Gattino infreddolito dal musetto buffo si rifugia davanti a un negozio italiano e chiede aiuto

Un micetto infreddolito, con il musetto davvero buffo e poco aggraziato, comparve una notte davanti a un piccolo alimentari nella periferia di Modena, come se fosse svanito fuori da una nuvola o forse qualcuno lavesse lasciato lì di proposito. Minuscola, con il pelo sparuto, la gattina si chiamava spontaneamente Bianchina, un nome che sapeva di polvere e stelle si aggirava furtiva tra i piedi dei clienti frettolosi, raccogliendo la poca attenzione che le zampine tremanti e le orecchiette spelacchiate riuscivano a suscitare. Il vento, odoroso di pioggia e pane appena sfornato, trasportava il suo flebile miao che si confondeva tra i clacson e le urla dei bambini in bicicletta, ma nessuno si fermava: il piccolo musetto era pieno di croste, gli occhi due fessurine astute, il pelo sul collo e sulle orecchie rapito dal freddo.

Come Bianchina fosse arrivata proprio lì, nessuno avrebbe potuto dirlo nemmeno in sogno, ma il quadro era desolante come certi quadri malinconici nelle case delle zie di provincia. Le cassiere del negozio la lasciarono entrare, la accolsero tra le nere mattonelle fresche, la scaldarono con qualche carezza distratta e le applicarono subito alcune gocce di Advocate anche se lodore sembrava quello dellorigano e i risultati lasciavano a desiderare. Così, ogni giorno, come se un orologio surreale scandisse il tempo, Bianchina tornava puntuale davanti alluscio, ruotando attorno alle gambe dei clienti come una trottola fatata, domandando silenziosamente una casa.

Laria si faceva sempre più fredda; già a meno cinque gradi, la micia sfidava il gelo, ma a meno quindici, sotto la neve finta delle insegne natalizie, non avrebbe certamente resistito. Una delle commesse Maria Grazia, donna dal sorriso caldo e dagli occhi stanchi ricordò di come, appena qualche mese prima, sempre noi avessimo salvato un altro gattino abbandonato proprio lì, vicino ai carrelli di plastica rossi. Così ci chiamò, con urgenza che pareva fatta di pane e nostalgia, chiedendo aiuto.

Quando arrivammo, Bianchina ci danzò intorno come un sogno di zucchero filato, saltellando sui piedini in cerca del trasportino che sembrava un piccolo treno delle meraviglie. Sembrava sapesse che quello era il suo ultimo biglietto per non essere dimenticata dalle storie e dalle case. Si alzava quasi in punta di zampe, ci abbracciava con il suo codino tutto stropicciato, e faceva le fusa come fosse un piccolo trattore incantato.

Già dalle prime foto, il suo problema era evidente: la rogna, una malattia fastidiosa ma, si sperava, passeggera come una pioggia estiva. Bastarono poche applicazioni di Stronghold e qualche sguardo gentile e Bianchina iniziò a rifiorire. In pochi giorni, mangiava e dormiva, alternando pappa croccante al sogno di lunghe corse notturne nelle praterie.

Il suo nome sbocciò subito nelle nostre bocche: Patatina. Faceva proprio ridere, perché era tonda, disordinata, ma con lo sguardo disarmante di una vera principessa delle patate novelle. Bastarono due trattamenti e piccole carezze quotidiane: davanti a noi apparve una micina occhiuta, sveglia, già più carina che bizzarra.

Il pelo sulle orecchie e sulle zampette avrebbe richiesto ancora un po di tempo per ricrescere è solo questione di settimane, ci rassicuravamo. Intanto, Patatina era già prenotata per la sterilizzazione; ogni giorno si trasformava sempre più, da grappolo di malinconia a gattina luminosa, sana e finalmente coccolata. Tutto sembrava svanire come nei sogni, tra lodore del pane e il tintinnio delle monete da due euro nel cassetto del negozio.

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