La Casa di Carta

La casa di carta

Lellina, faremo tardi!

Papà, arrivo! Lella saltellava su un piede solo, tentando di infilarsi il calzino.

I calzini erano buffissimi. Diversi. Uno rosa, l’altro verde. Glieli aveva regalati sua zia Caterina. Proprio questi calzini e le sneakers. Anche quelle spaiate. Diceva che era lultima moda.

A Caterina, Lella dava retta. Zia era una vera appassionata di moda. Sosteneva che, se madre natura non ti aveva benedetta con la bellezza, allora bisognava farsi notare in altri modi.

Sul tema della bellezza, però, Lella non era per nulla daccordo con Caterina. Sì, magari secondo i canoni attuali non era una top model, magra come una sarda, come diceva la nonna, capelli scuri, occhi grigi… Ma Caterina aveva un carisma che bastava e avanzava; Lella si divertiva a vedere come la gente si girava al loro passaggio.

Non ti notano, eh! Guarda un po, tutti che si voltano!

Chi? Caterina si fermava e guardava a destra e a manca.

Lella in quei momenti rideva di cuore. In fondo Caterina, per quanto più grande, le sembrava sempre una ragazzina.

La sua ingenuità era quasi disarmante.

Mi ha detto che gli piaccio! Lellina, non so che fare!

Ma tu, lui ti piace?

Tantissimo! Ma mi fa paura!

Perché mai?

È troppo bello. Tutte le ragazze dellufficio gli stanno dietro. Eppure, a me si è fissato. Roba da matti!

Cate, tu non sei roba da matti per niente! Sei bella e intelligente! Perché non dovresti piacere?

Domande retoriche. Ma per quanto Lella provasse a scalfire la corazza di incertezza della zia, non ci riusciva. E si arrabbiava, a volte piangeva pure dallimpotenza.

Figlia, è faticoso cambiare ciò che è stato costruito in anni sospirava papà Giulio, tentando di rassicurare la figlia adolescente.

Da chi, papà? E perché? Per quale motivo una bella ragazza dovrebbe essere ridotta allinsicurezza? Tu non mi hai cresciuta così!

Io no, gli insegnanti sì.

E Caterina? Papà, lo so che parli di nonna, ma non lo dici mai apertamente.

E che dovrei dirti? Che mia madre ha sbagliato ad educare sua figlia? Sarebbe giusto? Sei grande ormai, sai bene cosè il rispetto per i genitori. Mia madre mi ha cresciuto da sola, senza padre. Lo sai, poi è arrivato Sergio, il mio patrigno. Gli ho sempre voluto bene, mi ha fatto da padre. Ha avuto pazienza, mi ha insegnato tanto. Ma soprattutto non lasciava che mia madre intervenisse troppo nella mia crescita. Diceva che agli uomini servono uomini per diventare uomini.

Bello, papà. Ma perché non ha fatto lo stesso anche con Caterina?

Ci ha provato. Ma in quel caso, il suo principio si è ritorto contro di lui. Era una femmina Così mia madre ha tirato su Caterina come riteneva meglio. Non giudicarla troppo severamente; anche lei aveva i suoi motivi.

Quali, papà? Guardo Caterina e mi viene da piangere! È così brava! Forse anche troppo per bene. Ma così fragile, insicura, quasi infelice. Ha paura di tutto! Delle persone! Perché?

Vedi, figlia mia, mamma ha sempre avuto una paura folle per Caterina. Forse è tutto lì. Paura isterica, da tremare. La accompagnava a scuola più della metà delle superiori. Credo che abbia temuto per anni che le potesse succedere qualcosa. Caterina è costata fatica, la gravidanza andò male. Fu proprio allora che io e Sergio ci siamo avvicinati davvero. Eravamo due uomini, e là, in ospedale, cera una donna che amavamo entrambi. Era dura. Ho visto Sergio preparare brodini, spremere succo di melograno, alzarsi allalba per andare al mercato a prendere fegato fresco. Solo allora ho compreso quanta dedizione ci fosse. E cosa voglia dire essere uomini. Lui, Sergio, parlava poco. Tu non lo ricordi, un peccato.

No, non lo ricordo papà Ma ricordo il cavallo a dondolo che ha fatto per me.

Appunto! Lo costruiva mentre aspettavamo te. Era sempre abile con le mani. Non stava bene, ma lavorava uguale, aveva paura di non finire in tempo.

E dovè adesso?

Sta in soffitta. Arriveranno i nipoti, lo tirerò fuori.

