Il Solitario

Mamma mia, ma quanto sei serio, Vittorio Bianchi! Non per niente qui in paese ti chiamano Il Lupo solitario! Persino sorridere, ormai, pare ti costi la vita. E se uno ti guarda, così, di sfuggita, un fremito viene: sembra ti abbiano surgelato, o che la vita non ti piaccia proprio, eh?

Paolina ancora borbottava qualcosa, ma Vittorio ormai aveva già spento laudio. Afferrò la borsa con la spesa dal bancone di quellunico mini-market di Rocca del Sasso e si diresse verso luscita.

Tua Lorenza è tornata da sua madre questa settimana. E ha portato pure il bambino. Hai sentito, Bianchi? Oh, e se fosse tuo figlio, alla fine? Che lasci il ragazzino crescere senza padre, così, alla buona? Guarda che ti somiglia, eh!

Quelle parole colpirono Vittorio proprio mentre scivolava fuori, rischiando pure di inciampare sullo scalino basso delluscita. Ma mica si girò: cosa doveva dimostrare? Qui ormai lo sanno tutti, e ciò che non sanno se lo inventano. Di spiegare, poi, non se ne parla. Fatti suoi, e di Lorenza; gli altri che si facciano gli affari loro.

Un sole già troppo caldo per aprile inondava la piazza, quasi accecante, spingendo Vittorio a chiudere gli occhi. Il viso pareva scolpito, rigido come una statua. Fece due passi così, ad occhi semiaperti, prima di scuotersi bruscamente a un grido infantile:

Occhio!

Un ragazzino si catapultò tra le scale del negozio, prendendo tra le braccia due cucciolotti che stavano giocando proprio lì.

Attento, che li schiacci!

Naso leggermente largo, occhi scuri con palpebre pesanti, orecchie sporgenti proprio come lui. Uguale! Le vecchie del paese forse non spettegolavano per niente ma Vittorio sapeva bene che quel ragazzino, che ora lo osservava attento, suo figlio non era. Parentela stretta, si, ma non così tanto.

Un cucciolo, non lo vuoi? Guarda che zampe! Sembra un lupo! Forte diventerà!

Vittorio trovò la forza di scuotere appena la testa per rifiutare, poi prese il vicolo più vicino invece di quello giusto, impastandosi i passi. E lì, contro il muro piastrellato della villa Simoni, gli mancò il respiro, come colto dalla nostalgia. A che scopo tutto questo? Perché Lorenza è tornata? Perché ha portato proprio quel bambino, che avrebbe potuto essere suo figlio, se le cose fossero andate diversamente? Magari Giulio lha davvero mollata?

I pensieri ruzzolavano, senza concedergli respiro, il cuore era impazzito e batteva a vuoto come sette anni fa. Ricordare? Altro che! Che cuore indomabile, il suo. Si può imporre di tacere perfino a se stessi? Macché. Gli affari tra lui e Lorenza. Ognuno si faccia gli affari propri

Lucia Simoni arrivò rumorosamente col cancello, lo squadrò allarmata e si lanciò da lui:

Vito! Che chai? Non ti senti? Dai, ti aiuto! O chiamo Giulio?

Mani calde sulle sue spalle, e Vittorio aprì gli occhi.

Non cè bisogno, Lucia! Ti ringrazio! Passa

Dove vuoi andare, testone! Appoggiati, forza, che sei di piombo! Eh, pesante come pochi! Non devi strapazzarti così, sennò chi lo sente tuo nipote? Che diranno: La dottoressa non si è occupata nemmeno dei suoi pazienti! E io che sono tua medica, eh? Su, adesso ti misuro la pressione e ti faccio due punture, e tu in un attimo sei fresco come una lattuga appena colta! Avanti! Uno, due Passo!

Le gambe non collaboravano, ma Lucia era uno stambecco. Più che accompagnarlo, praticamente lo trascinò nel cortile, chiuse il cancelletto col piede e gridò:

Giulio! Vieni qua un attimo!

