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«Chi è?», chiese la nonna Maria Fedore, uscendo sul portico con il nipote Lorenzo, mentre osservavano larrivo di un ospite.
«Io sono di nonna Maria Fedore! Sono sua pronipote, figlia di Ginevra, la nipote di Alessandro, il figlio maggiore di Maria Fedore», rispose la giovane in tono affettuoso.
Maria Fedore sedeva su una panchina baciata dal sole, godendosi i primi caldi giorni di primavera. Finalmente la stagione dei fiori era arrivata. Solo Dio sapeva quanto avesse dovuto lottare quella donna per superare linverno più rigido che avesse mai conosciuto.
«Un altro inverno non lo supererò!», pensò Maria Fedore, sospirando di sollievo. Non temeva più di camminare; anzi, attendeva con gioia quel momento. I fagioli erano già ben cresciuti nel suo orto, i vestiti nuovi erano comprati.
Niente poteva più trattenere Maria Fedore su questa terra.
***
Una volta aveva avuto una famiglia numerosa: il marito, Felice Ivan, un uomo alto e robusto, e quattro figli tre ragazzi e una bambina. Vivevano in armonia, si aiutavano a vicenda, litigavano di rado. I figli, uno dopo laltro, crebbero e si sparpagliarono per il mondo.
I due primogeniti entrarono alluniversità e poi si trasferirono in città diverse per lavorare. Il figlio di mezzo, che a scuola era poco brillante, crebbe e aprì unattività di successo che lo portò allestero, dove rimase. La figlia, invece, lasciò il villaggio, volò verso la capitale e poco dopo si sposò.
Allinizio i figli tornavano spesso a trovare i genitori. Scrivevano lettere, e con larrivo del telefono cellulare cominciarono a chiamarsi. Uno dopo laltro, gli nipoti venivano a far visita. Maria Fedore, di tanto in tanto, impacchettava una valigia logora e partiva a casa di uno dei figli come una babysitter.
Pian piano anche i nipoti crescerono e non avevano più bisogno della cura della nonna. Le chiamate diventarono più rare, e le visite ancora più sporadiche. Lidea di fare un salto di visita al vecchio casale era quasi dimenticata: il lavoro, la famiglia, i propri figli che crescevano.
Lunico motivo per ritornare a casa dei genitori fu la notizia della scomparsa di Felice Ivan, il padre. Sembrava che quelluomo robusto, in salute, sarebbe vissuto fino a cento anni. Ma la realtà fu ben diversa.
Dopo aver accompagnato il padre al suo ultimo tragitto, i figli si dispersero di nuovo. Allinizio chiamarono la madre, ma i numeri si spensero. Maria Fedore provò a chiamare da sola, ma presto capì che i giovani non avevano più tempo per lei e si ritirò. Così visse gli ultimi dieci anni. Ogni anno qualche figlio la ricordava con una telefonata; allora la donna sorrideva a se stessa per una settimana intera.
Un giorno, mentre era di nuovo sulla panchina, sentì una voce allegramente:
«Buongiorno, zia Maria!», gridò un giovane dietro il recinto, sorridendo. «Mi ricorda?»
Maria Fedore strinse gli occhi:
«Lorenzo! Che ci fai?»
«Sì, zia Maria!», esultò il ragazzo, entrando nel cortile.
Lorenzo era il figlio dei vicini, una famiglia che non poteva stare senza una tavola imbandita. Maria Fedore lo ricordava come il bambino sempre affamato. Per pietà, gli dava da mangiare, gli passava i vestiti rimasti dei figli e lo ospitava quando i genitori lo mandavano a una festa.
Non molto tempo dopo, i genitori di Lorenzo non furono più. Lo portarono via e da allora Maria Fedore non lo vide più, ma lo rimpiangeva ogni giorno.
«Dove sei stato, Lorenzo, tutto questo tempo?», esclamò la donna.
«Allora in un orfanotrofio, poi ho fatto il servizio militare, poi ho studiato. Ora sono tornato nella piccola patria, voglio far rivivere il villaggio!»
«Che cosa cè da far rivivere?», sbatté la mano Maria Fedore. «Tutti sono andati via.»
«Niente! Non sparirò!»
E così iniziò una nuova vita per Maria Fedore. Lorenzo trovò lavoro con il Signor Giovanni, il più grande agricoltore del villaggio.
Nel tempo libero riparava la sua vecchia casetta, ereditata dai genitori, e non dimenticava la nonna, aiutandola nei lavori di casa. Maria Fedore si divertiva, e non chiamava più Lorenzo figliolo. Così passarono tre anni.
«Devo partire, zia Maria», disse una volta Lorenzo, quasi chiedendo scusa, «Giovanni è totalmente incazzato. Vuole che lavoriamo, ma non vuole pagare. Vado a cercare lavoro altrove. Non ti arrabbiare!»
«Che ci fai, Lorenzo, nessuna offesa? Parti con Dio!»