Papà!

Che c’è?! Prima o poi, mi renderai nonno!

Ma non così presto!

Ah, meno male!

Papà!

Che ho detto ora?

Giulio si schermiva dalle battutine della figlia, ma tirava un respiro di sollievo. Sapeva che ormai certe domande non avrebbero mai avuto risposta completa. In famiglia tutto era sempre stato complicato. Da bambina, Caterina chiamava la loro casa la casa di carta.

Casa di carta? Perché, Cate?

Giulio, magro e impacciato liceale, trovava sempre un po di tempo per la sorellina. Lei lo spiazzava.

Perché assomiglia a questo tulipano! Cate girava tra le dita un fiore di carta, fatto dal fratello Bello, sì. Ma guarda qui

Appoggiò il tulipano sul palmo e lo schiacciò con laltra mano.

Ehi, perché?! Giulio trasecolava.

Vuoto dentro. Hai visto? Fammene un altro!

Per farlo schiacciare ancora?

No. Voglio mostrarti una cosa.

Era già terrorizzato, ma si rimise a piegare la carta.

La plastilina colorata entrava a fatica nel piccolo foro della base del tulipano. Ma Cate era caparbia. Lo riempì tutto.

Ecco, ora non si schiaccia più. Di carta, ma forte. La nostra casa non lo è le manca la plastilina dentro.

Giulio era scioccato da quanto la sorella capiva il loro mondo.

Quei fiori li aveva imparati a fare dalla compagna di banco, Alina. Apparentemente composta, non stava mai ferma a lezione.

Ho prurito alle mani, devo fare qualcosa mentre penso.

Sotto le sue dita, la carta prendeva vita: gru, rane, o interi mazzi di tulipani al termine della lezione. Gli insegnanti lasciavano perdere: brava, pronta a rispondere a tutto. Che importava se consumava carta?

Giulio portava a casa quelle meraviglie, per la sorella. Cate le adorava.

Come ha fatto?

Vuoi che le chieda di insegnartelo?

Sì!

Giulio doveva sempre chiedere il permesso alla madre per portare Caterina al parco. Invitare Alina a casa era fuori questione. Sapeva che la mamma non avrebbe approvato.

LElisabetta, la loro mamma, era severa. Spesso anche troppo. Giulio la amava; credeva che dietro tutto ci fosse solo la paura per lui e la sorella.

Giulio! Devi pensare al tuo futuro! Da solo! Nessuno ti deve niente! Io ho fatto il mio: ti ho fatto nascere e allevato. Adesso, basta. Ho ancora Caterina. E non contare su Sergio. Ricordati che padre non è.

Lui non discuteva. Ma sapeva che, alla prova dei fatti, Sergio ci sarebbe stato. Ormai lo chiamava papà anche davanti agli altri.

Le cose che la mamma diceva solo in assenza di Sergio, il patrigno le avrebbe stroncate subito. Per lui la famiglia veniva prima di tutto.

Giulio però aveva capito presto che star bene aveva significati diversi. Dove papà pensava che i figli andassero viziati e amati, la mamma voleva rigore. E, ancora di più, paura.

Per i figli, LElisabetta aveva ansie per venticinque ore al giorno. Unora in eccedenza magari, non si sa mai. La frase tormentone dellinfanzia di Giulio.

Può darsi che a Caterina succeda qualcosa!

Valido per tutto e tutti. Amiche? Nessuna era allaltezza per essere davvero sua amica. Insegnanti e allenatori? Solo rapporti funzionali, niente confidenze. Niente abbracci. Se lo fanno gli altri, affari loro.

Altra gente? Che serve? Ci siamo noi: la famiglia e basta. Gli altri, un pericolo.

Perché tanta ossessione? Giulio lavrebbe capito solo più tardi. La mamma si agitava come una leonessa in gabbia, voleva fare tutto da sola. Cambiò lavoro per poter prendere e portare Caterina a scuola. Prese la patente solo per poterla accompagnare ovunque. Giulio aiutava, ma quando la sorella fu più grande ormai aveva già una vita tutta sua.

E di cose in quella vita ce nerano: Alina… Poi la loro piccola Lella, scioccò davvero lElisabetta: non aveva previsto di diventare nonna prima dei venticinque di Giulio.

Giulio! Ma perché, così presto Poco lungimirante Devi laurearti! LElisabetta si stringeva nelle braccia, a scatti, davanti alla finestra della cucina.

