Era quasi lalba, e sulla mia cascina regnava il silenzio. Laria odorava di terra bagnata e fieno appena tagliato, e il cielo sopra le colline del Piemonte aveva ancora i colori freddi della notte. Avevo appena finito di dare da mangiare alle mucche, quando la vidi: una figura minuscola davanti alla porta della stalla.
Era una bambina.
Non poteva avere più di sette anni, magra, il volto smunto, i piedi dentro un paio di vecchi sandali troppo grandi per lei. I capelli scuri raccolti in una treccia sciolta, e in mano stringeva una piccola bottiglietta di plastica.
La bambina se ne stava immobile, con gli occhi spalancati dalla paura, fissando me come se fossi uno spettro.
Mi scusi, signore sussurrò piano piano. Non ho soldi per il latte.
Mi bloccai, immobile.
Cosa hai detto?
Lei abbassò lo sguardo, stringendo ancora di più la bottiglietta.
Mio fratellino ha fame. Serve il latte.
Solo allora notai che il suo vestitino era umido e le mani tremavano, non solo per il freddo. Sembrava esausta.
Dove sono la tua mamma e il tuo papà? domandai piano.
Non rispose.
E tuo fratello?
Esitò, poi mormorò:
È qui vicino.
Il mio cuore si fece pesante. In sessantanni tra queste valli avevo visto tante cose: le nevicate improvvise, il bestiame ammalato, le grandinate destate. Ma quella bambina, in quel momento, era la cosa che mi turbava di più.
Il latte ce lho, dissi infine. Non devi pagare nulla.
Lei si rilassò appena, ma restava tesa.
Mentre scaldavo un po di latte sul fornello della cucina, la bambina attendeva sulla soglia, come se avesse troppa paura a entrare.
Come ti chiami? domandai.
Fiorella.
Bel nome, Fiorella.
Abbassò lo sguardo. Quando le tesi la bottiglietta piena di latte caldo, la strinse tra le mani e disse solo:
Grazie, signore.
Chiamami Carlo, risposi.
Fiorella si voltò subito verso luscita.
Aspetta. Ti accompagno, le dissi.
I suoi occhi si riempirono di nuovo di paura.
Non temere. Voglio solo assicurarmi che vada tutto bene.
Dopo un attimo di esitazione, annuì.
Non mi portò però verso il paese né in direzione delle case. Tagliammo i campi dietro la cascina, attraversando rovi e arbusti, fino a raggiungere un vecchio fienile abbandonato vicino al torrente.
Quando spinse la porta cigolante, vidi un neonato.
Un maschietto, piccino, di sei mesi forse, avvolto in una coperta sottile color grigio, sdraiato su un letto di paglia. Le guance affossate, le manine quasi immobili.
Fiorella si precipitò da lui e gli avvicinò il biberon alle labbra.
Il piccolo iniziò a bere, avidamente.
Mi appoggiai allo stipite, sconvolto.
Da quanto siete qui? chiesi a bassa voce.
Tre giorni.
Tre giorni.
E i vostri genitori?
Deglutì con fatica.
Hanno detto che partivamo per un viaggio Poi se ne sono andati. Hanno promesso che tornavano presto.
Sentii un colpo dentro.
Vi hanno lasciati qui?
Fiorella annuì senza un suono.
E da mangiare?
Indicò un sacchetto vuoto, unto, di una panetteria.
Un fumo nero mi si sollevò dentro.
Come si chiama tuo fratello?
Matteo.
Guardai il piccolo Matteo mentre beveva latte tra un battito di ciglia e laltro.
Perché non sei andata a chiedere aiuto?
Scosse il capo.
Mamma mi ha detto di non dire a nessuno dove siamo. Se lo scoprono, non ci vedremo più.
Tutto divenne chiaro: la sua paura era il terrore di perdere Matteo.
Poi venni a sapere che i genitori non avevano mai avuto intenzione di tornare. Avevano venduto la roulotte, ritirato gli ultimi risparmi, lasciato Ivrea senza dire una parola. Ai vicini, solo una bugia: Andiamo in Sicilia.
In realtà, abbandonarono i figli in quel fienile, per scomparire.
Il motivo era ancor peggiore: una lunga lite per laffido con la nonna materna Rosaria che da tempo segnalava i rischi a cui erano esposti i nipoti. Quando partì lindagine, i genitori fuggirono.
Accolsi Fiorella e Matteo nella camera libera sopra la stalla. Gli assistenti sociali volevano affidarli a una casa famiglia, ma mi opposi con tutte le mie forze.
Due giorni dopo, arrivò la nonna.
Quando Rosaria vide Fiorella, si accasciò a terra, in lacrime. Ma Fiorella fece un passo indietro, impaurita ancora una volta da tutto quel dolore.
Il giudice decise una soluzione speciale: i bambini restarono da me, perché Rosaria potesse riavvicinarsi piano. Così, la vita ricominciò.
Fiorella ricominciò a mangiare con appetito. Le guance di Matteo si fecero rosee; una mattina rise a voce alta, come se nulla potesse più far paura.
Li trovai, un giorno, sotto la grande quercia. Rosaria pettinava piano i capelli di Fiorella.
Lo facevo anche con tua mamma quando era piccola, sussurrò.
Questa volta, però, Fiorella non si scansò.
Capì che, pian piano, tutto stava tornando.
Dopo qualche mese, il tribunale affidò i piccoli alla nonna. Ma la loro casa restò la mia cascina. Rosaria si stabilì nella piccola dependance accanto al cortile.
I genitori non tornarono mai più, persero ogni diritto.
Quasi un anno dopo, una mattina alle cinque e mezzo, Fiorella venne di corsa al fienile.
Buongiorno, contadino! mi sorrise.
Non era più scalza, non tremava più.
Mi porse un piccolo barattolo in mano.
Sono i soldi per il latte. Nonna mi fa aiutare in casa.
Sorrisi, le restituii il barattolo.
Non mi devi nulla.
Restò qualche secondo in silenzio.
Ma voi ci avete salvati.
La guardai: sana, forte, i capelli illuminati dal sole che nasceva.
No, risposi. Vi siete salvati insieme.
Fiorella corse a casa, da dove si sentiva già la risata di Matteo.
E ogni mattina, alle cinque e mezzo, quando tutto è ancora grigio e silenzioso, mi tornano in mente le sue prime parole:
Mi scusi, signore non ho soldi per il latte.
Di euro non ne aveva.
Ma aveva coraggio.
E, a volte, questo vale infinitamente di più.