Ancora una volta, Maria Fedore rimase sola. A volte la solitudine la faceva piangere. Così trascorreva i giorni in attesa del suo addio, ma qualcosa la teneva ancora ancorata a quel mondo.
***
«Buongiorno, zia Maria!», risuonò una voce familiare. Maria Fedore voltò lo sguardo verso il recinto e riconobbe un volto noto.
«Lorenzo! Sei proprio tu?»
«Io, zia Maria!», esclamò un giovane alto, vestito bene, entrando nel cortile della nonna. «Sono tornato! Finalmente!»
«Oh, che gioia!», esclamò Maria Fedore, agitata. «Vieni, vieni, Lorenzo! Preparo subito il tè!»
«Il tè è una buona idea!», rise Lorenzo. «Sono appena tornato a casa. Non sapevo di trovarti, non ho portato nulla da offrire!»
Dopo mezzora, la felice nonna e il non più così giovane Lorenzo sedevano a tavola, bevendo tè da eleganti tazze dargilla, incapaci di smettere di parlare.
«Mi sto per andare via, Lorenzo», mormorò con una lacrima Maria Fedore.
«Ma no, non dire così!», scherzò il ragazzo, alzando il dito. «Sono qui, zia Maria, vivremo insieme! Tutti ci invidieranno! Ho guadagnato dei soldi, presto svilupperò la mia fattoria! E tu, sei ancora qui!»
«Signori! Cè qualcuno in casa?», interruppe una voce femminile, chiara come una campana. Maria Fedore guardò fuori dalla finestra e vide una ragazza con un cappotto corto e scarpe con tacchi alti.
«Chi sei?», chiese Maria Fedore, insieme a Lorenzo, mentre osservavano lospite.
«Sono di nonna Maria! Sono la pronipote, figlia di Ginevra, la nipote di Alessandro, il figlio maggiore di nonna Maria», rispose la giovane, con un sorriso timido.
Le due donne si scambiarono unocchiata.
«Vi ho chiamato, ma il telefono era spento! Ho pensato di venire di persona, per caso!»
«Entra pure!», invitò un po confusa Maria Fedore, mentre Lorenzo afferrava la valigia della ragazza.
Maria Fedore e Lorenzo osservavano Vira, che con piacere si sistemava i cibi posti sul tavolo e raccontava della sua vita.
«Non amo la città. Voglio vivere in campagna! Ma i miei genitori non capiscono. Il nonno Alessandro mi ha proposto di stare da voi per qualche mese. Dice che, se vivo nel villaggio, non avrò più voglia di tornare! Ha chiamato, il padre ha chiamato. Io anche, ma non riuscivamo a sentirci. Perdonate! Non sarò una sfruttatrice! Ho dei soldi! E il vostro padre e il nonno hanno inviato ospitalità! Starò qui fino alla sessione di esami, poi partirò!»
«Stai pure quanto vuoi!», concluse finalmente Maria Fedore. «Mi fa piacere!»
Passò un mese. Maria Fedore sedeva sulla panchina, osservando Vira lavorare abilmente nel giardino. Non si poteva dire che fosse una città!
Con laiuto di Lorenzo, Vira ridestò il vecchio orto dimenticato, lo divise in aiuole, piantò una serra, acquistò piantine dai vicini e iniziò a piantare con gioia.
Lorenzo, a sua volta, usò i soldi guadagnati per costruire una fattoria moderna. Assunse operai, ristrutturò il tetto di Maria Fedore e, invece della vecchia stufa, installò il riscaldamento individuale.
Maria Fedore era felice. Il sorriso non abbandonava più il suo volto. Non era più sola.
A volte una lieve ombra di tristezza si posava sul suo viso quando pensava che Vira presto se ne sarebbe andata. Era ormai abituata alla pronipote. Ma il tempo scorreva e Vira doveva tornare in città.
«Come farò, Vira, senza il giardino?», sospirò Maria Fedore, impacchettando dei pasticcini per la nipotina in partenza.
«Nonna, non dimenticarti di riempire il fusto dacqua. Lorenzo irriguerà! E io tornerò a fare visita!», rise Vira.
«Tornerai davvero?», esultò Maria Fedore.
«Certo! Non posso più andarmene! Ti voglio bene, nonna, con tutto il cuore. Lorenzo mi ha proposto: matrimonio in autunno! Dove andrò senza marito? Ma lui è un contadino, proprio come noi!»
Un anno dopo, Maria Fedore si crogiolava al sole, dondolando la carrozzina con il pronipote addormentato. Vira e Lorenzo erano nella fattoria, e con il loro lavoro congiunto la tenuta prosperava, contribuendo al benessere di tutto il villaggio.
Maria Fedore guardò il pronipote che dormiva serenamente e pensò:
«Mai più andrò oltre! Devo ancora aiutare i miei figli!»
***
Il racconto rimane nella memoria di chi lha vissuto, un ricordo di tempi passati, di famiglie radicate nella terra, di ricordi che, come il profumo del pane appena sfornato, non svaniscono mai.






