò il bambino, poi il proprio riflesso: stesso sguardo, stesso taglio docchi, solo trentanni di differenza.

È incredibile ripeté. Ma sei sicura?

No, Vitto. Non sono sicura di nulla. Forse ora ha già trovato una famiglia. Non ne so niente Solo che non voglio più rimandare niente nella vita!

Dopo sei mesi, portarono a casa Alessandro. Due anni dopo, Martina vide la foto di una bimba sempre sulla stessa rivista: si chiamava Marina, aveva un anno e mezzo e mai aveva avuto una mamma. Martina divenne tutto per lei. E cinque anni dopo, Martina, convinta di andare in menopausa precoce per strani malesseri, si trovò a dire incredula alla dottoressa:

Ma dai, non è possibile!

E Giulia venne alla luce proprio a tempo, lasciando di stucco tutta la famiglia.

Lucia riuscì a vedere la piccolina nascere. Se ne andò dopo un anno, la sua forza minata dalla malattia, e passava tutto il tempo possibile coi nipotini.

Siete la mia gioia… In voi cè la mia vita…

Quando Martina, dopo la scomparsa della mamma, svuotava la casa dei genitori in previsione di far venire il papà a vivere con loro, nellangolo più nascosto dellarmadio trovò una scatola. Laprì, e le scappò un urlo seguito da pianto: le scarpe vecchie di Lucia. Si mise a piangere così forte che i bambini arrivarono di corsa.

Mamma, che hai?! Alessandro la abbracciò confuso.

Martina teneva strette le vecchie scarpe, sentiva scivolar via il dolore insieme alle lacrime. Era stata forte per tutto, ma ora non ce la faceva più.

Perché piangi, mamma? Marina si accovacciò, cercando di guardarla negli occhi. Poi la abbracciò, e si mise a piangere anche lei.

Giulia, per non essere da meno, si unì al pianto. Finalmente arrivò Vittorio a interrompere il coro.

Su, basta. Martina, che succede?

Le bambine smisero di piangere e guardarono il padre. Ora potevano tranquillizzarsi: la mamma avrebbe smesso di piangere.

Vitto Erano sue. Le ha conservate per tutto questo tempo, capisci?

Martina mise da parte le scarpe e guardò ancora nellarmadio. Sulle mensole, ordinatissimo, cera il suo corredo. Da ragazza non laveva voluto, dicendo che non si adattava al nuovo arredamento. Ora capiva quanto la mamma ci teneva: piccoli sacchetti di lavanda in mezzo alle lenzuola, un corredo mai usato, con merletti e ricami già ingialliti

Vitto comè possibile? Una persona se ne va, eppure restano le sue cose. Perché? Perché rimandiamo sempre? Perché non viviamo tutto adesso, sperando che un momento perfetto arriverà? Magari quel momento non arriva mai. Non va bene…

Vittorio la strinse tra le braccia, senza parole.

Giulia, gironzolando fra le gambe della madre, la abbracciò e alzò i suoi occhioni verdi:

Mamma!

Martina restò immobile, non credendo alle sue orecchie. Ma Vittorio annuì col sorriso, così si inginocchiò:

Ripeti!

Mamma! Giulia le si arrampicò addosso abbracciandola. Mamma

Alessandro e Marina applaudirono felici:

Ha detto mamma! Papà, hai perso la scommessa!

Allora si va tutti allo zoo.

Quando? chiese Marina saltellando.

Perché aspettare il weekend? Martina baciò la figlia e strofinò il naso contro il suo. Non bisogna rimandare a domani ciò che si può fare oggi. Si parte!

Buttò un occhio ai vestiti sparsi per terra. Quelli sì, potevano aspettare ancora. Ormai questo lo aveva capito.

Guidando, sentiva ridere i bimbi sul sedile dietro e pensava che non saprà mai come rendere i suoi figli davvero felici. Forse nessun genitore lo sa davvero, ma almeno cercherà di insegnare loro una cosa: non rimandare la vita. Perché il poi è una cosa capricciosa. Quando sembra vicino, magari tutto cambia ancora e potrebbe non arrivare mai.

E gelato?

Adesso? chiese Alessandro. Mamma, non abbiamo pranzato!

Facciamo in tempo. Che dite?

Sì! urlarono in coro i bambini, e Vittorio sorrise.

Così li vizi, signora mamma?

Che male cè, signor papà! Se non ora, quando?

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