La Figliastra

Figliastra

Quando ho conosciuto Marina in una piazza assolata di Bologna, ci siamo innamorati come se avessimo trovato una nuova parte di noi stessi. Sofia aveva sei anni, e crescendo senza padre, cercava così tanto affetto che tra noi non ci fu mai difficoltà ad abituarci luno allaltra. Vivevamo in perfetta armonia, ununica anima sotto un tetto di tegole rosse, finché non arrivò lui quel bizzarro mostro delladolescenza.

Tu non sei mio papà! gridò un giorno Sofia, mentre il cielo sembrava dissolversi in carta da zucchero sopra il balcone.

Comè che non sono tuo papà? E allora chi, se non io, ho ascoltato per anni i tuoi racconti sulle ingiustizie delle compagne di classe, difendendoti alle riunioni con le maestre? Chi ti nascondeva gli ultimi biscotti Gentilini in dispensa da offrirti quando eri triste? E chi ha custodito il segreto di quella volta che hai rubato la Barbie alla fastidiosa Giulia del cortile accanto, e poi di notte sono uscito, col cappotto addosso e la bambola nascosta, per lasciarla tra i cespugli affinché succedesse tutto per caso? Abbiamo fatto un patto anni fa: se mi chiamavi papà, io sarei stato papà. E adesso, cosè successo? Perché adesso sono nessuno?

Le parole della mia figliastra mi trapassarono il cuore come quegli stuzzicadenti nelle olive, ma non potevo lasciare che il dolore si vedesse. Primo, perché sono uomo. Secondo, loffesa non avrebbe portato buoni frutti, solo spine.

Argomento accettato, risposi, battendomi la mano sulla tempia con aria militare. Allora, rinegoziamo il nostro trattato? Non padre e non figlia, diritti e doveri inclusi.

Il cuore grondava amarezza, ma capivo che era la strada giusta. A Sofia serviva una libertà che avesse comunque le mura dipinte da lei stessa. Eppure mi spiazzò ancora: Non voglio, mormorò, sbattendomi la porta con la veemenza di una tempesta di settembre. Mai da piccola aveva fatto così. Da bambina ragionava sulle sue richieste e se la risposta era no a qualche volo senza ali dal tetto della cantina, spiegavo con esempi presi dal web i vari perché. Una volta, in prima elementare, aveva deciso di sposare Gabriele Storari e di trasferirsi da lui. Io accettai, dicendo che appena la legge lo avesse permesso, avrei portato le sue cose personalmente a casa di Gabriele. Dopo un mese aveva già cambiato idea.

Abbiamo sempre discusso ogni malinteso, razionalmente e tra sorrisi. E ora invece tutto era ridotto a non voglio e non sei mio padre. Ricordo un tempo in cui Sofia argomentava persino il perché non volesse la polenta.

È insipida! diceva la bambina storcendo il naso.
Perché?
Poco zucchero e ha la crosticina in cima.

Ecco, un vero ragionamento! O si prepara unaltra polenta, o si cede al richiamo di una millefoglie, che secondo la pubblicità è piena di latte in polvere.

Rimasi a fissare le venature del legno sulla porta, cercando risposte nei nodi e negli anelli dellalbero che era stato, ma il silenzio mi restituì solo dubbi. Vedremo, mi dissi.

Marina, da umbra pratica, restava calma. Raccontava che da ragazza aveva reso la vita difficile al padre, che avrebbe fatto una festa se lei fosse andata altrove, purché lontana. Appena gli ormoni avessero terminato il loro ballo sulle fragili sinapsi della figlia, tutto si sarebbe aggiustato. Ogni viaggio nel paese di non voglio e non sei mio padre dura diversamente per ciascuno, mentre a me mancava già Sofia. Nessuna complicità davanti a Domenica Sportiva, nessun ridacchiare sulla chat di zia Teresa che cambiava colore di capelli più della bandiera sullufficio postale sotto casa.

Col passare delle settimane, Sofia sbucava fuori dal suo bozzolo come una farfalla a sprazzi, ma tornava subito a rinchiudersi, più pungente che mai. I suoi orari di apparizione e le ragioni restavano misteri sacri. Nei momenti di normalità, però, mi sentivo riscaldare il petto.

Andiamo al lago a pescare questo weekend? proposi un giorno al tavolo della cucina. Mettiamo su la tenda e portiamo le canne.
Dai, Sofia, che ne dici? sussultò Marina, speranzosa.
Andateci da soli, i vostri vermi portateveli! e la porta rimbombò come dopo uno sparo nel corridoio.

Evidentemente aveva smesso di amare anche la pesca. Sospirai.

Un pomeriggio, Sofia non tornò da scuola. Non rispose al telefono. Chiamammo tutte le amiche magari è da Valentina ma nulla. Persi la pazienza: salii in macchina e cominciai la mia personale caccia al tesoro. Prima tappa: Giovanni, ex compagno di banco sparito pure lui da mesi.

Non so nulla, mi rispose Giovanni, scrollando le spalle.
Davvero nessuna idea?
Da quando mi ha dato del noioso abbiamo smesso di parlare.
Mi ha appena rinnegato come padre, ma io le faccende sue voglio saperle comunque, sai… vecchia amicizia.

Mi girai per andarmene.
Aspetta, forse è con Matteo.
Chi è Matteo?
Quello della seconda E, niente di che diciamo che non è proprio uno stinco di santo. A lei piacciono quelli così.
Tanto meglio, risposi. Portami da lui.

Non ci vengo.
Giovanni, a tutti serve un po di coraggio. Pensavo fossi meno noioso, in fondo.

