Giulia si svegliò trafelata, con la sensazione che la sua pancia avesse assunto il peso di una Vespa caricata di meloni. Era notte fonda, le tre passate. Nel silenzio dellappartamento, si sentiva solo il fiato spezzato del marito e il ticchettio noioso dellorologio di legno, ereditato da una zia che parlava coi gatti.
Provò a girarsi sullaltro fianco, ma il vecchio divano letto protestò con un gemito sinistro. Matteo, rannicchiato contro il muro, sobbalzò e borbottò con voce impastata:
Giulia, quanto ci metti ancora a rigirarti? Devo alzarmi alle sette. Un po di rispetto almeno.
La donna restò immobile, quasi trattenendo il respiro. Negli ultimi mesi quella frase era diventata il ritornello di casa. Era come se Matteo avesse dimenticato che due gemelli non sono un capriccio ma un macigno. Gli era diventato estraneo tutto: si accaniva su ogni spesa, squadrava gli scontrini con lo stesso cipiglio con cui giudicava i vicini, e torceva il naso ogni volta che Giulia accennava ai fichi o alle albicocche.
Le hai viste le cifre? sibilava, fissando il totale. Mangia le pere, sono nostre, dellalbero sotto casa. Le pesche lasciamole ai ricchi. Io tiro la carretta da solo e tu qui a casa tutto il giorno.
A fatica, scivolò giù dal letto e strisciò verso la cucina, sostenendo la schiena con una mano. Le caviglie gonfie parevano due pagnotte appena sfornate e le ciabatte erano una battaglia persa. Sedette accanto alla finestra nera; la strada dormiva sotto il riverbero arancione di un lampione. Aveva il cuore in tumulto. Tra la paura dellarrivo dei piccoli e il terrore di ritrovarsi con due neonati in quella casa di recriminazioni, sentiva lanima stretta in una morsa.
Allalba Matteo si preparava nervoso. Lanciava i vestiti sulla sedia, cercava la cravatta, sbatteva le ante della credenza.
Hai stirato la camicia? chiese senza guardarla.
È sulla sedia, Matteo.
E la bottone mancante? Mi ciondola da giorni lasciamo perdere. Devo correre, oggi abbiamo riunione con il Direttore Generale. Non chiamarmi, eh. Quello mi sequestra il telefono se mi coglie.
Uscì senza nemmeno un ciao. Sbatté la porta e Giulia sentì il clic della serratura doppia, quella che si inceppava e che solo forzando in due riusciva ad aprirsi.
A metà mattina decise che in corridoio era ora di mettere ordine. Doveva ripescare la scatola delle tutine lasciate dalla nipote. Si convinse che le bastava uno sforzo e afferrò lo sgabello.
Solo un attimo, in punta di piedi borbottava.
Salì, allungò le braccia. Un lampo nero nella testa: svenimento improvviso, il piede scivolò sulla vernice lucida e fu schianto. Cadde di lato, urtando lanca. Un lamento che si perse tra i tappeti. Sotto la pancia un dolore acutissimo, un temporale che la squarciava.
Ancora no troppo presto mormorava, provando a sollevarsi.
Unaltra scarica di dolore la contorse. Pensò: è il momento. Il telefono era a non più di un metro, ma ogni movimento era il mare in tempesta e lei una barca in balìa. Strisciò, lasciando una scia scura sul pavimento.
Allungò la mano, dita tremanti e visione sfocata. Nei contatti il primo nome era Matteo.
Proprio sotto: Matteo Ricci (Direttore Generale). Il numero del gran capo, memorizzato un mese prima per via della pratica della maternità, quando Matteo non rispondeva mai.
Premette frettolosa su Matteo. Gli squilli erano distanti, senza pietà. Nessuna risposta.
Ci riprovò.
Il numero chiamato non è raggiungibile.
Il panico prese forma di vento che spazzava tutto. Era sola. La porta chiusa da dentro. Se fosse svenuta, nessuno sarebbe arrivato in tempo.
Giulia, ormai pallida come la mozzarella, aprì il messaggio. Gli occhi nuotavano nella nebbia. Pensava davvero di scrivere al marito.