Mamma, non sono un ragazzino. Mi assumo le mie responsabilità. Alina aspetta un figlio. Mio, capisci?

Potevate pensarci! E adesso cè ancora una possibilità

Basta, mamma. Se continui, finirai per dirmi cose che non potrei mai perdonarti. Capisco che sei sconvolta. Ma rifletti su quel che ti ho detto.

Giulio, prima di uscire, salutò Caterina e si fermò da Sergio, ormai malato da mesi. Un male terribile. Sergio taceva, ma a Giulio dava qualche accenno della sua fatica.

Anche quella sera, prese la mano del figliastro, la strinse più forte che poteva e posò nella mano di Giulio le chiavi dellappartamento.

Sistemiamo i documenti questa settimana. Per Caterina e la mamma cè la casa in campagna; stanno salendo i prezzi, faranno un affare. Voi due, vivete! Fai bene, figlio mio. Un bambino ha bisogno di una casa. Vera, solida. Hai capito?

Sì, papà. Grazie

Sergio non riuscì a vedere Lella. Nacque una settimana dopo che lui se nera andato senza un lamento.

Giulio prese in mano la famiglia senza che la madre dovesse chiedere nulla. Caterina, in fondo, tirò un sospiro di sollievo. Sapeva che Giulio teneva ancora sulla mensola la piccola carta-tulipano piena di plastilina.

Perché? Caterina toccava i petali di carta.

Mi ricorda di non restare vuoto, Cate. Mi dice che ho dei doveri.

E quali?

Riempire la vostra vita di qualcosa di più, non solo la mia e di Lella, ma anche la tua e della mamma.

È duro, Giulio. Lei non sente, comunque.

Ma almeno posso provarci.

Già almeno provarci sospirava Caterina.

Non voleva proprio che Giulio litigasse con la madre.

Elisabetta si era chiusa ancora di più dopo la morte di Sergio. Caterina non capiva cosa le succedesse, ma Giulio sì. Si ricordava tutto di quando il padre li aveva lasciati: aveva quattro anni allora, ma le lacrime, lurlo quando la mamma fracassò il suo vaso preferito sul muro e poi raccolse i cocci, lui punito nellangolo Se lo ricordava come fosse ieri. Era diventato la normalità. Mamma lo sgridava e poi lo baciava e chiedeva scusa. Ma lui era già un tipo corazzato.

Sei un testone, figlio mio! Non ti smuove nessuno! Io piango e tu nemmeno una lacrima. Ma non ti dispiace per la mamma? lei faceva le sopracciglia a casetta, si tranquillizzava solo quando lui si mordeva il labbro per non piangere. Non mi sono sbagliata su di te! Vieni qua! Anche la mamma ti vuole bene!

Giulio ricordava benissimo tutte queste dinamiche e faceva di tutto per risparmiarle a Caterina. Ma ci sarebbe riuscito solo stando in quella casa, e sapeva che era impossibile. Alina era troppo fragile, come le statuine di carta che faceva da bambina.

Figlio mio, che ti avevo detto! E pensa che Lella è nata sana! Povera Aline! Così giovane, già senza salute! Un cuore malato per una ragazza Ma si può? E tu che corri tra casa e lavoro Quanto conta una scelta, nella vita Una scelta giusta

Giulio stringeva i denti.

Mamma, basta così! Litighiamo!

No, no, cosa vai pensando? Sono solo diretta, lo sai!

Fin troppo Giulio prendeva Lella e se la portava a casa, spesso dimenticando di chiedere a Caterina come andava.

Ma Caterina non si lamentava mai. Seria come il padre, taciturna, chiusa, tranne con i più intimi.

Eppure, con la mamma, i rapporti erano complicati. L’amore e la fiducia camminavano sul filo di ghiaccio sottile. Un passo falso e si ritrovava da sola, in una voragine di solitudine.

Alina morì quando Lella aveva cinque anni. Quella mattina non si svegliò più. Giulio, che cercava di non fare rumore per non disturbare la moglie, ascoltò il fischio del bollitore. Si rovesciò addosso l’acqua, il gatto saltò via e lui scivolò sul pavimento bagnato. Ma non aveva più fretta di nulla. Appena vide la stanza, capì. Il mondo si fermò, restò solo un pensiero, martellante per non precipitare nella disperazione: Lella!