Il ragazzo sbuffò, seguendomi con passo storto.

La nostra ricerca ci portò sotto una fila di garage, in periferia. La musica faceva tremare le ruote del motorino. Se hai paura, resta qui, lo avvisai. Io non ho paura, rispose, mentendo.

Cerano ragazzi allingresso, più ununica ragazza, ma Sofia non cera. Chiesi sopra al volume.
Sto cercando Sofia, è qui con voi?
Sei il padre della scomparsa? rise secco uno.
Poi, dalla penombra, sbucò proprio Sofia.

Che vuoi qui?! urlò.
Te ne vieni a casa.
So la strada, ci arrivo benissimo da sola!
Per sicurezza, meglio scortarti. Il tassì è in strada, principessa.

Sbuffò, salì con noi, e lanciò uno sguardo a Giovanni: Traditore.

Da allora cominciò a sparire più spesso. Andavo a prenderla ogni sera, fra le risate dei ragazzi che mi ribattezzarono il suo autista personale. Poi, una sera, mi rispose piccata.
Che vuoi ancora? Lasciami stare, sei ossessivo! Resto fuori quanto mi pare.
Espressi il mio parere: scrivilo pure al sindaco di Modena, suggerii. Ci sono leggi per i minorenni.
Ma vattene! disse, girandosi stizzita.
Tanto non mi muovo da qui finché non vieni. Resterò anche se mi cacci col mestolo.

E allora esplose: Vorrei che non avessi mai incontrato mamma! Meglio se non esistevi affatto!
Simile a una ferita aperta, camminammo in silenzio fino a casa. Pensai di mollare tutto, smettere di insistere. Chi sono io nel suo mondo? Un fantasma che abita la casa di sua madre! Non riuscivo però a lasciarla sola tra buche e crepacci della vita. Se cade e nessuno le porge una mano, cosa succede? Che dica pure tutto quello che vuole, la mia presenza non si esaurirà.

Poco dopo, lei e la sua combriccola cambiarono nascondiglio: il garage chiuso, la musica spenta. Non sapevo più dove trovarla e, secondo Giovanni, potevano essere dappertutto. Le sue sparizioni duravano notti intere, e la tensione invadeva anche Marina, che fingeva calma per non far crollare il castello familiare.

E una notte, squillò il cellulare. Era Giovanni, nervoso: Sofia mi ha chiamato, è in un appartamento su via Indipendenza, non sa uscire.
Ha dato il numero?
Solo la descrizione, ma ci arrivo.

Guardai Marina: la sua bocca tremava come un lago in inverno.
Non preoccuparti, sistemo tutto! Resti qui? Prepara dei cornetti, odio svegliarmi di notte: mi si accende il languorino. Se muoio di fame, sarà colpa tua! promisi un bacio salato dalle sue guance.

Portai Giovanni e partii in mezzo ai lampioni che danzavano nei finestrini come lucciole. In periferia le strade erano vuote, ma il centro brulicava ancora di studenti e motorini che zigzagavano come sogni irraggiungibili. Quasi investii due tipi coi boccali di birra, che, invece di spaventarsi, presero a calci la fiancata della mia Punto lanciandomi una bottiglia vuota che rimbalzò senza danno.

Giunti sul posto, lasciai Giovanni in auto: Resta qui, il posto è strano, stasera la luna sembra più spietata del solito.
Salii le rampe odorose di muffa di un condominio, sbirciando ogni finestra: musica, un uomo che fuma sul balcone, niente di sinistro.

Al secondo piano incontrai una nonna insonne, desiderosa di parlare più che di dormire.
Sa, qui ci sono tre appartamenti sospetti! mi assicurò, felice. E sono tutti delinquenti, drogati!
Davvero? abbozzai.
Visto coi miei occhi, creda a me!

Okay, almeno mi segnò le porte. Il primo: un bevitore da bar, una donna spettinata e un cane intelligente che sembrava ascoltare le sigle televisive. Secondo: casa vuota, con solo silenzio a rispondere ai miei colpi. Il terzo era proprio quello.

Stavo per suonare quando la porta si aprì e comparve una ragazzina. Pensai fosse Sofia, uguale. Ma aveva gli occhi di vetro, bocca storta, una maschera di carnevale che sorride solo per sbeffeggiarti. Fui preso da un brivido e, reggendomi al battente, mi precipitai dentro.

Sofia! urlai nel vuoto, cieco di paura. Il nome mi rimbalzava in bocca come una palla di gelato. Avanzavo inciampando, tra gambe, sacchetti e vetri, aprivo porte tremanti. Poi, finalmente, la voce.

Papà! Papà! gridava da dietro una porta chiusa a chiave.

Forzai la maniglia, che cedette subito. Dentro, sola, rannicchiata come gattina, Sofia mi saltò addosso.

Mentre uscivamo, sulle scale saliva la Polizia. Linfallibile nonna aveva allertato il commissariato dietro langolo.
Sta tirando fuori sua figlia da qui contro la sua volontà? chiese un agente.
Sono il patrigno, spiegai.
È mio papà! rispose Sofia, forte come mai.

A casa, mangiammo crêpes con ricotta saline di lacrime probabilmente, ma dolcissime , e tenni una delle mie solite prediche, tra uno sbadiglio e una risata. Spiegai che, anche se mi cacciasse fuori con la scopa, resterò sempre nei suoi paraggi, perché senza di loro perderei il significato. Raccontai che la vita da adulti somiglia a un giocoliere maldestro col vino nei calici; che si cade e si impara, sempre. Parole forse sciocche, ma loro mi guardavano e sorridevano le mie donne, le mie radici, il mio mondo.

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