Devo andare in ospedale, la porta è bloccata! Inizia tutto, sono caduta e non riesco ad alzarmi. Vieni subito, ti supplico!
Premette Invia e il telefono scivolò via. Buio.
Matteo Ricci, titolare di una nota impresa edile milanese, presiedeva una riunione. Uomo di polso, poche parole, per lui ritardi e lamentele erano bestemmie.
Il cellulare trilla. Squadrò lo schermo. Il numero lo riconobbe subito: Giulia, moglie del suo fornitore, Matteo Bianchi. Una ragazza riservata, educata, veniva spesso a firmare scartoffie.
Lese il messaggio. Il volto sempre marmoreo si incrinò.
Riunione finita, tuonò, alzandosi bruscamente.
Ma direttore, dobbiamo ancora chiudere il preventivo… tentennò la contabile.
Tutti fuori!
Schiacciò il pulsante verde. Niente.
Allora chiamò il capo portineria.
Trovami subito dove sta il telefono di Bianchi. E porta la macchina allingresso. Vengo io.
Pochi minuti dopo gli arrivò la geolocalizzazione. Altro che cantiere, lo smartphone di Bianchi era fermo a Rimini, in un residence con Spa.
Ricci strinse i denti, la mascella vibrava più del motore di una cinquecento. A tutta velocità, ignorando semafori e rotonde, guidò fino allindirizzo di Giulia. Aveva perso la moglie anni prima, per un arresto cardiaco: ricordava limpotenza di chi aspetta aiuto che non arriva mai.
Tre rampe di scale col fiatone. Provò ad aprire: bloccato. Da dentro un sussurro flebile.
Saltò il soccorso. Indietreggiò, prese la rincorsa e sfondata la porta con una spallata. Il lucchetto cedette al secondo tentativo.
La trovò accasciata sul pavimento, quasi arrotolata su sé stessa.
Giulia!
Giulia riaprì appena gli occhi. La luce si rifletteva sulle tende bruciate dal sole.
Direttore dove Matteo?
Ci sono io per ora. Dai, forza.
Ricci la sollevò di peso, la portò in macchina. Accelerò così tanto che le biciclette di passaggio si buttavano sui marciapiedi per lasciarlo sfrecciare. Giulia respirava a fatica sul sedile posteriore.
Forza, resisti, ci siamo quasi la incoraggiava dallo specchietto.
Davanti alla clinica privata di Corso Sempione li aspettavano già con una barella. Ricci aveva chiamato il primario in persona.
Marito? domandò uninfermiera.
Il padre, ruggì Ricci. Dovete risponderne con la testa, chiaro?
Rimase in corridoio a calpestare le mattonelle come un leone in gabbia. Tre ore dopo il medico emerse, mascherina abbassata e viso tirato.
Può tirare un sospiro di sollievo. Due maschietti. È servito un intervento delicato, ma tutto bene. Sono piccoli, ma respirano da soli. La madre è debole, ma ce la farà.
Ricci si appoggiò con la fronte al vetro freddo della finestra.
Grazie, dottore.
Tirò fuori il cellulare. Chiamò Bianchi ancora una volta. Finalmente rispose. La voce impastata dal vino, sotto sotto si sentiva musica e risate femminili.
Sì, capo? Mi ha chiamato? Sono al lavoro, la linea ogni tanto è un disastro…
Al lavoro dici? A Rimini ora si scarica il cemento?
Silenzio.
Direttore io…
Sei licenziato, Bianchi. E niente lettere di raccomandazione. Domani non voglio più sentir parlare di te a Milano. E spera che tua moglie ti perdoni. Io, al suo posto, sarei stato meno clemente.
Giulia si riprese solo la mattina seguente. La camera era tranquilla, solo una bottiglietta di acqua leggermente frizzante e una bibita al lampone aspettavano sulla mensola.
Entrò Ricci, stanco ma con la camicia slacciata.
Come si sente?
Direttore Ricci grazie. Mi vergogno, ho sbagliato contatto…
Ringrazia il caso che hai sbagliato. Si sedette di fronte. Giulia, dobbiamo parlare. Sul serio.
