UNA VITA STRAORDINARIA: STORIE DI MERAVIGLIE ITALIANE

UNA VITA STRAORDINARIA

Al matrimonio della nostra amica Giulia abbiamo festeggiato per due giorni di fila: in modo rumoroso, abbondante e gioioso. Lo sposo era bello come Raoul Bova e sorprendentemente modesto rispetto alla sua bellezza quasi irreale. Tutti gli invitati si scambiavano sguardi dintesa ammirando Matteo: occhi celesti, ciglia scure e lunghissime (maledizione, perché madre natura dispensa simili tesori agli uomini?! Mamma mia!), un mento deciso, naso alla greca e pelle vellutata con una nota dorata. La ciliegina sulla torta: quasi due metri di altezza e delle spalle larghe come un campione olimpico. Se non avessimo così amato Giulia, ci saremmo azzuffate lì sul tavolo nuziale per quellesemplare raro. Davvero, Matteo era proprio un signor uomo.

Guarda che belluomo ti sei presa! labbiamo attaccata allunisono, tutte pronte a mostrare la faccia più miserabile e sola nelleventualità che Matteo avesse parenti scapoli altrettanto belli.

Ma ragazze, dai! Lho scelto per la sua semplicità. Matteo viene da un paesino vicino Firenze, è cresciuto con la nonna in mezzo ai campi; è un tipo dalle mani doro, sempre pronto ad aiutare. Labbiamo conosciuto perché i miei hanno comprato una casetta in campagna lì vicino. È dolce, affidabile, operativo sempre! Il podere che teneva da non credere! Un vero uomo! Ho impiegato dieci notti a convincerlo a trasferirsi in città, eh!

Matteo si era ben adattato tanto nel lavoro quanto nelle relazioni coi nuovi parenti, e pure negli studi: in pochi anni è diventato un esperto di vini, profumi, politica, arte, viaggi, Borsa di Milano, sport e aveva ormai perso anche quellaccento toscano così caratteristico. Conduceva la sua auto comoda generosamente prestata dal suocero e aveva un buon posto in unazienda sempre grazie al padre di Giulia. Chi avesse regalato loro lappartamento non ve lo dirò, provate a indovinare.

Al secondo anno di matrimonio Matteo mostrò una debolezza inaspettata: i calzini bianchi. Indossava solo calzini candido latte, girava per casa e dagli amici senza pantofole, metteva i calzini bianchi perfino negli stivali da pioggia e se ne stava in piedi senza scarpe su pavimenti infangati.

Lamore di Giulia per questo accessorio era scarso, però lavava il pavimento due volte al giorno e cambiava tonnellate di candeggina. Così Matteo si guadagnò il soprannome di Calzino.

Che Matteo avesse unamante, Giulia lo scoprì allottavo mese di gravidanza. E indovina? Anche lamante era incinta, con lo stesso termine. Calzino fu cacciato di casa, licenziato, maledetto e pianto in sole ventiquattro ore. Dopo sono arrivate le lente e appiccicose giornate di una cupa primavera. Giulia giaceva su quel letto che ora le sembrava immenso, fissando il soffitto con occhi asciutti:

Piangerò dopo. Per adesso al bambino non fa bene.

Giulia sembrava Lenin sul catafalco, immersa nel silenzio; noi amiche ci davamo il cambio vegliandola in silenzio, per starle accanto.

Avremmo voluto tanto piangere, strappare le pagine del destino e cancellare i tradimenti. Ma bisognava solo aspettare e tacere.

Il giorno delle dimissioni eravamo tutte lì, in fermento, a scuotere palloncini, a supplicare le infermiere di lasciarci brindare con un po di tè e di venire con noi a festeggiare fino a notte, augurando a tutti salute e felicità. Il neo-nonno era il più euforico: la sera prima, commosso, aveva promesso alle inservienti di ripulire tutto e aveva scritto col gesso sotto la finestra della stanza: Grazie per il nipote!. Poi aveva provato anche a cantare, ma lo hanno bloccato le guardie; un vigilante, mosso a compassione, si è offerto di ascoltarlo nel suo stanzino con un po di grappa, senza disturbare la quiete pubblica.

Il giorno stesso delle dimissioni il nonno era raggiante, fresco e anche lucido, mi pare. E piangeva, lacrime di gioia e di orgoglio, sincere e misurate.
Anche noi piangevamo, ridevamo, abbracciavamo Giulia, sbirciavamo timidamente nel fiocco azzurro e tacevamo sulla questione del naso greco di papà che già era spuntato nel piccolo Andrea. Solo Giulia, pur nella felicità, non piangeva:

Piangerò dopo. Magari il latte si rovina.