Poi Vittorio non ricordò più niente. Si svegliò sul divano, in casa Simoni, col fiato a metà, lo stomaco stretto e la sensazione che un infarto fosse già lì. Ma quando aprì gli occhi, sorrisetta breve: una gatta grigia fumé leccava i suoi micini. Gli altri, arrampicati sul petto suo, come un nugolo morbido.

Micia nostra ci sente la gente a distanza, Vito. Se ti porta i piccoli, vuol dire che di te si fida, sei a posto. Un altro? Manco morta.

Lucia appoggiò il registro dei compiti delle figlie e iniziò a spignattare attorno a lui.

Ecco, va già meglio! Quasi quasi, sembri in salute! Non farmi più prendere infarti, però! Le strade sono un disastro, se aspetti unambulanza stai fresco. E poi, morire? Ma sei matto? Hai un sacco di cose ancora da fare!

Quali?, Lucia? Mi rimangono solo la mia Zora e Polcano. Tutto lì.

Ah, la vacca tua, eh? Una campionessa: merita che tu ti prenda cura di lei. E se svieni, chi ci pensa?

Vittorio solo allora notò la stanza buia, tende tirate e lampada accesa.

Che ora è?

Sdraiati bene! È tardi. Da qua non ti faccio tornare a casa stasera. Dormi qui. E non ti preoccupare. Ho visto Zora: sta benone.

Lucia sistemò il fonendoscopio, abbracciò il marito sulla guancia e andò in cucina. Giulio intanto gli si sedette accanto.

Male?

Ehm, sì. Non so nemmeno io cosa sto male

Lo so io: Lorenza.

Giulio, lasciami stare.

Perfino la Micia ti sente ridacchiò lui, grattando lorecchio del gatto . Gli animali capiscono più di noi. Tu ti chiudi tutto dentro, ma quanto puoi tirare ancora? Siamo amici, Vito, da sempre. Quando servì aiutarmi, tu nemmeno me lo domandasti, ti fiondasti. Ora lasciami ricambiare almeno un po. Fammi provare, che mi serve più che a te.

Ma qui non cè niente da fare, Giulio.

Mia nonna, pace allanima sua, diceva che basta buttare fuori il dolore. Se cè qualcuno che ascolta, meglio. Altrimenti, scavi una buca, urli dentro quella, e poi la copri. Altrimenti la tristezza ti brucia dentro come carbonella.

E che vuoi sentirti raccontare? Mi vergogno, come uomo mi vergogno. Ma mi conosci, quanto lamavo Lorenza. Eri pure al matrimonio! Da quando stavamo insieme fino a…

Lo so. Ma non so perché siete scoppiati così. Stavate bene, e poi, sbam! Lorenza al nord, tu isolato in montagna. Ricordo tua madre che vendeva la vacca, piangeva ma non spiegava

Non sapeva nulla. Le ho detto che non la amavo più. Mio padre voleva ammazzarmi.

Ma non ci credo! Che è successo allora?

Vittorio si voltò via, muto. Le lacrime volevano uscire, ma erano ormai finite da tempo, piangendo da solo, nei boschi, come una bestia. Aveva urlato, chiamandola. E ora?

Non ci credo che ti abbia tradito. Non Lorenza.

Vittorio inspirò rumoroso e fissò Giulio con occhi neri e profondi.

Li ho visti. Con i miei occhi. Se me lo diceva uno, manco ci credevo

Giulio si prese il viso tra le mani.

Ma cosa hai visto davvero? Raccontami.

Era tornato Sergio, mio cugino. Abitò con noi per mesi. Lorenza voleva i figli, tentavamo, non succedeva niente. Mi manda a Firenze a combinare cose per la nuova fattoria, stavo via due mesi. Torno, e li trovo in cucina, lui la bacia, lei non si sposta. Muoio!

La voce gli tremò. Lucia, dalla cucina, spuntò con la siringa.

Adesso ti faccio liniezione, Vito, poi dormi. Di tutto il resto, parliamo domani.

Vittorio si arrese alla puntura, e finalmente cedette al sonno pesante.

*

Quando si svegliò, era ancora da Lucia. Sentì voci attutite che venivano da unaltra stanza. Lucia raccontava a Giulio, con angoscia e rabbia. Piangeva quasi. Vittorio è il padre! Me lha detto sua zia, la Tamara! Ha confessato tutto!