Fece due passi, chiuse la porta della camera e andò nella stanza della figlia. Il gatto di peluche, quello che la bambina non lasciava mai, era sul cuscino. Lella aveva dormito dalla nonna e aveva dimenticato il gioco solo perché Giulio la portò lì dritto dallasilo. Stringendo lorecchio floscio del peluche, Giulio urlò come una bestia ferita per smorzare il dolore.

Quanto tempo passò in quella stanza, non saprà mai. Poi, quando la notte cedette, si alzò, tornò in cucina e prese il telefono.

Mamma? Tieni ancora Lella con te. Sì, lo so che lavori. È importante. Ti chiamo io

Per due mesi, Giulio ricordò poco. Faceva qualcosa, cucinava per la figlia, la portava a scuola. Lella gli stava sempre accanto, quasi senza lasciarlo mai. E non chiedeva della mamma. Allinizio Giulio non ci fece caso, poi vide la bimba sgattaiolare nella camera chiusa, sedersi a terra e parlare piano a una foto della mamma poggiata sul comodino. Capì che sapeva tutto.

Non entrò. Quando Lella uscì, la prese in braccio, le annusò i capelli arruffati e chiese:

Chi te lha detto?

La nonna! Dice che tu hai bisogno di coccole. E che non si deve parlare di mamma, perché a te fa male.

La strinse forte; lei si lamentò ma lui si corresse subito.

Scusami, piccina! Scusa per tutto! Puoi parlare con me di mamma ogni volta che vuoi! Sentimi, solo me!

Dal sospiro e pianto di Lella, Giulio capì quanto la figlia avesse sofferto. Si maledisse per averla lasciata da sola con quel dolore. E si arrabbiò ancora di più dopo che, una notte, tardi, si presentò in lacrime Caterina.

Quella sera aveva messo a letto la figlia, seduto buio in cucina, accarezzava il gatto e fissava il vetro nero. Dormiva su un materassino nella camera di Lella, ma sapeva che doveva cambiare aria, magari anche casa. Oppure trovare altre soluzioni.

Non avrebbe sentito il lieve bussare se non fosse stato per il silenzio. E ogni volta, ricordando quel momento, aveva i brividi: se Caterina se ne fosse andata via quella notte, lui magari si sarebbe addormentato sotto sonnifero, come gli aveva consigliato il dottore.

Caterina, zuppa di pioggia, appena lui aprì la porta, gli si gettò addosso stringendolo con la forza di chi ha toccato il fondo.

Cate! Che succede?!

Mi fa male si accasciò, lui la prese in braccio, capendo che era successo qualcosa di gravissimo.

Lambulanza arrivò mezzora dopo; unora dopo Caterina dormiva nel letto di Lella, senza aver detto nulla al fratello.

Giulio lo capì quando vide i lividi sulle braccia.

Cosè?

La maglietta larga del fratello non riusciva a nascondere le chiazze scure.

Cate?

Giulio, non voglio parlarne.

Capisco. Ma dovrai, piccina. Altrimenti non posso aiutarti. Dimmi che succede.

Gli occhi grigi si riempirono di lacrime, Cate scosse la testa.

È mamma? Giulio temeva la risposta, ma già sapeva.

Cate annuì, gli strinse le mani e vi nascose il viso.

Non mi lasciare da lei. Adesso no! Ho paura, Giulio

Mentre tentava di calmarla, Giulio ragionava. Se avesse fatto ora uno scandalo, non avrebbe più rimediato. Sapeva che la madre stavolta, in preda al suo delirio di controllo, aveva passato il limite. Perché Caterina era lunica cosa rimasta sua.

Raccontami. Dimmi tutto. E penseremo insieme cosa fare. Ti prometto che farò di tutto perché tu non pianga più! Mi credi, Cate?

Se avesse esitato prima di annuire, Giulio non si sarebbe mai più sentito uomo. Invece Caterina comprese, si scostò, si sedette dritta e guardò dritto davanti a sé. In quel momento assomigliava al padre, tanto che a Giulio vennero i brividi. Non poteva deludere Sergio. Se la sua sorella aveva bisogno daiuto, chi se non Giulio?

La mamma ha scoperto che vedo Massimo. Te ne ricordi?

Quello un po spettinato? Giulio le porse il tè e un panino.

Mangia!

Non ce la faccio, dopo. Spettinato tu! Sì, lui. Niente di serio, te lo giuro! Siamo andati due volte al cinema, una passeggiata al parco. Di giorno! Non ha neppure provato a baciarmi, capisci?

Cate, non urlare. Ti credo. Che è successo con la mamma?