Giulia tacque con noi per altri due mesi, poi un giorno si decise ad andare a trovare Matteo. Non con fiammiferi e acido, ma con un grande desiderio di urlare e distruggere. Di rimproverare, di picchiare i muri con i suoi pugni magri, di svergognarlo, umiliarlo e riversare, tutta insieme, quella sofferenza che la teneva incatenata al letto, rovesciandola su quel traditore, il distruttore delle sue speranze e del loro piccolo mondo con Andrea. In quel bimbo, lei Giulia simmaginava serate serene, a fare calzini per i suoi uomini, a ridere con Andrea che cammina mano nella mano con lei e Matteo. Lo stesso Matteo, tanto necessario e tanto suo.

E Giulia voleva anche guardare negli occhi quella donna sfacciata che si era presa suo marito. Gli occhi dovevano essere spavaldi, probabilmente anche belli. E in quegli occhi Giulia avrebbe sputato. Deciso. Sputerà. E se serve, magari li graffia pure.

Il luogo del confronto Giulia lo scoprì per caso grazie alle pettegole del portone durante una passeggiata col bambino. Le nonne gentili la fermarono, ribadirono che Matteo era proprio un disgraziato, le dettarono litinerario preciso fino al covo degli amanti e le suggerirono anche atroci piani di vendetta. Giulia si bloccò, singhiozzando dentro, quasi voleva andarsene senza ascoltare il numero civico, ma restò lì.

E ora eccola, Giulia, davanti al portone di una vecchia palazzina popolare, aveva solo da salire al quinto piano, e poi poteva sputare, urlare, quello che voleva.

Al primo piano si convinse che, con la sua consueta sfortuna, sicuramente non avrebbe trovato nessuno in casa e avrebbe perso solo tempo. Al secondo piano pensò che forse sarebbe meglio così, che non ci fosse nessuno. Al terzo piano sentì già il pianto disperato di un neonato provenire dal quinto.

Le aprì la porta una ragazza magra e in lacrime, niente a che vedere con lidea della femme fatale che aveva nella testa Giulia.
Mentre lei guardava quella rivale con i moccioli al naso, il bambino dentro urlava disperato.

Buongiorno, Giulia. Matteo non cè più, ci ha lasciato due settimane fa. Non so nemmeno dove sia ormai mormorò la ragazza sedendosi a terra, singhiozzando.

A Giulia passò dimprovviso qualsiasi voglia di fare scenate. Voleva solo entrare e calmare quel bambino affamato. Poi magari sferrare una frase crudele: «Se vuoi andare a ballare, ricordati che bisogna anche saper spingere la carrozzina, cara!» Quella frase serviva dirla, e bisognava guardarla con disprezzo. Lo meritava, in fondo, come donna tradita.

Il neonato era completamente asciutto. Le palpebre gonfie di pianto, una vena sulla fronte, la voce ormai roca. Di certo, il piccolo gridava dalla fame, senza forze, mentre la madre decisamente irresponsabile giaceva a terra nellingresso, ululante.

Come aveva aperto gli armadietti vuoti in cerca di latte artificiale, come aveva frugato nel frigorifero deserto, Giulia lo ricordò solo dopo, con fatica.
E come aveva visto su un foglietto quella frase interrotta: Per favore, perdonami s… che faceva rabbrividire.

La ragazza, col viso riverso sul pavimento, si sfogava, raccontando a Giulia, come ad unamica, che non aveva un posto dove andare perché la casa era affittata solo fino a fine settimana. Che il latte se nera andato, Matteo se nera andato, i soldi non cerano mai stati. Era dispiaciuta, si vergognava da morire, era tardi, non sapeva nulla. Chiedeva perdono. E che Giulia poteva pure schiaffeggiarla, anzi forse doveva. E il piccolo si chiamava Paolo ricordalo Giulia, caso mai servisse. Paolo era più grande di Andrea di appena nove giorni.

Giulia corse a casa di corsa tra venti minuti Andrea avrebbe chiesto il seno. Ma non fu facile: due borse piene di roba di Stefania le pesavano sulle braccia, e la stessa Stefania, sfinita, correva di fianco portando Paolo finalmente sazio. Giulia correva e pensava a dove mettere due lettini in più.

Tre anni dopo abbiamo festeggiato il matrimonio di Stefania, quattro anni dopo quello di Giulia. Il marito di Giulia detesta i calzini bianchi perché, dice, la vita va vissuta a colori; adora sua moglie, suo figlio e le loro due bambine. Stefania è madre di quattro maschietti e suo marito continua a sperare che prima o poi arrivi anche una femminuccia.

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