Le raccontò tutto: la chiamata, la Spa, il licenziamento. Parlava con severità.
Ora lui proverà a chiedere scusa e piagnucolare. Casa vostra è sua, vero?
Dei suoi genitori. Giulia abbassò la testa. Non ho dove andare. Solo una zia a Recanati…
Ricci tamburellò il ginocchio, riflettendo.
Ecco cosa propongo. Casa mia è enorme, due piani, e io la uso solo per dormire. Cè tutta unala per gli ospiti. Vivi lì con i bambini finché ti rimetti in piedi. Io ho bisogno di qualcuno che sorvegli la casa. Come un lavoro, nulla di più.
Ma con due neonati come posso esserle utile?
Ce la farai. Ti affiancherò una colf, se serve. Non è carità: sto meglio se sento vita in casa.
Alluscita dallospedale tutto filò liscio. Matteo provò a farsi largo, ma la sicurezza lo respinse. Barcollava e urlava frasi sconnesse sotto la finestra. Giulia ascoltava; il dolore era svanito, rimaneva solo freddezza.
Ricci caricò le cose, fissò i seggiolini.
Si va a casa, annunciò.
La vita in villa Ricci era strana, come un sogno avvolto di profumi nuovi. Il soggiorno si riempì di bavaglini, latte e sabbioline, il giardino profumava di gelsomino e bucato pulito.
Matteo Ricci non era più così minaccioso. La sera, stravolto dal lavoro, prendeva in braccio uno dei gemelliLeonardo o Filippoe con voce burbera chiedevo Come va, ometto?.
I bimbi lo fissavano come se fosse un mago.
Del marito scomparso si seppe poco. Capì che Ricci gli aveva chiuso tutte le porte di Milano e provincia e sparì da un giorno allaltro. Spediva qualche europochima Giulia ormai si sentiva al sicuro. Per la prima volta sapeva di poter contare su qualcuno.
Passarono due anni.
Era una domenica di luglio, il sole splendeva come una meringa sulla tavola allaperto. Giulia sistemava piatti di ceramica nella pergola, Ricci trafficava vicino al barbecue tra salsicce e melanzane alla griglia.
I bimbi correvano scalzi, rincorrendo una farfalla enorme e rumorosa.
Papà, guarda, cè uno scarabeo! gridò Filippo, puntando il dito verso il cielo.
Giulia si immobilizzò con una forchetta in mano. Anche Ricci si bloccò. Papà prima volta. Prima cera solo Matteo.
Ricci si avvicinò, prese Filippo e lo sollevò in aria.
Questa è una coccinella, aiuta lorto, disse, e sorrise verso Giulia.
I suoi occhi erano diversi, non cera più la durezza. Solo calore.
Giulia si sedette vicino a lei. Sai che non sono portato alle smancerie. Non so mai che parole usare. Ma i gemelli ormai li sento miei. E tu non sei più unestranea.
Tirò fuori una scatolina tutta stropicciata.
Da due anni siamo una famiglia, di fatto. Facciamolo per davvero. Adotto i ragazzi, gli do il mio cognome. Così nessuno potrà mai dire nulla. Cosa ne pensi?
Giulia lo guardava con gli occhi pieni di lacrime, ma stavolta era gioia. Non era un pianto di sfinimento, ma di sollievo. Aveva finalmente trovato il pilastro cui affidarsi.
Sì, Matteo, sussurrò tra i singhiozzi e il sorriso.
Allora basta chiamarmi Direttore. Non sei più la mia dipendente.
Quella sera, dopo aver messo a letto i bambini, sedevano sul portico a sorseggiare un tè ormai freddo. Da qualche parte, in una Milano lontana, forse il vecchio Matteo beveva vino scadente lamentandosi coi compari. Ma in quella casa silenziosa e piena di vita, due bambini russavano piano, ora protetti da un padre vero.
A volte, in un sogno, basta sbagliare un numero o confondere un nome per cambiare tutto. Limportante, però, è non sbagliare persona.