Mi urlava! Mi scuoteva mi ha detto cose Giulio, non posso ripeterle! Perché mi tratta così? Che ho fatto di male? Mi sono sempre comportata bene. So bene che è presto per qualcosa di serio. Ma lei urlava che avrei finito come te Scusa! Non dovevo. Giulio, sono proprio così! Non riesco a tacere

Cate pianse una disperazione così pura che Giulio si perse per un attimo.

La risposta venne da sé. Lei gli sembrava Lella in miniatura. Allora la prese in braccio come la figlia, asciugandole le lacrime e scherzando:

Ma che piena di lacrime! Basta, nessuno farà più piangere Cate! Nessuno, capito?

Gli occhi grigi lo fissero, Giulio lo ripeté serio:

Nessuno! Neppure la mamma. Lo ho promesso a papà: nessuno potrà farti del male. Posso mai rompere una promessa, io?

Cate scosse la testa.

Ecco. Mi ha cresciuto da uomo, e gli uomini la parola la mantengono. Guardi Lella, che tra poco si sveglia? Daglielo qualcosa e io faccio un salto dalla mamma.

No! Cate saltò in piedi allarmata.

Sì! Giulio la fece sedere e le infilò il panino Finisci! Poi lavati, non spaventare la bimba!

La discussione con la madre fu durissima. Elisabetta urlava, supplicava, pianse, chiedendo che le restituisse la figlia.

Mamma, Caterina rimane da me.

Le bloccò le proteste con un gesto.

Almeno finché non si calma. Poi ne parliamo.

Ma Giulio! Ha le lezioni, le gare! I compiti, la scuola! Siamo a fine trimestre!

Mamma, ascoltati. Che ti importa dei compiti? Non lhai nemmeno cercata tutta la notte! E se non fosse venuta da me?

Pensavo fosse a casa!

Ormai ci vedi come burattini, non più persone! Non ti accorgi che siamo vivi, mamma? Ti ricordi lultima volta che hai parlato con me da madre, non da capo reparto? Ti sei mai chiesta come ho vissuto dopo che Alina non cera più? Aiuti con Lella, e ti sono grato, ma sembriamo tuoi impiegati! Anche Cate si sente così. Mamma, siamo i tuoi figli, non i tuoi subalterni! Sai che sogna di fare il veterinario? No, volevi il medico, tu. Ma lei vuole diventare veterinaria. E lo farà, te lo garantisco!

Non puoi decidere tu per lei! Sono sua madre!

E questo ti dà il diritto di schiacciarla? Giulio, calmo, la fissò. Ormai non era più una leonessa, ma una donna disorientata. Urlava senza più la sicurezza di prima.

Giulio la prese per le spalle, negli occhi.

Mamma, vuoi restare sola? Non è un ricatto, è unallerta. Se continui così, perderai me e Cate. Non ci perderemo noi due, mai. Ma tu?

Le dette un bacio sulla fronte e uscì. Scese i due piani delle scale, si sedette su quei gradini che aveva percorso mille volte.

Quanti gradini erano da bambino, correndo e sognando? Ora non aveva più forze per nessuna direzione. Restò lì, paralizzato, a contare scalini.

Quanti anni avanti e indietro senza mai conoscere il numero… strano.

La suoneria lo svegliò, si alzò, risalì in cima, contò tutti i gradini, fece un cenno alle sue pensieri e tornò a casa. Ora lo sapeva cosa fare.

La sua tattica funzionò. Elisabetta non resistette a lungo allassenza della figlia. Dopo pochi giorni, andò da Giulio per cercare una riconciliazione.

Non fu facile.

Caterina non riuscì a perdonare subito la madre. Per altri cinque anni il loro rapporto oscillò come sulle montagne russe.

Elisabetta fece del suo meglio, sapendo che ormai i suoi figli non erano più bambini pronti a perdonare tutto. Adesso il ritornello nel suo cuore era: Loro sono due, insieme. E io?

Caterina si laureò e fu assunta in unottima clinica veterinaria. Lella rideva di cuore nel vedere il padre sospirare quando la zia gli portava a casa gli ospiti.

Caterina! Ma quello è un pitone!

E allora? Giulio, ma guarda che amore! Toccalo, è pure caldo! Dai, tocca, su! Vedi? Niente paura! Solo per oggi, quando torna il padrone lo porto via. A casa da solo si annoia.

Si chiama anche? Dio mio, ha pure un nome?

Certo che sì! Giosuè!