Ma come hai fatto? Dopo anni!

Non lo so. Sarà il momento. Prima sono passata da Lorenza. Mi ha raccontato che era incinta e non ha fatto in tempo a dirlo a Vito prima che lui partisse aveva paura, troppi aborti. Poi ho affrontato Tamara. Mi ha spiegato tutto, tra urla e pianti. Aveva sempre invidiato sua sorella, covava rancore da una vita. Volle punirla per un vecchio torto creduto, così aveva manovrato Sergio affinché si mettesse tra Vito e Lorenza.

Ha chiesto scusa almeno?

Alla fine sì. Sua sorella, la madre di Vito, però lha presa male. Ma adesso lo capiranno tutti. Anche Lorenza non ha mai tradito volontà. Era tutta una macchinazione!

Che storia! Ma ora?

E ora bisogna farli parlare. Tardi, ma meglio che niente. Lo sai, I figli e indica le loro bimbe dopo tanto fanno diventare matti, ma ti danno tutto.

Sorrisi e lacrime, persino un battibecco sullodore di barba di Giulio e sulla posizione del frigo. Va, va a farti la barba, che sembri una grattugia! Ti preparo le frittelle, che tra poco anche le bambine si alzano e bisogna dar da mangiare a Vittorio. Ne avrà per tutto il giorno.

Il giorno spuntò tra le case del paese, e persino il sole sembrava curioso di sapere cosa sarebbe successo.

Vittorio, ancora un po barcollante, uscì sul portico del cortile e strizzò gli occhi nel sole che inondava il giardino di Lucia. Fu scosso da una voce:

Sei tu mio papà?

Il ragazzino era seduto lì, col cucciolo in braccio.

Guarda che zampe! Diventerà forte come un lupo! Cane da pastori perfetto, no?

Vittorio prese fiato, si sedette accanto a lui e accarezzò il cucciolo.

Un bel cane, davvero. Hai fatto una buona scelta.

Lo sguardo del ragazzino, scuro e intenso come il suo, non lo lasciava. E allora Vittorio, quasi timido, posò la mano sulla spalla del bambino, la strinse appena e disse:

Sì. Sono io, Sergio (rigorosamente con la g, allitaliana!)

Meno male! Dai, torniamo a casa. La mamma sta preparando la colazione. E cè anche la nonna! Mi porta a vedere i cavalli. Ci vieni anche tu?

E mentre il bambino saltava giù, Vittorio sentì che quel nodo che lo stringeva da anni, finalmente si era sciolto. E la voce gli tornò, forte e tranquilla, come una volta.

Raccolse il cucciolo per mano al figlio, e rispose con una luce nuova negli occhi:

Certo che andiamo! Dai, Sergio Abbiamo una montagna di cose da fare, noi due. Una montagna interaCosì attraversarono il paesello, il sole già pieno e rumoroso duccelli, il profumo di lavanda e di pane caldo che si mescolava allaria di montagna, e ogni cosa sembrava più leggera. Le donnine alle finestre li osservarono incuriosite, qualcuna sorrise dietro il pizzo delle tendine, qualcuno scambiò un saluto: Bravo, Bianchi!, sentì alle sue spalle, e stavolta non gli sembrava più necessario chiudersi a riccio.

Il bambino gli aveva passato la mano, sicuro. Il cucciolo saltellava tra loro, tenendo insieme due vite che, da chissà quanto, aspettavano proprio questo incontro. In fondo alla via cera Lorenza: bella come allora, un sorriso e il nodo alla gola. Si scambiarono uno sguardo lunghissimo, senza più ombre tra di loro: ci saranno parole, certo, domande, forse ancora qualche lacrima, ma una certezza era tornata a vivere tra le pietre antiche di Rocca del Sasso.

Vittorio, per la prima volta dopo sette anni, sorrise davvero: un sorriso pieno e aperto, che tutti videro.

Ed ecco qualcuno, dal negozio, gridò: Lupo solitario, ma che hai da ridere così? Ma stavolta, tra le risa dei bambini e labbaiare felice del cucciolo, nessuno sentì la rispostaperché, finalmente, non serviva più.

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