Lella rideva felice e prometteva che avrebbe seguito le orme della zia.

Sarebbe proprio il colmo! Giulio si metteva le mani nei capelli per finta.

Lavoro, casa, rapporti timidi con la madre. Caterina viveva dinerzia. Lella chiedeva al padre di presentarla a qualcuno, ma mai con successo.

Finché un giorno la notizia!

Voglio presentarvi il mio fidanzato Caterina abbassava lo sguardo Ma niente risate!

Ma Cate, qua cè da piangere! Lella la abbracciava.

Il destro delle sneakers che uno degli ospiti di Caterina aveva trascinato per casa la sera prima, fu trovato sotto il letto del papà. Lella, infilata la scarpa, schizzò nellingresso.

Pronta!

Finalmente! Giulio fece spallucce scherzoso. Ormai non serve correre. Cate oltretutto non ci perdonerà mai!

Papà! Esagerato! Mancano ancora trenta minuti!

Camminando verso il parco videro la coppia.

Papà, papà, è lui? Il ricciolino? Lui?

Il sussurro di Lella era tanto forte che Caterina, sentendo, si rabbuiò e le fece segno di stare zitta.

Massimo.

Giulio.

Stretta di mano, sorriso, cenno del capo.

Lella.

Ricciolino! Massimo rise e guardò la sua promessa sposa Cate, sorridi! Voglio vederti felice! Accidenti, che scarpe! Le voglio anche io!

Lella e Giulio si scambiarono uno sguardo, cominciarono a ridere e solo allora Lella notò come gli occhi della zia fossero cambiati. Non più acciaio, ma argento vivo. Così belli che restò a bocca aperta e iniziò ad applaudire, lasciando Massimo molto perplesso.

Cè poco da fare, siamo tutti un po suonati in questa famiglia. Abituati!

Mi hai tranquillizzato! Mi inserisco perfettamente nel vostro gruppo? O come si dice?

Famiglia, Massimo, famiglia! Lella strizzò locchio alla zia e si prese sottobraccio il padre.

©Mentre si avviavano verso la gelateria, Massimo e Caterina si scambiarono uno sguardo complice. Dietro di loro, Giulio si fece serio giusto un secondo, prima di piegarsi un po verso la figlia.

Li vedi, Lella? Sembrano galleggiare, come i tulipani di carta quando li soffi forte.

Lella rise, e la sua voce squillante si confuse con il vociare lieve del parco. Era primavera ormai, la stessa stagione dei ricordi di Caterina; eppure i colori erano più pieni, più veri.

Arrivati al chiosco, Caterina ordinò per tutti. Accanto a Massimo aveva il volto sereno di chi ha combattuto e vinto una tempesta. Giulio osservava la scena e sentiva addosso, finalmente, una leggerezza che da anni aveva dimenticato.

Cate, ricordi quella storia della plastilina? chiese, porgendole il cono. Forse adesso la nostra casa non è più così vuota come allora.

È vero, Giulio sorrideva lei, spalancando gli occhi come da bambina Adesso cè un po di plastilina anche per la mamma, se solo vuole venirla a prendere.

Lella saltellava per raggiungere la zia e infilarsi fra le sue braccia. E io? Anche io! Anchio voglio essere piena di plastilina!

Tu, Lellina, ne hai fin troppa! scherzò il padre, mentre Massimo le sollevava la coda di cavallo come un trofeo.

Proprio in quel momento, una figura familiare apparve poco lontano. Elisabetta, con un passo esitante, stringeva fra le mani un piccolo mazzo di tulipani. Di carta. Si fermò, incerta, poi vide il gruppo e abbassò lo sguardo, quasi volesse tornare indietro.

Ma Lella, rapida, le corse incontro.

Nonna! Sono per noi? chiese indicando i fiori.

Elisabetta si commosse. Sì, per tutti. Uno per ciascuno.

E fu la bambina, con la naturalezza di chi non conosce i drammi degli adulti, a tendere la mano e trascinare la nonna nel cerchio della famiglia, accanto a Caterina che, commossa, labbracciò senza una parola.

Sedettero sotto il grande platano, ognuno con il suo tulipano di carta, i coni di gelato che si scioglievano piano, le risate che si rincorrevano.

Per la prima volta dopo tanto tempo, nessuno pensava al passato.

La casa di carta, finalmente, aveva trovato la sua plastilina.

E il vento di primavera, portando via carta e paura, sembrava promettere che la felicità, fragile ma possibile, poteva davvero durare.

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